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Letture per il presente: la distanza

di Giacomo Alberto Vieri - 13 Maggio 2020

Dopo i libri per l’attesa, ecco qualche titolo in cui ritrovare quel senso di spaesamento che caratterizza la nuova quotidianità. Alla ricerca di risposte e scintille.

Non si fa che parlarne: di quella sociale o affettiva-relazionale, della distanza culturale come di quella economica. Il Covid-19 ha scagliato, con grande lena, nell'affaccendarsi delle nostre vite, un sassolino spigoloso e scomodo, un tema che ha riempito interi diari dell'adolescenza e ore ed ore di sedute di psicoterapia in tempi recenti, quel valzer di assenza, spazio, mancanza, che può renderci vulnerabili e caduchi, quella stanza piena di significati da cui spesso non ci è dato rimanere fuori.

Si può lamentarsi? Sì, è lecito. Si può far finta di niente? Beh, anche. Si può leggere? Sì, è necessario. Ecco allora qualche suggerimento di libri che trattano, con varie sfumature, il tema della distanza.

A 40 miglia di distanza da dove ha vissuto, si trova il luogo in cui Addie Bundren, madre e moglie morente, decide di volere essere seppellita. La storia, forse, già vi dirà qualcosa. Si tratta di uno dei capolavori letterari del XX secolo, quel Mentre Morivo di William Faulkner (Adelphi), scritto a circa 32 anni fra la mezzanotte e le prime luci dell'alba quando l'autore lavorava in una centrale elettrica del Mississipi. Un romanzo colto ed estremamente complesso, pieno di riferimenti biblici ed epici: è il viaggio di una sepoltura e di una famiglia, un'espiazione, ora tragica ora grattesca, di umanità e ineluttabile. La distanza, qui, è rarefatta dentro le tensioni e i ricordi: c'è una penna sensibile, quella di Faulkner, che scava fino in fondo agli spazi più angusti dell'animo umano. E che carezza letteraria, ne esce.

Lo scorso mese è venuto a mancare Luis Sepúlveda, scrittore e attivista cileno, protagonista della cultura latino-americana degli ultimi 40 anni. In Ritratto di gruppo con assenza (Guanda), è la distanza dal paese natale, quella che colpì l'Autore stesso nel '77, dopo il colpo di stato di Pinochet, a muovere la coscienza e il bisogno di una testimonianza. Questa prenderà corpo e volti – quel gruppo di ragazzini sorridenti in una fotografia di un tempo lontano – proprio quando lo scrittore rientra in Cile dopo 14 anni, va alla ricerca dei destini incrociati, scopre segreti e favole, fa incontri apotropaici. Sepúlveda, lucido e indignato più che mai, travalica confini e spazi in nome di una critica sincera allo stato delle cose, dipinge la fragilità dei suoi protagonisti ricordandoci che la Storia è fatta anche, e soprattutto, di errori.

Il treno dei bambini (Einaudi stile libero) di Viola Ardone, giovane insegnante napoletana, è un romanzo che ha riscosso, recentemente, enormi plausi da parte di critica e pubblico. L'autrice narra la vicenda, poco nota, dei molti minori che, in seguito alla fine della II guerra mondiale e alle carenti condizioni economiche del Meridione, lasciavano Napoli per trascorrere del tempo in famiglie del nord. Amerigo, 7 anni, è uno di quei bambini: cresciuto senza un padre, probabile erede di un futuro misero e di fatica, sarà calato in un contesto straniero, con lingue, odori, mani differenti intorno. La distanza, nel testo, è un paravento sottile, una maschera alla solitudine e all'abbandono. Si deve crescere, si può farlo dove si sta meglio, dove esistono giochi e possibilità, ma a che prezzo? E che ruolo hanno la solidarietà, il calore, l'amore, lungo le tappe di questo viaggio?

Infine, consigliamo Tropicario Italiano, del talentuoso Fabrizio Patriarca, un curioso testo edito da 66thand2nd che si interroga sul senso del viaggio, e in questo senso anche delle distanze, nella società contemporanea: destreggiandosi, con ironia e un taglio sapiente, talvolta molto elaborato, su più registri stilistici, attraverso mete da sogno, spiagge paradisiache, aneddoti e curiosità esilaranti, lo scrittore induce una riflessione ready-to-consume su cosa comporti oggi salire su un aereo e intraprendere un'avventura. Il tanto popolare concetto di disconnessione, la voglia di essere stranieri in casa propria e autoctoni in case altrui, la necessità di “isolarsi”...qual è, oggi, il limite “fra mondo e catalogo?”

Dicevamo in principio: si può lamentarsi? Sì, è lecito. Si può far finta di niente? Beh, anche. Si può leggere? Sì, è proprio necessario.

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