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Film in streaming da non perdere: The Lighthouse, bianconero da antologia

di Andrea Giordano - 26 Maggio 2020

Robert Pattinson e Willem Dafoe, diretti dal geniale Robert Eggers. Il risultato è il gioiello “The Lighthouse”, visto allo scorso Festival di Cannes, che ora approda su Amazon Prime Video in tutto il suo splendore estetico ricco di suggestioni.

La solitudine e le ossessioni di due uomini prendono forma e delirio, pensiero e irrazionalità, in uno dei migliori film della stagione, che dopo la passerella al Festival di Cannes 2019, visto nella sezione Quinzaine des Réalisateurs, approda adesso (dopo Chili e Apple Tv) anche su Amazon Prime Video.

Sfondo dell’impresa è The Lighthouse (Il Faro), opera seconda del visionario Robert Eggers, scritta insieme al fratello Max, che dall’immersione nella foresta seicentesca del New England di The Witch, ci riproietta ancora indietro nel tempo, nel medesimo angolo di mondo, ora verso la fine del 1890. 

Una ghost story a tinte horror che davvero sembra essere uscita da un vecchio racconto marinaro, pieno di presagi, simbolismo e leggenda. Nello scenario di un'isola costiera (la pellicola è stata girata in Nuova Scozia, in Canada, tra Halifax e lo splendido Cape Forchu) ecco allora i soli protagonisti ad entrare nell’avventura: da una parte Ephraim (Thomas) Winslow, ex boscaiolo, inviato lì per quattro settimane a dar man forte al più anziano custode, il barbuto Thomas Wake, un personaggio (si scoprirà) misterioso, bizzarro, tanto da nascondere in sé dei lati “mostruosi”. Una convivenza obbligata (e prolungata), piena di incarichi, ordini, ma che piano piano si svela in tutta la sua evoluzione alienante, e dove entrambi si disumanizzeranno a favore, e per via, di quella luce, un’attrazione da cui è davvero difficile sottrarsi.

Intorno a loro, lontani dalla civiltà, campeggiano invece i suoni della natura, la forza del vento, la tempesta, il garrito dei gabbiani, animali sacri e da non uccidere, poiché rappresentano le anime di chi è perito tra i marinai, il mare in burrasca, il canto ammaliatore del faro. Sta lì, forse, il senso di tutto, il disagio, la perdita della ragione (di chi alla fine?) e quell’istinto di sopravvivenza che li chiama a confrontarsi su ogni scena, dialogo, ubriacatura, accenno di ballata. L’atmosfera onirico–claustrofobica, un bianconero da antologia (grazie alla fotografia di Jarin Blaschke, nominato all’Oscar) e le interpretazioni straordinarie, fanno poi il resto, consacrando il film già tra i classici imperdibili. Disturbante e spiazzante.

Eggers (fermo sul nuovo set, The Northman, con Nicole Kidman, Alexander e Bill Skarsgård, ma proiettato già al remake di Nosferatu di Murnau) costruisce così il suo gioiello ricco di conflitti, superstizioni, giocando sulle ombre, i contrasti, i visi appena illuminati di chiaroscuri. Sono suggestioni, miraggi rarefatti, certe vibrazioni letterarie, da Melville a Stevenson, ma soprattutto alcune narrazioni popolari di Sarah Orne Jewett, i rimandi filosofici, i miti di Prometeo, “rubare il fuoco della conoscenza agli dei per darli ai mortali”, Proteo, o della sirena. Oracoli e segni. È la pittura di Van Gogh a dettare qualche sfumatura, nello specifico Il postino Joseph Roulin, i folk tradizionali, come ad esempio Doodle Let Me Go (Yaller Girls) di A. L. Lloyd, o How We Got Back To The Woods Last Year, i rimandi al cinema di Ingmar Bergman e Andrej Tarkovskij.

Ma gli umani, qui, diventano delle divinità, bestie multiformi, primordiali, incerti nel ridefinire la loro identità, assuefatti dai demoni che non smettono di tormentarli. Quei volti, così angoscianti, potenti, prendono le sembianze in primis di un baffuto, e irriconoscibile, Robert Pattinson, sdoganatosi da tempo dalle imprese vampiresche di Twilight, lanciatosi ormai nell’orizzonte che conta, voluto da grandi come Herzog, James Gray, Cronenberg (basterebbe rivedersi Cosmopolis o Maps to the Stars), ma già prossimo ad altrettanti attese da protagonista, Tenet di Christopher Nolan, e il nuovo The Batman, ereditando l’uniforme da Ben Affleck. E ovviamente di Willem Dafoe, la creatura (selvaggia) onnivora, l’attore per eccellenza a cui nessun autore vuole rinunciare per la sua capacità di traslare gli umori, e le sembianze di chi porta in scena.

Si divorano, quasi letteralmente, ed è una sfida emblematica tra due generazioni e stili d’eccellenza, chiamati a rischiare oltre il ruolo, negli abissi della propria profondità, paranoia ed enigmatica follia.

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