Jan Lisiecki

Jan Lisiecki

Rifiuta l’etichetta di enfant prodige ma debuttare in concerto a soli 9 anni dimostra un talento naturale fuori dal comune. All’età di 13 ha iniziato a viaggiare per il mondo esibendosi nei teatri più prestigiosi. E oggi, a 26, è riconosciuto come uno dei più grandi pianisti del nostro tempo

di Corinne Corci

Prima che Jan Lisiecki provasse anche solo a immaginare di suonare con un’orchestra, lo stava già facendo. A 9 anni, e con una partitura di Mozart. «Il pianoforte è stato solo lo strumento con cui ho iniziato, ma da allora sono diventato intimamente connesso con tutto quello che poteva darmi». Lisiecki, pianista canadese della provincia di Alberta nato da genitori polacchi appena 26 anni fa, è abituato a programmare. A sapere dove sarà e soprattutto cosa suonerà con anni di anticipo. Ma dallo scorso anno la sua vita, come la nostra, è stata sconvolta professionalmente e personalmente tra spettacoli annullati, viaggi ridotti e il rinvio di un tour in Corea del Sud. «Per questo mi sono adattato all’incertezza e alle occasioni che bisogna saper cogliere, di questi tempi», racconta durante il tour in Europa, dove appena ha tenuto una serie di concerti: quello per pianoforte n. 2 di Rachmaninoff in Spagna, quello di Grieg con l’Orchestra RAI di Torino ma solo per la messa in onda, e due con pubblico dal vivo, in Polonia.

Nel 2012, recensendo il suo concerto con la New York Philarmonic, il New York Times lo definì “il pianista che sa fare in modo che ogni nota conti”, ed è ciò a cui si pensa ascoltando i suoi movimenti al pianoforte, freschi, chiari, quasi luminosi da avere un corpo e una forma. Come nel Piano Concerto No. 5, Adagio un poco mosso, contenuto nell’album Beethoven sulla sua esibizione alla Konzerthaus di Berlino nel 2018: quando gli archi fanno spazio alle sue prime note, entra Lisiecki senza alcuna presunzione ed è come se l’aria si completasse. Ha iniziato le lezioni a 5 anni e ha debuttato in concerto quattro anni dopo, rifiutando sempre l’etichetta di enfant prodige. «Il mio “debutto” è difficile da individuare, perché non c’è mai stato un lancio esplosivo, o un’ondata improvvisa che mi abbia travolto. Non ho mai veramente desiderato diventare un pianista. A un certo punto la realtà ha semplicemente superato i miei sogni».

Quindi la musica ha iniziato a diventare una parte di lei, gradualmente. Perché?

Sono stato attratto dalla sua ambiguità, dalle infinite possibilità che esistevano, dalla mancanza di un vero “giusto” o “sbagliato”. Eccellevo in matematica, ma lì i risultati sono neri o bianchi, come per il nuoto o lo sci, in cui “giusto” vuol dire essere il più veloce. Nella musica invece è una questione di percezione. Quello del mondo musicale è un percorso insolito, ma in cui mi ci sono trovato molto. È come passare dal dietro le quinte, non dal tappeto rosso, e farsi spazio.

C’è stato un momento in cui si è accorto che stava trasformando il “semplice” suonare in una professione?  

Non c’è stato un momento specifico. A 13 anni, viaggiare per il mondo ed esibirmi è stata un’avventura enorme, ho scoperto che una performance tira l’altra, e così via. Sono il primo nella storia della mia provincia ad aver saltato completamente quattro classi, iniziando il liceo all’età di 9 anni, e ho continuato a studiare tanto nonostante questa vita un po’ diversa da quella degli altri. Mi sentivo come se i miei concerti e i viaggi fossero una sorta di ricompensa per essere un bravo studente.

A proposito di vita un po’ diversa, è riuscito a trovare lo spazio per maturare altri interessi?

Sì, anche se le mie giornate non hanno mai abbastanza ore! Ho sempre amato viaggiare, e nelle pause dei concerti cerco di vedere il più possibile. Sono stato in 92 Paesi, in Siberia ho anche pilotato dei vecchi aerei sovietici. E poi amo guidare la mia Toyota Land Cruiser serie 70, che ho preso in Australia l’anno scorso. Ma ci sono tante altre piccole cose. Per esempio, scrivo solo con penne stilografiche e mi piace inviare cartoline da tutto il mondo, cercando i francobolli più strani. Il mio ufficio postale italiano preferito è a Firenze. Amo le librerie, e una buona scusa per entrarci sempre è la ricerca di una copia de Il Piccolo Principe che colleziono da tempo. Al momento ne ho 60 versioni.

La sua visione dei grandi maestri come Chopin o Bach è cambiata nel corso degli anni?

Immagino che avvicinarsi a simili capolavori in qualche modo li eterni e li umanizzi, nonostante la giusta dose di riverenza. Se la musica classica è ancora tanto rilevante nel XXI secolo è proprio grazie alle esibizioni, che in qualche modo riflettono il nostro stato d’animo e la realtà in cui viviamo. Ovviamente, ogni interpretazione è unica e intima, qualcosa che accade solo una volta e quei ricordi rimangono esclusivamente dentro alle persone presenti in quello spazio, in quel momento. Le mie interpretazioni sono in continua evoluzione e scopro sempre cose nuove nella musica che suono. Mi sforzo che i miei lavori resistano alla prova del tempo. Modellandoli su ciò che vivo, sia sul palco sia fuori, non ci saranno mai due concerti uguali e questo vale anche per i dischi.

Suonare può essere un lavoro, un hobby e soprattutto un modo per esprimersi. Quanto crede sia importante la musica per comunicare?

La frase “la musica è un linguaggio” è un cliché, ma è vera. La musica non racconta storie concretamente, con parole che hanno un significato ristretto. Comunica qualcosa che viene dall’artista, ma la comprensione di questo significato può essere completamente diversa per ogni membro del pubblico. È una lingua universale che dice cose differenti.

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C’è un suo concerto a cui è profondamente legato?

Ce ne sono tanti, alcuni sono memorabili per la loro importanza, come il mio debutto ai BBC Proms. Era un giorno d’estate, un caldo incredibile, e alla Royal Albert Hall c’erano 6.000 persone. Oppure il mio ultimo concerto “pre-Covid”, nella Sala Santa Cecilia di Roma con la Filarmonica della Scala e il Maestro Riccardo Chailly, alcune persone non vennero perché l’orchestra arrivava da Milano, uno dei primi hotspot del virus, e si percepiva la paura (Lisiecki si è esibito durante la pandemia, con concerti dal vivo in Germania già a giugno 2020, ndr). Altri concerti sono invece indimenticabili per le persone che ho avuto modo d’incontrare, come il Maestro Claudio Abbado. 

Oltre ai suoi, esiste un compositore o un brano che non può mancare nella sua playlist? 

In realtà il mio mondo musicale è tutto connesso, ogni compositore influenza il modo in cui mi avvicino ad altri musicisti. Con la musica ho lo stesso tipo di rapporto che ho con il cibo, come quando senti un’improvvisa urgenza di ascoltare o suonare un certo compositore o tipo di musica e la devi soddisfare.

Nell’ultimo anno, così lontani dalle performance dal vivo, abbiamo vissuto momenti in cui la musica è stata, come dice lei, un’urgenza, come un conforto. Cosa ne pensa?

Penso che vorrei invitare tutti coloro che si sono sentiti così in una sala da concerto. In questo mondo frenetico, in cui i pensieri sono attutiti da città rumorose e la vita ha uno slancio inarrestabile, i concerti possono offrire una tregua. Perché i teatri sono come i santuari: luoghi in cui pensare, riflettere o forse dimenticare. Un concerto non riguarda solo la melodia, ma anche il silenzio, una connessione e un’emozione irripetibile e indimenticabile. Questa, per me, è musica.

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Photos by Stefano Galuzzi

Styling by Ilario Vilnius 

Grooming: Astor Hoxha @CloseUp using Tecniart Transformer Lotion

Styling assistant: Federica Arcadio

Location: Circus Studios