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La “nuova” Hollywood è pronta a cambiare il mondo

di Andrea Giordano - 1 Maggio 2020

Arriva su Netflix “Hollywood”, la nuova serie-evento ideata e prodotta da Ryan Murphy, frontrunner di successi come Nip/Tuck e American Crime e Story. In scena l’età dorata della Hollywood anni ’40, tra scandali, sogni e speranza di cambiare il sistema.

La celebrata e immortale 'Golden Age' del cinema, che nel secondo dopoguerra vide uno dei suoi apici più glamour e misteriosi, torna a essere di moda. Lo fa grazie a Hollywood, la nuova mini-serie ideata e prodotta da Ian Brennan e da quel Ryan Murphy, deus ex machina di prodotti ormai entrati nell’immaginario televisivo, come Glee, Nip/Tuck, American Crime (Horror) Story, The Politician, o Feud, apripista ad una esplorazione temporale e di contenuto. Qui, per tutti, però, la parola d’ordine è 'Dreamland”, terra di sogni e speranze, desideri e voglia di essere se stessi, accettati, oltre i gusti sessuali, di razza, puntando a creare qualcosa di nuovo, forse a fare la storia. In cerca dunque di libertà, nel rompere il bigottismo sociale di quell’epoca, ognuno segue le proprie ambizioni, ma per farlo si ritrova a dover scendere a compromessi, con la rabbia, la paura di doversi mettere ancora una volta da parte. Ma andiamo per ordine.

Siamo alla fine degli anni ‘40, nel pieno della Hollywood Babilonia, scandita dagli scandali, i grandi divi, come Hedy Lamarr, Paul Muni, Humphrey Bogart, le monumentali produzioni, e ovviamente le aspirazioni di giovani attori, attrici, che, tutti i giorni, affollano i cancelli degli Studios Ace, vogliono diventare delle star, ma si accontentano degli “extra” (comparse) per vivere un briciolo di felicità, quella che vedono sul grande schermo. 

Tra di loro c’è Jake Costello, veterano squattrinato, reduce dalla battaglia di Cisterna e lo sbarco ad Anzio, sposato e prossimo a diventare padre. Ma, nonostante sia prestante e bello, la fortuna non gli gira. Si ritrova allora a dover cercare lavoro in un distributore di benzina gestito da Ernie Wes (interpretato da un bravissimo Dylan McDermott), una copertura che cela invece un’altra realtà ambigua, un giro di gigolò pronti a soddisfare le esigenze di una clientela facoltosa e nota. La sua prima volta sarà proprio con Avis Ace. Incontra un giovane sceneggiatore, Archie Coleman (Jeremy Pope), di colore e omosessuale, che lo introduce. Si innamora di Roy Fitzgerald, il futuro Rock Hudson, ma coltiva parallelamente uno script, incentrato su Peg Entwistle (l’attrice che nel 1932 si lanciò dall’H della famosa scritta, a causa di un flop e della conseguente depressione). Sperando possa trasformarsi in un film, ecco arrivare in suo “soccorso” Raymond Asley (Darren Criss, l’Andrew Cunan visto nell’antologico American Crime Story, incentrato sull’omicidio di Gianni Versace), che fuori dalla Marina, ha studiato cinema. Lui, fidanzato con Camille Washington (Laura Harrier), attrice anch’essa, di colore, insoddisfatta del ruoli cui viene relegata, hanno idee chiare, radicali, vogliono la svolta.

Sulla loro strada si imbattono nei festini di George Cukor, incontrano Vivian Leigh, Hattie McDaniel (la Mami di Via col vento, qui portata in scena da Queen Latifah), ognuno nutre un sentimento che sembra portare sulla medesima strada: cambiare il modo, e il mondo, di narrare. Lottano insieme a (e contro) produttori, tipo Dick Samuels, o agenti privi di moralità e scrupoli, star maker, come Henry Wilson (ma che bravo Jim Parsons), l’opinione pubblica, le croci infuocate del Ku Klux Klan, l’odio della gente, del sistema, che ancora non è pronto a vederli insieme. O magari sì. Succederà l’imprevedibile e pioveranno Oscar.

In Hollywood si parla di tutto e tutti, senza lasciare nulla al caso, senza nessun filtro. Assistiamo al mobbing (visto al maschile), alla ricerca di emancipazione, in ambito lavorativo, delle donne, costrette a convivere in un ostracismo e machismo dilagante, vediamo il coraggio di esporsi finalmente, senza tabù, il coraggio di far sentire la propria voce, e la volontà di inclusione e accettazione nell’industria di allora. Ma quella voglia di riscatto, senza tempo, oltre le diversità, gli schemi, è capace ancora di stravolgere la nostra prospettiva, è un concetto moderno, perché questa mini-serie non è relegata in un momento, fa da ponte invece col presente. Regala spunti, riflessioni e nuovi volti a cui dovremmo presto abituarci, sono le star di domani, Laura Harrier, Samara Weaving, o David Corenswet (da tenere d’occhio).

Ma Hollywood è soprattutto una parabola sul lato oscuro-in chiaro dell’animo, perché, in fondo, a pensarci siamo sempre noi che dobbiamo vincerlo e dominarlo.

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