Cult

David Bowie prima di Ziggy. Arriva Stardust, il biopic sul Duca Bianco

di Andrea Giordano - 23 Ottobre 2020

Presentato in anteprima all’ultima Festa del Cinema di Roma, è in arrivo prossimamente “Stardust”, il biopic diretto da Gabriel Range su un momento particolare della vita di David Bowie, prima di trasformarsi, di lì a poco, nel suo alter ego per eccellenza, Ziggy Stardust.

Il Rinascimento del biopic musicale aggiunge un nuovo tassello, ed è quello più complesso e ambizioso: provare a raccontare la figura di David Bowie, in un momento specifico della sua carriera.

Il cinema, dunque, riprende il percorso che era partito con Bohemian Rhapsody, focalizzato sulla figura artistica e personale di Freddie Mercury e dei Queen, che nel 2018 portò Rami Malek direttamente all’Oscar come miglior attore, sostenuto allora interamente fin dall’inizio da Roger Taylor e Bryan May. E che poi ha passato il testimone a Rocketman, probabilmente il prodotto migliore, narrando la leggenda vivente di Sir Elton John fino al 1983, ripercorrendone eccessi, intuizioni, scoperte personali e sessuali, con un valore aggiunto indiscutibile, anche lì, rintraccabile nell’interpretazione di Taron Egerton.

Oggi è invece il momento di Stardust, presentato alla 15esima Festa del Cinema di Roma, scritto e diretto da Gabriel Range, che in Italia uscirà grazie ad I Wonder Pictures. Una pellicola, come detto, in salita fin dalla sceneggiatura, non appoggiata dagli eredi del Duca Bianco londinese, a partire dal figlio Duncan Jones. Non un film puramente biografico, per loro, ma dunque una semplice ricostruzione, senza possibilità di poter attingere a memorabilia e oggetti originali. E la differenza con gli altri lavori si percepisce subito ad orecchio: nessuna musica originale, anzi, poca in realtà presente, e maggior narrazione “parlata” nel descrivere alcune sfumature da riesplorare.

Siamo in America, è il 1971 e Bowie sta dialogando con Ron Oberman, storico addetto stampa della Mercury Records, prima sua etichetta. Ai tempi si esibisce cantando anche cover dei The Velvet Underground, Jacques Brel, Cream, The Who e The Yardbirds. Poco tempo prima è uscito l’album The Man Who Sold The World, disco d’oro nel Regno Unito, accolto, in patria, e oltreoceano, in maniera altalenante, promosso dalla critica sì, ma non dalle vendite o dalle classifiche, considerato forse troppo oscuro, dark, sperimentale. L’idea allora è quella di promuovere un tour, seppur arrangiato, negli States, lasciandosi alle spalle la moglie, Mary Angela Barnett, “Angie” (interpretata da Jena Malone), all’epoca incinta. Tony Defries, il manager, provò poi a cambiare ritmo per conquistare direttamente il pubblico, ma aggiungendo una frase che diventerà illuminante “questo disco è una bomba...per i posteri”, come a sottolineare che tanta ricerca, coraggio d’innovazione, non erano ancora ingredienti immediati per qualcuno, e che probabilmente non sarebbero stati capiti e apprezzati. La reazione fu inaspettata: nessun red carpet o folla ad aspettarlo in aeroporto. Il Bowie innovatore, l’entertainer per eccellenza non ancora star, ambizioso e insicuro, si trovò spiazzato, inesploso. L’America allora divenne l’occasione per riflessione su se stesso, incontrando, tra gli altri, Andy Warhol, ed elaborare quello che poi avverrà nel 1972, la nascita di The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, il quinto album, (7,5 milioni di copie vendute), dove all’interno presero vita tracce immortali quali Starman, Suffragette City, Rock 'n' Roll Suicide. E chiaramente Ziggy Stardust. Un progetto, celebrato peraltro in un ottimo film concerto diretto da D. A. Pennebaker, che riprende il live show all’Hammersmith Odeon di Londra.

Questo 'nuovo' Stardust non è però solo il racconto del Bowie personaggio, istrionico, geniale, combattuto oltremodo tra i propri demoni interni e gli abusi di alcol e droghe, ma è anche, in primis, il ritratto di chi gli ruotò intorno, a partire dal fratellastro Terry Burns. Nato dieci anni prima di David, diede al fratello minore un'educazione musicale, lo portò al suo primo concerto in assoluto, gli comprò il suo primo disco. Le zie materne e la nonna di David avevano tutte sofferto di malattie mentali e nel 1967, quando David aveva appena 20 anni, Terry ebbe un completo esaurimento nervoso e venne mandato in un manicomio. La paura che anche lui potesse essere colpito dalla schizofrenia lo accompagnò per tutta la vita, ed è presente peraltro in The Man Who Sold the World. «Cantare della sua vita interiore - racconta il regista - probabilmente lo ha aiutato a rimanere tutto intero. Ma non gli ha portato la fama e il riconoscimento che desiderava». Terry fu infatti una figura chiave nel suo percorso, e questo emerge nella pellicola, instradandolo nelle scelte, consolidando così un legame tra i più formativi. 

Lacunoso e sofferto, ma schietto nell’osare, fino alla follia, a portare avanti una sua direzione, Stardust è soprattutto il viaggio interiore di un uomo. A cui magari manca una dose di empatia, ma che contribuisce a quel percorso culturale–cinematografico in cui alcune icone musicali non smettono mai di brillare, e che necessitano di essere guardate da prospettive diverse. Qui c’è soprattutto il grande lavoro di Johnny Flynn, il vero eroe di questa parabola visionaria e realistica: attore e musicista, cinque album all’attivo e una carriera già emersa in particolare nella serie Genius (era Albert Einstein), nell’altrettanta Lovesick, e nel recente Emma, adattamento del romanzo di Jane Austen. Bravo ed elegante, una bella rivelazione rock, interpreta brani di Brel e Yardbirds, così come 'Good Ol ’Jane ', canzone scritta appositamente per il film, in un ruolo sicuramente scomodo e dalle molte facce, in conflitto nel dover a sua volta indagare sull’identità di un uomo estremamente poliedrico, incapace di definirsi. Un artista che nella sua esistenza superò varie crisi, inventando, di fatto, un’immagine oltre la sua identità.

Durante quel viaggio, a tratti disastroso ma forse illuminante, Bowie cominciò lentamente a rendersi conto del bisogno di reinventarsi per diventare veramente se stesso, facendo emergere il suo iconico alter ego. Ed è con questa consapevolezza, non oltraggiosa, nè illusoria, divisoria, mortificante, semmai pura nella sua essenza e intenzione, che il film lo riporta adesso sul grande schermo.

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