Alejandro Speitzer

Alejandro Speitzer

Il nuovo sex symbol (ma lui si confessa timido) del cinema messicano a 25 anni ha già una carriera ventennale alle spalle, cominciata per caso, da piccolo, nelle telenovelas e proseguita fino al successo al cinema e nelle serie tv, dal thriller all’amato western

di Roberto Croci

Il ruolo da protagonista della serie thriller Netflix Oscuro desiderio – cult seguito da oltre 100 milioni di spettatori in 77 Paesi – ha fatto subito guadagnare ad Alejandro Speitzer il titolo di sex symbol della nuova generazione Latinx. Lui però dissente. «Guardando lo show capisco che potrebbe sembrare così, ma la realtà è un’altra: sono un timido, non mi piace mettermi in mostra; è stata mia mamma Gina a insegnarmi che l’umiltà è una virtù essenziale nella crescita di un uomo». 

Con il fascino e i sex symbol, almeno del cinema, Speitzer ha una relazione di lunga data: «È cominciata guardando Salma Hayek sul red carpet. Avevo 5 anni quando la vidi posare per i fotografi alla première del suo film Nel cuore della città - Midaq Alley (1995), oggi un classico del cinema messicano. Vedendola così bella e impegnata, ho sognato di poter essere in quel film, al suo fianco. Il suo personaggio era intenso, drammatico, e affascinante». Nello stesso anno il piccolo Alejandro, finito sul set accompagnando il fratello (anche lui attore) al casting di Rayito de luz, un’importante soap messicana, viene scritturato e diventa uno dei “ragazzini” più visti alla tv messicana. «È stato però solo qualche anno dopo, guardando Bronx di Robert De Niro, che ho deciso davvero di dedicare la mia vita alla recitazione». Ma, insomma, questa etichetta di sex symbol come la vive? «Credo che la bellezza nasca dentro di noi», risponde salomonico. «La mia luce interiore risplende solo se mi sento bene con me stesso. E poi, la bellezza è un concetto astratto, ogni persona ha i propri gusti. Sono invece sognatore, romantico, sentimentale e con la lacrima facile».

La fama e il successo venuti con i primi film in Messico e in Spagna, le tante produzioni tv, poi l’approdo a Netflix (dove è stato protagonista anche della miniserie Qualcuno deve morire) non hanno cambiato le regole di vita del ventisettenne attore messicano: «Lavoro duro, non scordo mai le mie origini e, soprattutto, quanto ho faticato per arrivare fin qui. Ho ben chiaro che il tempo non torna mai indietro e quindi se devo fare qualcosa, devo farla bene, in armonia, dando il meglio di me stesso senza pormi dei limiti».

Cóyotl, per parlare dell’oggi, è il suo nuovo impegno tv, ancora da protagonista. «È una serie fantasy di HBO girata completamente in Messico», spiega. «Cóyotl è il primo supereroe messicano, qualcosa di decisamente atipico per l’America Latina». Lo spunto della serie viene dalla mitologia messicana, secondo cui ogni persona, quando nasce, eredita lo spirito di un animale – il Nahual – che ha il compito di proteggerlo e guidarlo. «Nel caso del mio personaggio, hanno deciso che fosse un coyote. Sono animali cauti e attaccano solo nel momento più critico e necessario. Cóyotl è un prodotto culturalmente e socialmente importante, la narrativa televisiva sta cambiando, e le grosse produzioni televisive hanno capito che esistono differenti pubblici che chiedono storie legate ai loro background, dalla black culture fino a quelle messicane e del Sud America». 

L’ambito è fantasy, ma l’impegno di Speitzer è quello di sempre: «È un ruolo che prendo molto seriamente, spero di ispirare le giovani generazioni a impegnarsi per un nuovo dialogo con le minoranze e in generale le etnie meno rappresentate nell’industria del cinema e della tv. Sono nato a Culiacán, nello Stato di Sinaloa, purtroppo famoso per i cartelli del crimine, ma vorrei che la gente sapesse che queste zone afflitte dalla violenza hanno da offrire molto di più, anche creativamente». Tra i tanti generi in cui si è cimentato, Speitzer coltiva una particolare predilezione per il western. «Ho lavorato di recente in La Cabeza de Joaquín Murrieta, uno dei titoli più ambiziosi di Amazon, la prima serie western prodotta per l’America Latina, girata interamente in Messico. Era arrivato il momento di parlare del Far West dalla prospettiva latino-americana. 

In questa storia di eroi e desperados esce tutta la nostra diversità, ma anche la nostra tenacia, l’intelligenza, e la lotta contro la xenofobia, la cupidigia e il razzismo che hanno macchiato la Gold Rush ai confini fra Texas e la repubblica messicana, proprio dopo la fine della guerra messico-statunitense, a metà Ottocento». 

Per un attore giovane, eppure già con una carriera ventennale, la domanda è quasi d’obbligo: il regista preferito? «Il mio sogno», risponde e, parlando di western, pare inevitabile, «è poter lavorare con Quentin Tarantino, sono un suo grande fan da quando ero bambino. Ho una predilezione per Guillermo del Toro: è unico, elegante, con uno stile veramente particolare». 

Siamo su Icon, parliamo anche di moda, altro argomento che a Speitzer sta a cuore e non solo per essere il primo ambasciatore Bvlgari in Messico: «Mi ha permesso di esplorare nuovi orizzonti e di scoprire che la moda è anche forma di espressione, creatività», spiega. Come definirebbe il suo stile? «Eclettico, camaleontico, anche se alla fine amo i tagli classici». 

Come sceglie i suoi outfit in società, visto che, a casa, confessa di preferire «uno stile casual, jeans e T-shirt oversize»? «Dipende dalle occasioni: quando occorre sono in doppiopetto, frac o smoking, ma mi piace anche sperimentare, soprattutto con i colori e le proposte dei nuovi designer non ancora affermati». Qualcosa che non può fare a meno di indossare? «Amo i gioielli in generale, ma soprattutto gli anelli, non esco mai senza uno al dito».

In tutto il servizio Alejandro Speitzer indossa abiti Dior. Gioielli Bvlgari, costume Osklen. Photos by Bruce Weber, Styling by Ana Brillembourg Alejandro Speitzer’s personal stylist: Victor Blanco. Hair: Johnny Caruso. Make up: Tina Echeverri. Styling assistant: Lina Montes