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Talenti nel mirino: Alberto Boubakar Malanchino

di Andrea Giordano - 15 Ottobre 2020

Alberto Boubakar Malanchino, giovane attore milanese, torna in onda da stasera, grazie a “Doc – Nelle tue mani”, la serie campione d’ascolto durante il lockdown, ispirata alla vera storia del medico Pierdante Piccioni. Lo abbiamo incontrato, seppur virtualmente, sul set della seconda stagione di “Summertime”: l’occasione giusta per parlare di vita, attualità, aspirazioni, presente e futuro.

Cinema, teatro e tv, portati avanti con impegno e responsabilità, una parola a cui, come attore e uomo, non smette di dare valore e senso. Dal set di Summertime 2, in Romagna (produzione Netflix), dove tornerà nel 2021 a far parte del cast nel ruolo di Antony, Alberto Boubakar Malanchino racconta di sè, e in particolare di Doc. - Nelle tue mani, accanto a Luca Argentero, la serie medical drama ispirata dalla vera vicenda di Pierdante Piccioni. Una prima stagione divisa a metà causa Covid, ma che adesso riprende (da stasera) la messa in onda su Rai 1, in cui lui, nei panni di Gabriel Kidane, aspirante tirocinante di medicina interna, riprende il camice bianco. Una storia artistica partita qualche anno fa, studente, alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano (lui vive a Cernusco sul Naviglio), il trampolino cruciale nel determinare un percorso graduale e mirato, lo stesso dove è riuscito a farsi dirigere da nomi come Moni Ovadia, spaziando nelle produzioni più diverse, anche di animazione, tra i doppiatori de La famosa invasione degli orsi in Sicilia. Voci, voce, la sua, tutta da ascoltare ora, a da cui prendere esempio.

Iniziamo da Doc: cosa ti ha catturato del personaggio?
Gabriel è stato estremamente importante e complesso, la sua bellezza sta nel fatto che riesce ad abbattere molti stereotipi. Lui è un ragazzo di origini etiopi, cresciuto però in Italia, nel Nord, è una persona ambiziosa, che vuole fare bene il suo lavoro. Secondo me è uno dei primi personaggi che, insieme ad altri colleghi (penso a un’altra serie come Nero a metà) iniziano ad essere e a rappresentare una nuova frontiera per quello che riguarda un modo diverso, alternativo, di essere italiani, di avere una certa italianità dentro di sé. Da quel punto di vista ha rappresentato una grande responsabilità portarlo sullo schermo.

Origini diverse, storie simili, e qualcosa in comune: ti rivedi un po’ in lui?
Ho un percorso di vita differente è vero, io sono misto, padre italiano, mamma del Burkina Faso, ma caratterialmente lo sento accanto. Lui è un perfezionista, ama follemente quello che fa, e io sono così. Sembra apparentemente duro, anche molto in difensiva, ma dentro di sé cela un aspetto sensibile, a tratti vulnerabile, rivedo delle somiglianze.

Il perfezionismo è una forma di disciplina, immagino che nel tuo caso arrivi dall’esperienza a teatro?
Tutto parte dalla Paolo Grassi di Milano, l’accademia dove ho studiato. Sai, quando una persona affronta un percorso di questo tipo è praticamente inevitabile dedicarsi interamente al proprio lavoro, perché è la tua passione, la tua personale vocazione, quindi sì, è faticoso, ma non nel senso negativo del termine. Il percorso è stato pieno di sacrifici, sofferenze, ma mi hanno aiutato nella crescita artistica, riuscendo a entrare più a fondo in un personaggio.

Recitazione come piano principale, o volevi fare altro?
Quando ero piccolo, durante le scuole medie, mi sarebbe piaciuto fare l’alberghiero. Amo cucinare, per gli altri, per me, poi, però, per una serie di ragioni, ho fatto ragioneria. Lì, in parallelo, è partito l’ interesse per la recitazione facendo dei piccoli corsi e laboratori a scuola, all’oratorio, scoprendo che era qualcosa di affine.

Quando è avvenuto il vero clic illuminante?
Frequentavo la quinta superiore. Come tutti in quel momento non sapevo cosa avrei fatto, non che dopo si capisca fino in fondo (sorride, ndr), lì c’era una mia insegnante, ci portò a vedere Le allegre comari di Windsor di Shakespeare al teatro Leonardo, sempre a Milano, messo in scena dalla compagnia Quelli di Grok. Mentre per i compagni fu una settimana dove alcuni sceglievano di seguire marketing, psicologia, o fermarsi, io ebbi la mia rivelazione. Dissi “voglio fare questo, voglio stare su un palcoscenico e recitare”.

Pensando a un film come Easy Living, mi chiedo quanto le scelte, per te, vadano di pari passo con gli ideali in cui credi.
Molto, e spero nel tempo, andando avanti, di avere sempre più la possibilità di fare scelte di questo tipo. Talvolta ne parlo con altri colleghi, amici, neri, mixed, di origine asiatica: abbiamo una doppia responsabilità.

Quale?
Prendere coscienza che siamo tra le primissime generazioni di afro discendenti (nel mio caso) che lavorano in questo settore in Italia. Non che prima non ce ne siano stati, anzi, abbiamo avuto esempi importanti, alcuni però troppo isolati. In questo momento storico, però, stiamo iniziando a essere un po’ di più. Quindi c’è la responsabilità di creare una narrazione diversa per quello che riguarda certe tematiche. Detto questo sono convinto che le forme d’arte debbano essere inclusive, come anche gli argomenti. Easy living è stata una bella parentesi, trattava il tema della migrazione mitigato attraverso l’amicizia, verteva su altri giochi e su ferite che non volevano ridicolizzare o ridimensionare un tema invece molto importante, ma anzi lo mettevano sotto una prospettiva bella e diversa.

Summertime, seguendo il principio, va in questa direzione, no?
Sono orgoglioso di farne parte, insieme a due protagoniste, ragazze miste come me. La scelta coraggiosa alla base è che la sceneggiatura non verte sul contestualizzare la loro origine, sono italiane, dunque può esistere una società in cui si parla di temi a 360°, uno non esclude l’altro.

Ti ha portato a una piattaforma internazionale, una bella emozione immagino.
Da fruitore di Netflix, finirci dentro è stato un salto entusiasmante. La sfida maggiore è stata riuscire a interpretare un personaggio maturo, che ha più anni rispetto ai miei, e toccare delle corde, a cui, io Alberto, non sono abituato: la paternità, il senso di responsabilità nei confronti di chi è più piccolo di te. Lì ho iniziato ad attingere anche alla mia sfera personale. Nella seconda stagione, per quello che posso dire, ci sarà più spazio per noi “grandicelli”, nel recitare, giocare su delle sfumature, chissà forse da guida o apripista...

Parliamo di serie tv: quali sono quelle che ti hanno “scosso” recentemente?
In quarantena mi sono recuperato tutto Mad Men, l’avevo interrotta anni fa, ma riprendendola dall’inizio è stato un momento catartico. E poi When They See Us is, un pugno nello stomaco. Poi mi sono dedicato anche ad alcune serie più leggere, Stranger Things, Modern Family. Se devo indicare la preferita c’è sicuramente Scrubs: sono cresciuto guardandola, con alcuni amici non smettiamo di recitarne dei passaggi.

Prima, riferendoti agli anni di studio, parlavi di sacrifici. A cosa ti riferivi?
Venendo da una famiglia modesta, per pagarmi gli studi ho sempre lavorato, come fanno altri migliaia di ragazzi. Frequentavo l’Accademia, 8- 10 ore al giorno, e dopo andavo magari a fare il magazziniere, il commesso, ma farlo a 19-20 anni, è stata comunque una scelta importante. A differenza di alcuni compagni, stavo costruendo un certo tipo di percorso basato unicamente sulle mie forze. Oggi essere parte di una categoria come quella degli attori, non tutelata al 100%, non è sempre facile, il Covid, per fortuna, ha scoperchiato questo vaso di Pandora.

Il teatro: lo riprenderai grazie a Verso Sankara, in una versione aggiornata.
Dobbiamo confrontarci col regista, Maurizio Schmidt, ma l’idea c’è. Purtroppo la stagione si è interrotta. Narrare riguardo al Burkina Faso è come parlare della mia seconda casa, è un paese atipico, simbolico, molta gente che viene qua arriva da quelle zone, o da Mali, Senegal. Per questo mi sembrava importante fare un certo tipo di divulgazione, senza drammoni esistenziali, ponendo una riflessione di fondo sul perché si siano create certe condizioni socio-culturali, politiche ed economiche.

Tu eri stato lì per fare ricerca.
Sì, lo dico nel monologo. Andai là due anni fa, mancavo da dodici, c’è ancora mio nonno, gran parte della famiglia. Tornarci, come dire, è stato impattante. Lasciandolo con gli occhi di adolescente, ho ritrovare da adulto un paese cambiato, diverso, la città sembrava pure più piccola. Ovviamente mi sono reso conto che dietro a questo paese, ci sono forze politiche che impediscono di svilupparsi, di renderlo indipendente, autonomo. Vivendo in Italia si hanno solo delle informazioni, quando sei lì invece, dall’altra parte, ti accorgi della realtà e molto non arriva, non passa, è stato illuminante riabbracciare il paese in quel mese e mezzo. E poi abbiamo incontrato la famiglia di Sankara, il presidente, da cui ci ispiriamo per il nostro spettacolo.

Maestri e punti di riferimento: quali sono (stati)i tuoi?
Gli insegnanti della Paolo Grassi, capaci non solo di mostrarti la tecnica, ma anche una buona dose di umanità. Poi, beh, sarebbe bello lavorare con Denzel Washington, lo considero un grande esempio. Ma di quelli ne ho trovati anche facendo arti marziali, karate, judo, persone in grado di spingerti fisicamente e mentalmente.

Come mai questo sport?
Era facile avvicinarsi, l’avevamo in casa, il nonno è cintura nera, papà quasi, io l’ho portato avanti per 12 anni. Ero davvero un agonista, passavo ore nelle palestre, l’avrei voluto sperimentare professionalmente, ma forse non mi sarebbero bastate sette vite. Chissà, se avessi avuto un percorso lineare..

Qualche settimana sul tuo profilo Instagram, abbiamo letto un lungo post riguardo all’omicidio di Willy Monteiro. Quanto ti ha colpito, e come stai vivendo i rinnovati Black Lives Matter?
Partiamo da ciò che è successo a George Floyd: ha toccato me e altri ragazzi al punto che non ho ancora trovato amici che nn si ricordino cosa stessero facendo in quel momento, un evento in grado di farci sentire parte di qualcosa di grande, di un movimento planetario. La riflessione è comunque agghiacciante, quella di pensare che servisse purtroppo una morte, in America, per parlare di razzismo in Italia. Veniamo da una storia socio-culturale diametralmente opposta, abbiamo altri tipi di problemi, ma il razzismo che viviamo a casa nostra è comunque frutto di una storia differente, ma che, non per questo, deve essere meno riconosciuta. Riguardo a Willy ho scritto invece che ciò che è avvenuto nasce anche per via di una società machista, che mette al centro il culto dell’estrema forza fisica, una società molto repressa. E davvero non smetto di pensarci: in Italia esiste inoltre un fattore di microcriminalità e di micro violenza di cui si parla troppo poco.

L’anno che verrà: cosa ti auspichi?
Di continuare semplicemente a fare questo mestiere, e magari di realizzare dei progetti d’autore, lavorando con persone che stimo o con i quali sono davvero cresciuto: Paolo Virzì, Marco Tullio Giordana, Spike Lee, i fratelli Dardenne. Il cinema più inclusivo, quello sì, che ha voglia di osare, con coraggio e senza paura.

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