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Lo sguardo di Giorgio Pasotti

di Andrea Giordano - 12 Giugno 2020

Dopo lo splendido debutto da regista avvenuto nel 2015 con “Io, Arlecchino”, Giorgio Pasotti torna dietro la macchina da presa grazie ad “Abbi fede”, una commedia agrodolce, visibile su RaiPlay, dove tra ironia, fede e rinascita, si riconnette da grande all’attualità.

Discreto, riservato, colto, pieno di passioni e intuizioni, un attore, che prima di essere artista vero, sa trasmettere soprattutto la propria umanità. Fiero nel parlare della sua Bergamo, decimata dal Coronavirus, e nel quale ha perso una zia, vittima, tra le tante, portate via dai mezzi miliari. Un’immagine che ha fatto il giro del mondo. Ma Giorgio Pasotti è molto di più, perchè fa parte di quegli interpreti di razza che nel tempo, fin dai suoi inizi, non ha mai smesso di essere protagonista, ricercato, complice.

Lo ha mostrato, tra cinema e tv, in titoli come Dopo mezzanotte, I piccoli maestri, L’ultimo bacio, Le rose del deserto, La grande bellezza, collaborando con autori come Luchetti, Muccino, Monicelli, Sorrentino, indossando pure i panni di Garibaldi e del David Copperfield di metà '800. Con Io, Arlecchino, nel 2015, focalizzato sul tema della paternità, è arrivato anche l'ottimo debutto da regista, tanto che ora ci riprova grazie ad Abbi fede, scritto, diretto e interpretato, basandosi sul film Le mele di Adamo di Anders Thomas Jensen, visibile su RaiPlay. Una commedia grottesca in cui è Ivan, sacerdote dotato di una fortissima fede in Dio, la cui, incrollabile, convinzione verrà messa alla prova dall’arrivo di Adamo-Claudio Amendola, un neofascista assegnato alla sua comunità di recupero.

Sono passati cinque anni dal debutto dietro la macchina da presa, come mai così tanto?
Mi sono concentrato sugli impegni dovuti alla recitazione, lavorando tanto, poi, però, ho deciso di fermarmi per un anno. Scrivere, realizzare, montare un film è comunque una scelta ponderata, nasce dall’esigenza di voler raccontare una storia, e devi prenderti il tempo giusto, è un pezzo della tua vita, una parentesi dal tuo lavoro normale, quello che sostanzialmente ti dà da mangiare. Fortunatamente sono sempre stato mosso, e spinto, dal desiderio di fare ciò che mi piace, e che soprattutto io vedrei come spettatore.

L’ispirazione è arrivata da una pellicola del 2005, cosa l'aveva attratto allora?
Partiamo dal fatto che sono un fan della cinematografia scandinava, da Ingmar Bergman in avanti, e dal fatto che riescono a toccare corde particolarmente intime. Me ne innamorai completamente, rappresentava molto bene quel tipo di società, e mi colpì, pur in alcune scene drammatiche, per l’ironia. Raccontava di derive, estremismi religiosi e politici, lo trovo più attuale oggi, rispetto all’uscita originaria, ma qui, al contrario, nel diversificarlo, abbiamo cercato di colorarlo, dandogli una connotazione brillante e grottesca.

Si parla di religione. Lei che rapporto ha con la fede?
Sono un cattolico poco praticante, ma credo di avere una profonda fiducia in quello che possiamo chiamare Dio. La mia idea di fede è credere fortemente, in maniera estrema, in qualcuno o qualcosa, e di questi tempi dovrebbe aiutare. Vorrei che il film lo vedessero i ragazzi, gli adulti, e portasse loro un messaggio di ironia, felicità, svago, in un momento in cui ne abbiamo davvero bisogno.

La cosa che traspare è una certa fisicità, anche nel modo di dirigere. È un ruolo che sente addosso?
Assolutamente sì. Realizzare una pellicola vuol dire assumersi, seriamente e intimamente, delle responsabilità nel raccontare delle storie, secondo il tuo punto di vista, per farlo hai bisogno di certezze, di imparare, ma devi sentire veramente quella necessità. Parto avvantaggiato, pensando ai set, alle esperienze fatte, anche tecnicamente, ero più consapevole di come far funzionare la macchina, però è ovvio che c’è sempre bisogno di una maturità intellettuale Lo spunto nasce da quello, mi viene spontaneo, per cui non è del tutto razionale.

Come avviene il suo processo creativo?
Di base cerco di portare nella regia qualcosa che abbia a che fare con il ritmo, dettato dalla musica e dalla stessa recitazione, la cosa importante è avere un disegno nella testa, poi vengono i contenuti. Conservo una disciplina, imparata per almeno metà della mia vita, e raggiunta una certa età, beh ti rimane dentro, e diviene parte essenziale di ciò che sei. Ho molto rispetto per ciò che faccio, e in questo caso mi affascinavano i temi trattati, non volevo veicolarli frettolosamente, hanno avuto bisogno di sedimentare, il rischio sarebbe stato di sbagliare o di proporli in maniera troppo superficiale.

Da ex sportivo, non le piacerebbe l’idea di portare in scena una storia incentrata in quel settore?
Esiste, è incentrato sul motociclismo, un confronto generazionale, da Giacomo Agostini e Valentino Rossi, Rimane nel cassetto diciamo. Ho imparato in fretta che non bisogna affezionarsi troppo alle storie, ne partorisci molte, altre non riesci a realizzarle per mille motivi, tempi, ricerca fondi. Quando penso a Giuseppe Tornatore e al suo progetto, incompiuto, sui 900 giorni dell’assalto nazista a Leningrado, la cosa mi conforta. Vengo da una mentalità sportiva, so cosa significa avere dedizione in un obiettivo, anche complesso. Prima o poi riuscirò a farlo.

Quanto ancora riesce a sorprendersi rispetto a quello che fa?
Il vero miracolo è riuscire a rispettare l’idea originale e che ho nella mente, quando, poi, come per questo film, ci riesci, ne vado fiero. Amo analizzare tematiche capaci di scuotermi, riflettere, appassionare, su cui ho molte più domande, dubbi, che certezze.

Come attore, invece, dove potremo vederla?
Tornerò a Napoli, per concludere le riprese di una serie tv per Rai 1, Mina settembre, tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni, e nell’immediato, quanto prima, tornerò in tournée teatrale, in Amleto, insieme a Mariangela D’Abbraccio, diretto da Francesco Tavassi. Oggi parlare di futuro sembra impossibile, quindi ragiono passo per passo.

Set e palcoscenico: quanto è cambiato l’interagire con il pubblico?
Credo di aver fatto tante cose diverse tra loro, da lavori autoriali come La grande bellezza, lavorando con autori come Muccino, facendo parte di successi incredibili come Distretto di polizia, il teatro, ultimamente diventando “famoso” nella pubblicità della Mulino Bianco. Non riesco a definirmi. Quello che posso dire sinceramente è il fatto di aver sempre inseguito la qualità, talvolta, magari sbagliando, altre scegliendo strade giuste, ma sempre progetti stimolanti, che portavano con sè un aspetto culturale, qualitativo, alto. La mia è una grande passione, un bellissimo hobby, diventato, grazie a Dio, un lavoro, ma non ho mai pensato alla notorietà, ai soldi. Chi possa incuriosire esattamente quello che faccio, questo non lo so, mi piacerebbe dire tutti.

Se ripensa, un attimo, a questi mesi di isolamento forzato, cosa le viene in mente?
Ho rivisto e ripensato a quello che dovrebbe essere la ripartenza del cinema, tv, e intendo tecnica, regolamenti e contenuti, da questo punto di vista, dovremmo recuperare altri valori, spunti, non legati solo all’aspetto di intrattenimento. La follia che ci è capitata genera riflessione, seppur nella leggerezza, e dovremmo affrontare argomenti diversi, sollecitare dibattiti, perché, come diceva Ermanno Olmi, «l’arte, in qualsiasi forma, dovrebbe servire a stimolare un pensiero.» Lui, e Mario Monicelli, due grandi riferimenti, sarebbero state le prime persone a cui avrei fatto vedere i miei film, ma sempre con una grande paura del loro giudizio.

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