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Parole, musica, immagini: la Milano, e non solo, di Andrea De Carlo

di Alessandra Mattanza - 22 Luglio 2020

Lo scrittore milanese ci ha svelato i luoghi preferiti della sua città, della Liguria e dell’Italia intera. In attesa del suo prossimo romanzo.

“Le persone sono sempre persone, non tasti di pianoforte. Perché nessuno può schiacciarci per suonare la musica che piace a loro” sottolineava Fjodor Dostoevskij. E, lui è di certo sempre un uomo, che pure sapendo di andare spesso controcorrente, ha fatto sempre di testa sua, inseguendo la sua passione e il suo istinto. I suoi occhi, profondi e bellissimi, custodiscono storie, pensieri e parole, emozioni e sensazioni, che hanno animato i personaggi dei suoi libri, spesso tormentati, liberi e selvaggi come lui.

Andrea De Carlo, dopo essere nato a Milano, ha sperimentato il mondo: abitando anche a Boston, New York, Santa Barbara e Los Angeles, negli Stati Unti, e a Sydney e Melbourne, in Australia. Per poi decidere di stabilirsi, tra Milano, Roma e la campagna di Urbino. Ha collaborato con alcuni tra i maggiori artisti italiani come Oliviero Toscani per la fotografia, Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, per la regia. Italo Calvino ha redatto l’introduzione per il suo primo libro pubblicato Treno di panna. Sono seguiti altri grandi libri come Due di Due, Tecniche di seduzione, Arcodamore, Di noi tre e tanti altri.

Il più recente è stato Una di Luna, anche se al momento sta scrivendo. «Sto lavorando alla seconda stesura di un nuovo romanzo che si chiama Il teatro dei sogni. E’ una storia molto italiana e molto contemporanea, raccontata a capitoli alterni da quattro personaggi, due donne e due uomini. Parla di politica, di relazioni personali, di conflitti, ambizioni, e appunto di sogni. E’ scritta a diversi livelli, come piace a me, da una dimensione intima e personale a una pubblica e universale. Ha aspetti sentimentali, un mistero di fondo e anche una dimensione molto divertente, quasi di farsa. Uscirà il prossimo settembre, pubblicato da La nave di Teseo», racconta.

La sua Milano. Per lui, il suo rapporto con la grande città è stato per lungo tempo di amore e odio. Lo ha di certo ispirato, ma allo stesso modo era un luogo da cui fuggire, per scoprire idee, avventura, altri sentimenti altrove. «Milano è la città in cui sono nato e cresciuto, in cui ho studiato e fatto le mie prime esperienze formative, dunque il legame è forte, anche se ormai ci vado di rado. Durante il periodo del lockdown ero in Liguria, ma ho saputo da amici milanesi che la città era in uno stato di traumatica sospensione, come succede alle metropoli quando si fermano. In compenso i rumori del traffico erano spariti, l’aria era più pulita e si sentivano gli uccellini cantare», rammenta. E, poi, riflette, pensando al passato oltre che al presente: «La zona di Milano che conosco meglio e a cui sono più affezionato è quella del Naviglio Grande, il canale che convoglia le acque del fiume Ticino verso la Darsena, l’antico porto di Milano. Ho ancora un appartamento lì, e ogni volta che ci torno scopro nuovi bar e ristoranti, che in quella zona spuntano di continuo come funghi. La gente è attratta dai Navigli per via dell’acqua, spesso senza sapere che un tempo Milano era al centro di un sistema di canali, ponti, giardini che la rendevano molto diversa da come è oggi».

Come pensa sia cambiata Milano nel corso degli anni? «Milano è da sempre la città italiana più in contatto con il resto d’Europa, per ragioni geografiche e culturali. E da sempre ci vivono e lavorano molte menti creative nel campo dell’architettura, dell’editoria, del design, della moda. Quando ero bambino la città era un luogo di industrie, molto inquinata, grigia, nebbiosa. Negli anni si è trasformata, diventando più colorata e cosmopolita, anche se l’inquinamento purtroppo è ancora un grande problema. Ma finalmente ha cominciato a cambiare anche da un punto di vista fisico, con la costruzione di nuovi edifici e la trasformazione di interi quartieri, come quello dell’Isola. Eventi come la Settimana della Moda e il Salone del Mobile attirano gente da tutto il mondo, e continueranno a farlo, una volta superata l’emergenza dell’epidemia».

Il suo cuore è comunque, al momento, anche in altri luoghi d’Italia. I suoi luoghi preferiti? «La costa ligure di Levante, in particolare intorno a Camogli, con il suo mare, il suo clima, la sua vegetazione, la sua cultura culinaria. E il Montefeltro, nelle Marche, con i suoi meravigliosi paesaggi di colline, le sue rocche, e quel gioiello architettonico incomparabile che è Urbino» racconta.

L’Italia è, in genere, per lui un Paese meraviglioso, indipendentemente dai tanti problemi che si possa trovare ad affrontare, anche se bisogna pur sempre agire, per cambiare le cose. Come vede il futuro? «L’Italia è un Paese con un grande patrimonio storico, culturale e naturale, che è stato piagato molto a lungo da una pessima politica, da una burocrazia paralizzante, da una corruzione diffusa, da un sistema mafioso radicato nelle regioni del sud ed esportato in tutta la penisola. Per realizzare il suo potenziale avrà bisogno di grandi riforme nelle istituzioni, e di grandi investimenti nel sistema scolastico, nelle comunicazioni, nell’ambiente. L’Europa può esercitare un’influenza molto positiva in questo senso, contrastando tendenze provinciali e isolazioniste che potrebbero fare molti danni».

 

Il suo rifugio al male del presente? L’arte. «Scrivere romanzi è la mia vita, il mio modo di raccontare il mondo intorno a me, decifrare i nostri tempi, investigare psicologie, analizzare rapporti, ricostruire percorsi. E’ anche l’occasione di abbandonare il mio io per trasferirmi nei panni di personaggi anche molto diversi da me, capire le loro ragioni, viaggiare attraverso il tempo e lo spazio. La fotografia è molto più sintetica e immediata della scrittura: cattura un istante, il frammento di una sequenza, e con quello,  quando lo scatto è significativo, racconta un’intera storia. La musica per me è l'occasione di abbandonarmi all'istinto, ai sentimenti, alle atmosfere che si possono creare con le corde vibranti di uno strumento. Suonare un brano che conosco, o improvvisarne uno, al pianoforte, alla chitarra o al mandolino mi rilassa nelle pause della scrittura, e spesso mi ispira, sollecita nuove riflessioni», confessa.

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