CAPO PLAZA

CAPO PLAZA

Amore incondizionato per il rap, saggezza street, rifiuto dei compromessi e delle tentazioni pop ne hanno fatto, a 24 anni, un artista vero. Nonostante il successo, però, nelle sue canzoni c’è ancora tanta rabbia: da dove arriva? «Dal mondo dello spettacolo, che ha gli stessi difetti della strada: chiunque può tradirti»

di Patrizio Ruviglioni

A un certo punto Capo Plaza poteva lasciare la trap e diventare il nuovo, grande nome del pop italiano. Era l’estate del 2018, l’autostima gli bastava già da farsi chiamare “giovane fuoriclasse” nonostante il suo album d’esordio, Venti, fosse appena uscito, e il ritornello micidiale di Tesla lo portava per la prima volta in radio. Con i brani precedenti, inni da battaglia con l’attitudine da case popolari, aveva conquistato milioni di ragazzi su YouTube, ma lì avrebbe potuto aprirsi a sonorità orecchiabili come altri artisti hip hop per arrivare ad ascoltatori più adulti, generalisti. «E invece non ci ho mai neanche pensato», racconta mentre si prepara una sigaretta, sdraiato su un divano dopo lo shooting per Icon. «Il rapper deve rimanere rapper. Infatti uso parole taglienti e resto arrabbiato anche nei pezzi più commerciali». Ascoltare, per credere, l’ultimo Hustle Mixtape, dove i ritmi latini incontrano l’elettronica e le paranoie dell’autore.

Giacca Onitsuka Tiger, T shirt e pantaloni Versace, stivali Giorgio Armani

Ma quasi 50 dischi di platino dopo quella scelta, com’è che uno così sia riuscito comunque a trasformarsi in una macchina «da soldi»,tra l’altro in un Paese che «non capisce l’hip hop», lo deve spiegare lui stesso: «È merito della mia passione». Passione non per la “musica” – termine che non cita mai nell’intervista – ma per il “rap” e il suo mondo, abbigliamento soprattutto. Non è una storia qualunque: «Ho cominciato nel 2011, mentre il genere qui era impopolare. Oggi è diverso, tutti vogliono fare questo mestiere. Però chi ci prova solo per “diventare famoso” dura poco. Io spacco perché m’interessa il denaro, certo, ma a comandare è l’amore per questa cultura». Invece la credibilità, dice, non è questione di quanto sei cattivo (lui lo sembra) o criminale, ma di fedeltà a sé stessi. «Sono quello che vedi, non un gangsta rapper. Fin da piccolo mi hanno sempre detto di astrarmi dalla strada, di non fare cazzate, perché in me c’era talento».

Avevano ragione, infatti a Luca D’Orso – classe 1998, dal “blocco” di Salerno – il successo è arrivato già nel 2017 costringendolo «a crescere di corsa», quando emergere a quell’età era ancora un segno di predestinazione e i vari Blanco, thasup e Ariete non avevano monopolizzato il mercato. Ma più che voglia di futuro, in lui convivono vecchio e nuovo. La strada, per esempio, gli è rimasta nei valori a cui fa riferimento: la fedeltà; il «dire le cose in faccia»; un rispetto quasi religioso per la famiglia, i genitori; la convinzione che i soldi risolvano i problemi ma non portino la felicità; la certezza che fuori sia una vasca di squali e quindi meglio “non fidarti”, come recita il tatuaggio che ha sul palmo (uno dei tanti), «così quando stringo la mano a qualcuno lo vedo». Dall’altro lato, è attento alle novità, perché «bisogna stare al passo con le mode dell’hip hop», e a ciò che succede fuori dai confini nazionali. 

Camicia Fendi, jeans Dolce&Gabbana

Non parla sempre in italiano corretto, poi però scherza in inglese con il fotografo. Hustle Mixtape, per dire, raccoglie una serie di collaborazioni con artisti stranieri nate per dimostrare di essere al loro livello. Ma se per Roberto “Freak” Antoni, degli Skiantos, in Italia “non c’è gusto a essere intelligenti”, forse non ce n’è neanche a essere internazionali. «Già. Non credo che qualcuno mi venga a dire bravo per averci provato, anzi. L’ho fatto per me».

È proprio questo approccio, insieme a un amore senza condizioni per il rap, a una saggezza street e al rifiuto del compromesso («esistono solo gli estremi») a renderlo «un selvaggio» anche e soprattutto nel lavoro. Uno dei pochi in grado di fare scelte in controtendenza per non tradirsi, di rifiutare collaborazioni «perché quell’artista magari non mi piace come persona». Però non può neanche essere tutto qui. Parliamo di un ragazzo di 24 anni che ha realizzato un sogno, e per di più a modo suo: da dove provengono la rabbia alla base delle sue canzoni, l’espressione imbronciata che ha nelle foto? «Dallo stare nel mondo dello spettacolo. Ha gli stessi difetti della strada: chiunque può tradirti, ci sono tanti rapporti di convenienza e in generale devi stare attento. Ora vivo a Milano, le persone di Salerno con cui sono cresciuto hanno chiuso i rapporti con me. Ne ho costruiti di nuovi». 

Camicia Versace, T shirt e jeans Dsquared2

La passione comporta anche sacrifici, è il lato oscuro della fama, niente di nuovo. «Infatti va bene così. Di natura non sono mai contento, ma il successo è una benedizione, perché ti permette una vita tranquilla». Allora facciamo un gioco: e se la popolarità, i soldi e tutto il resto, ora, finissero? «Continuerei comunque con il rap. Lo farei per me, e per i pochi amici che rimarrebbero».

In apertura Giacca Louis Vuitton, tank top e jeans Dolce&Gabbana

Photos by John Balsom, styling by Edoardo Caniglia 

Grooming: Pierpaolo Lai @Julian Watson Agency. Grooming assistant: Dario Usai. Styling assistants: Claudia Scornavacca, Valentina Volpe. Location: Anticamera Location Agency (anticamera-location.com).