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Talenti nel mirino: Francesco Di Napoli

di Andrea Giordano - 17 Novembre 2020

Francesco Di Napoli e il suo coraggio, nella vita, come nel suo bisogno di recitare. Dopo il debutto straordinario ne “La Paranza dei bambini”, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, è adesso tra gli interpreti principali di “Romulus”, la nuova serie internazionale, targata Sky, diretta e ideata da Matteo Rovere. Un salto nel passato, nel VIII secolo a.C, per prendere le misure, da protagonista, sul proprio futuro.

Tra mito e leggenda, tra bene e male, per connettersi a qualcosa di reale e al concetto (rivoluzionario) di epica. Francesco Di Napoli ha messo la quarta e prova a bruciare le tappe, con pudore e voglia di mettersi in discussione. Ora il gioco si fa (ulteriormente) serio, non che prima non lo fosse, perché quel debutto fulminante, da protagonista ne La Paranza dei Bambini, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano, lo ha segnato, regalandoci un talento inespresso, nascosto, che aveva solo bisogno di attenzione e spinta. Grazie al ruolo di Nicola, baby delinquente in una Napoli divisa dai clan e dal desiderio di emergere, ha scritto il primo importante passaggio della sua vita, rivelando, peraltro alla Berlinale di due anni fa, qualcosa di speciale. 

Adesso è arrivata l’occasione inattesa, quella che lo ha fatto capitolare nei confronti della recitazione: Romulus, la nuova serie in onda su Sky Atlantic (in streaming su Now Tv), diretta da Enrico Maria Martale, Michele Alhaique e Matteo Rovere, qui showrunner, già artefice de Il Primo Re, e di un lavoro ambizioso e innovativo.

Giustizia e ingiustizie, crisi di valori, rinascite di altri, il mondo arcaico e selvaggio, nel Lazio del VIII secolo a.C., diventa così la metafora per riflettere sulla storia, (re)immaginata attraverso un percorso di contaminazione ed osmosi, raccontando iniziazioni, rituali, paura, maturazione e coraggio. Ed è proprio in quell’universo, accanto ad Andrea Arcangeli (tra le cover story dell'ultimo Icon) e Marianna Fontana, che Di Napoli, recitando in protolatino, prende le sembianze di Wiros, il cui percorso, partito da schiavo, lo vede invece gradualmente emergere trovando la propria identità e luce. Un po’ come lui, che di strada spianata, a partire da oggi, ne avrà da percorrere.

Che sensazione hai provato quando hai capito di essere tra i protagonisti?
Non lo avrei mai immaginato, è un sogno che si realizza, un regalo. Wiros, poi, è un personaggio che fin dall’inizio, leggendo la sceneggiatura, è stato anche il mio preferito, perché, da schiavo com’è, non conosce la sua forza interiore, la sua astuzia, e dunque intraprende un percorso radicale, di consapevolezza riguardo alle proprie potenzialità. Penso che entrambi, parallelamente, siamo cresciuti. Il destino, come dire, c’ha uniti.

Da La Paranza dei bambini ad oggi sembra passata una vita, quanto sei cambiato davvero?
Da quando sono entrato sul set di Romulus, ho detto “questo è il mio mondo”. Qui tutto è diventata una grande scuola nella quale imparare, assorbendo consigli da registi, attori, ma io sono fatto così, non mi vergogno nel dire che non so qualcosa, o che non l’ho vista, semplicemente osservo, ascolto, e imparo in fretta. Quando Claudio Giovannesi mi scelse al primo provino, diceva che ero molto spontaneo, non capivo cosa davvero trovava in me, anzi avevo dei dubbi su cosa sarebbe venuto dopo. Ora lo so: il cinema è qualcosa da scoprire mentre lo sperimenti.

Vorresti continuare?
Mi piacerebbe, magari prendendo di petto qualche paura, tipo il teatro.

Come mai?
Potrei stare davanti alla telecamera per delle ore, mentre invece mi intimidisce il rapporto col pubblico, la diretta, senza possibilità di sbagliare, metterebbe ansia. Eppure voglio provarci, sarebbe un bell'antidoto contro certe fragilità che mi porto dietro.

Qual è la cosa che più ti piace del recitare?
Il fatto che puoi vivere la vita degli altri, senza conseguenze o rimorsi.

Tu hai cominciato a lavorare fin da giovanissimo, prima cameriere, dopo in pasticceria. Cosa ricordi di quel periodo?
Tanto stress e fatica, anche se la cucina tutt’ora è una passione che non vorrei perdere. Avevo 15 anni, iniziavo alle 4 e mezza del mattino, l’ho fatto per sei-sette mesi: preparavo i cornetti artigianali per le colazioni, la piccola pasticceria, quella che mi viene meglio a dir la verità (ride, ndr). Fuori era ancora buio. Tornavo a casa stanco, dormivo di pomeriggio, e nuovamente mi svegliavo, questo per qualche centinaia di euro a settimana. Ne ho fatti di sacrifici, è vero, ma non li rimpiango, sono serviti a farmi maturare in fretta, a rimanere con i piedi per terra, a non dimenticare da dove vengo: partire dal basso, arrivando a questa carriera, mi rende solo orgoglioso, spero che possa succedere ad altri ragazzi come me.

Hai avuto pure una parentesi calcistica, ma dopo qualche tempo hai smesso: come mai?
Facevo il portiere, poi due-tre anni come attaccante. Ne ero appassionato, adesso non lo seguo più, da spettatore vedo troppe cose che non mi piacciono, quindi ho perso interesse.

Nessun calciatore a cui guardavi?
Maradona e le sue emozioni. Nonostante non lo abbia vissuto, per la mia generazione, per me, guardando le sue giocate, è stato comunque una fonte di ispirazione, un idolo, e lo rimarrà per tutti i napoletani.

Toniamo al cinema: a livello di attori, chi ammiri maggiormente?
Alessandro Borghi. L’ho conosciuto solo una volta, e mi sono letteralmente innamorato del suo stile. È una persona squisita, perché sa trasmettere, anche a livello umano, qualcosa di speciale ed unico. Oltre confine direi Robert De Niro. Pensare che avevo in camera il poster di Taxi Driver: lo vidi da bambino, mi piacque molto, anche se non ne capivo il senso, l’impatto dei personaggi, la drammaturgia. Ora ne riconosco però la forza.

Cosa ti piacerebbe interpretare, pensando al futuro?
Qualcosa di biografico, un personaggio esistito o vivente. Vorrei confrontarmi soprattutto col reale, fare ricerca attraverso storie diverse, piene di verità, come quella di un operaio ad esempio.

Dopo Matteo Rovere, c'è un regista col quale ti piacerebbe collaborare?
Paolo Sorrentino: condividiamo le stesse radici, lo vedrei come un onore immenso.

Il 2021 segna i tuoi primi 20 anni: come li festeggerai?
Rimanendo concentrato. Se prima avevo una vita monotona, mi sentivo inadatto, insicuro, fuori luogo, ora non voglio perdere più occasioni. Il cambio di marcia, mentale, emotivo, lavorativo, sta avvenendo, e bisogna portarlo avanti. Forse il bello di questo mestiere è non aver paura di ciò che si è, e che si può diventare.

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