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Claudio Santamaria: “recitare è sapersi stupire ogni volta”

di Andrea Giordano - 30 Luglio 2020

Attore, doppiatore, ora anche scrittore e forse, chissà, pure futuro regista: Claudio Santamaria non mette paletti e si racconta a 360°, partendo proprio da uno dei suoi grandi eroi del grande schermo, Alberto Sordi, a cui dedicherà un omaggio, il 31 luglio, al BCT – Festival Nazionale del Cinema e della Televisione di Benevento.

L’unica cosa che siamo riusciti ad “estorcergli” è un in bocca al lupo, anzi all’Uomo Lupo, chiaro riferimento al suo prossimo ruolo, in uno dei titoli di stagione, Freaks Out (in sala dal 16 dicembre) nuova collaborazione con Gabriele Mainetti, dopo il successo (e il David di Donatello come miglior attore) per Lo chiamavano Jeeg Robot. Bocca cucita per il momento, ci sarà tempo. A scherzare nel finale dell’intervista è Claudio Santamaria, uno degli interpreti davvero più completi del nostro cinema e televisione (è stato un Rino Gaetano superbo) capace, senza alcun dubbio, di evocare i grandi del passato. Quarantasei anni appena compiuti, oltre venti di carriera, in cui è riuscito a districarsi agevolmente tra commedia e dramma, tra doppiaggio e teatro, tra autori come Muccino (L’ultimo bacio, Gli anni più belli), Michele Placido (il Dandi di Romanzo criminale), Ermanno Olmi (Torneranno i prati), Moretti e Daniele Vicari, in quel gioiello d’impegno com’è, tutt’ora, Diaz – Don't Clean Up This Blood, «uno dei lavori più forti e motivanti» ci racconta. In attesa di vederlo anche nella serie Inchiostro contro piombo, in cui interpreterà Vittorio Nisticò, storico direttore del giornale 'L’ora', sarà protagonista (il 31 luglio) al BCT - Festival Nazionale del Cinema e della Televisione di Benevento, in programma fino al 3 agosto. Lì, nel centenario della nascita di Alberto Sordi, gli renderà omaggio grazie a 'Alberto Sordi. 100 anni da re', il titolo della pièce teatrale, diretta da Massimo Cinque.

Dove nasce la passione per Sordi?
È uno di quei personaggi dello spettacolo che nella mia immaginazione ha mangiato milioni di volte a tavola con noi. Non saprei trovare un modo migliore per spiegarlo. I ricordi sono tanti, da quando ero ragazzino e passavano in televisione i suoi film, al primo che ho visto al cinema, insieme ai miei genitori: fu Il marchese del grillo. Quindi insomma è come raccontare la storia di un nostro famigliare.

Quindi è ancora una fonte di ispirazione?
Assolutamente, fa parte di quella categoria dei grandi talenti cui ci si continua a rifare, non tanto per imitarlo, ma per capirne la sua libertà artistica, la sua ecletticità, per il modo in cui ha saputo raccontare, con grande profondità, anche personaggi molto “piccoli”, meschini. Sapeva mettersi in gioco, utilizzando il corpo, la voce, e dava tutto se stesso. In questo senso è tutt’oggi un esempio.

Parlando di indipendenza artistica, recentemente l’abbiamo vista (insieme a sua moglie Francesca Barra, ndr) nell’ultimo videoclip di Achille Lauro, Bam Bam Twist. Com’è nata la collaborazione?
Quando ci ha proposto il progetto è stato facile dire subito sì, ancora prima di girare, il lavoro è stato comunque di studio della coreografia, preparata, e poi messa a punto. Ci siamo soprattutto divertiti ad entrare in questi personaggi (quelli di Vincent Vega e Mia Wallace legati a Pulp Fiction di Quentin Tarantino, ndr), e questa è una delle cose principali che un attore deve avere: la capacità e la voglia di osare, giocare con se stessi, e di sperimentare, perché se non si rischia, nell’arte, è meglio cambiare mestiere. Talvolta, invece, bisognare farlo, c’è più gusto nel risultato. Conosciamo da tempo Achille, si è distinto tantissimo, anche all’ultimo Festival di Sanremo, perché ha portato davvero qualcosa di nuovo. L’arte, un performer, talvolta, deve anche “svegliare”, dare un colpo al pubblico, deve divertirlo, farlo riflettere, pensare, emozionare e scioccare, farlo alzare dalla sedia, come dire, e secondo me c’è riuscito.

Lei suona diversi strumenti, come la tromba e la chitarra. La musica che valore ha?
La vivo come una necessità, chissà che non ci sia in futuro una possibile collaborazione con qualche altro artista.

La giostra delle anime, scritto a quattro mani con sua moglie, segna invece una tappa importante.
Lo considero un libro fondamentale per me, un grande passaggio, uno spartiacque. In passato avevo già scritto alcune cose per il cinema, il mio cortometraggio, diversi soggetti, ma l’esperienza di un romanzo prevede altro, coinvolge un altro tipo di scrittura, ecco perché avere una grande insegnante come Francesca, che è una delle mie scrittrici preferite come dico io, e che stimo davvero tanto, mi ha insegnato un metodo. Come artista è stimolante e non voglio abbandonarlo, anzi, le dirò, il mio percorso un po’ sta virando verso la scrittura e la regia, che è la cosa che mi interessa maggiormente in questo momento. Entrambe sono molto legate e aiutano a capire certe sfumature, l’approfondimento di alcuni personaggi, la descrizioni dei luoghi e degli ambienti.

Quali sono altri autori che predilige?
Herman Hesse, ho letto praticamente tutto, e poi Dostoevskij, il più grande di tutti i tempi, il Fellini, il Bach della letteratura, senza dimenticare Italo Calvino, i grandi classici, così Thornton Wilder, Carlo Lucarelli, John Fante, tutti nomi che mi porto dietro, vicini e contemporanei.

Recitare al contrario cosa le dà ancora?
Il fatto sta nel sapermi ancora emozionare. Mantengo uno sguardo fresco sul mondo, non perdo mai la curiosità di conoscere, la voglia fondamentalmente di imparare, è così che riesco a dare il meglio attraverso le cose che mi propongono, i progetti che arrivano. Avere ogni volta sempre un certo stupore, ecco, come trovarsi davanti ad un foglio bianco e non sapere come fare, e lì cominciare da capo tutte le volte.

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