Manu Ríos

Manu Ríos

Grazie a Instagram e YouTube, per milioni di persone era già una star. Ora, dopo aver conquistato nuovi fan nei panni di Patrick in Élite e con il ruolo di protagonista nella nuovissima serie La edad de la ira, si appresta a consolidare la sua fama di attore

di Juan Sanguino

La portata dell’ascesa di Manu Ríos (Ciudad Real, 24 anni) si misura con due numeri: 3.615 e 9,9 milioni. Il primo indica gli abitanti della cittadina in cui è cresciuto, Calzada de Calatrava. Il secondo corrisponde ai suoi follower su Instagram. Solo ora, con la partecipazione alle serie Élite e soprattutto La edad de la ira (su Atresplayer), la sua carriera inizia a somigliare a quella di una stella affermata del panorama spagnolo.  Ríos è diventato un youtuber famoso quando l’unico ad aver raggiunto davvero la notorietà tramite quel canale era Justin Bieber. Ha trasformato un sogno in un mestiere grazie a una parte ne I miserabili quando nessuno faceva carriera con i musical. E ha collezionato il primo milione di follower su Instagram quando era solo una app per ritoccare e condividere foto. La sua è una strada che si poteva percorrere solo in un preciso decennio, quello del 2010, in cui l’accesso alla fama è stato democratizzato. Si può dire che Ríos lavori per raggiungerla da quando ha l’uso della ragione, e finalmente sta per diventare una star. Anche se 9,9 milioni di persone lo considerano già tale.

La edad de la ira è tratta dal romanzo di Nando López, scritto quando era professore alle superiori, e denuncia come la situazione degli adolescenti LGBT nel mondo dell’istruzione non sia migliorata nemmeno anni dopo l’approvazione dei matrimoni egualitari in Spagna. Ríos interpreta Marcos, un adolescente vittima di violenza domestica che va alla ricerca della propria identità. Ma ciò che più lo turbava ogni sera, al termine delle riprese, non era tanto uscire dal personaggio di Marcos, quanto abbandonare il set. «Arrivavo a casa, mi mettevo a letto e continuavo a sentire nella testa “motore, posizione, ciak, azione!” e immaginavo di avere la troupe intorno a me che mi filmava mentre dormivo». Il fatto di essere continuamente osservato non è sempre frutto della sua immaginazione: di recente la famiglia è andata a trovarlo a Madrid, e la madre ha confermato che la gente non fa che fissarli. «Dove invece non mi chiedono quasi mai una foto è il mio paese d’origine. Soprattutto i compagni di scuola di una vita».

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Dove Manu Ríos è nato, tutto questo non sembrava un sogno realizzabile. Se si esclude un precedente: nel 1967, 30 anni prima che Manu nascesse, il suo compaesano Pedro Almodóvar (che non conosce di persona) partì proprio da Calzada, con destinazione Madrid. Tragitto che Ríos ha percorso varie volte, fino a trasferirsi definitivamente nella capitale tre anni fa. «Justin Bieber è stato il mio primo punto di riferimento perché ho visto come, da bambino, ha iniziato su YouTube e ce l’ha fatta. Mi pettinavo come lui e cercavo di farmi il suo stesso hair flip (l’inconfondibile frangia laterale, ndr). Costringevo i miei amici a girare dei cortometraggi con la mia macchina fotografica: avevo delle idee e dicevo loro cosa dovevano fare, poi mi dedicavo al montaggio su Windows Movie Maker». Tra i video girati da suo padre ci sono le sue interpretazioni di Not Steady di Paloma Mami, Riptide di Vance Joy o Where Have You Been di Rihanna, che hanno raggiunto milioni di visualizzazioni su YouTube.

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Ríos passava pomeriggi interi nel salone di parrucchiera della madre, Manoli, dove intratteneva le clienti cantando e ballando le canzoni di Álex Ubago o David Bisbal. Proprio al salone arrivò un giorno la telefonata della regista di Cantando en familia, un programma musicale in onda sul canale Castilla-La Mancha, che chiedeva se nel paese ci fosse qualcuno che sapesse cantare. «Mia madre rispose: “Guardi, se le può interessare, mio figlio canta”, e così sono andato a Toledo, ho fatto un provino e mi hanno preso». Quando si è trovato nello studio, di fronte alle telecamere e alla platea, e ha cantato Será que no me amas di Luis Miguel, ha capito che era proprio quello che voleva fare nella vita, e non se ne vergognava.

Il debutto davanti al grande pubblico è arrivato nel 2010 con il talent Cántame cómo pasó, che selezionava il cast per un musical teatrale ispirato alla serie Cuéntame cómo pasó. Ríos era uno dei tre contendenti alla parte di Carlitos. I suoi genitori non temevano che questa esperienza potesse risultare traumatica? «Ovviamente sì, ma sono sempre stati molto attenti e abbiamo rifiutato anche proposte molto interessanti perché sono arrivate troppo presto», sottolinea. Il riferimento è a un progetto musicale che lo avrebbe reso una star del teen pop. In fin dei conti, erano già in molti a soprannominarlo “il Justin Bieber spagnolo”. È stato perfino contattato da alcuni produttori di Los Angeles che lo volevano in California «per vedere se si poteva organizzare qualcosa, fare qualche sessione e capire come funzionava in studio». «A quell’età non hai un’identità, fanno di te quello che conviene loro. Ho preferito fare musical per il teatro perché era sì lavoro, ma anche formazione». Tutta la famiglia si è fatta in quattro per permettergli di realizzare il suo sogno: durante le riprese di Cántame cómo pasó, nonni, zii e cugini facevano a turno per stare con lui in hotel quando i genitori erano impegnati con il lavoro.

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In Cántame cómo pasó si contendeva il ruolo di Carlitos con altri due ragazzi, con i quali aveva tre cose in comune: i capelli alla Justin Bieber, l’energia del bambino prodigio smanioso di piacere e il desiderio di non nascondere il proprio orientamento, o l’impossibilità di farlo. Quest’ultimo aspetto era anche il segno di una cultura di massa che cominciava ad aprirsi: a una televisione che era sempre meno l’espressione di una cultura monolitica non restava altra soluzione se non includere quella diversità che ormai pervadeva YouTube, Twitter o MySpace. «Leggevo commenti che mi colpivano: caricavo un video su YouTube e mi scrivevano “gay”. Succedeva anche a Justin Bieber. Usavano la parola “gay” come un insulto. E io non mi soffermavo a pensare che in realtà non è un insulto: una volta cresciuto non te ne frega più di tanto». Mentre per qualsiasi ragazzino effeminato è normale vivere sereno fino a quando, verso i 10 anni, la società non gli dice che non va bene, Ríos è cresciuto facendo i conti con sconosciuti che lo deridevano di fronte al mondo intero sul suo profilo YouTube. «Non mi rendevo conto di apparire così: mi succede solo ora che mi viene fatto notare. In un paesino, se sei diverso dagli altri, spesso ti guardano in modo strano, ma non nel mio caso. Tutti mi conoscevano e mi volevano bene per come ero».

Con il ruolo di Gavroche ne I miserabili, Manu ha trasformato il proprio sogno in una professione a soli 13 anni. Al punto che il padre, elettricista, ha lasciato il lavoro per sostenerlo. «Andavamo a Madrid tutti i giorni, facevo le prove, lo spettacolo e tornavamo a Calzada. Andavo a dormire alle tre di mattina e alle 7,30 mi alzavo per andare a scuola», ricorda. Un giorno, una truccatrice gli insegnò a usare una nuova app chiamata Instagram. La prima immagine che caricò ritraeva una Coca-Cola, ancora visibile anche se l’attore ha cancellato tantissime “foto stupide”. «Non si sa mai che mi facciano un’offerta…», butta lì, tra il serio e il faceto. E quando gli si chiede cosa si prova ad aver superato, prima dei 18 anni, il milione di follower Instagram, la risposta non stupisce: «Nulla». Questo tipo di traguardi colpisce solo chi osserva dall’esterno. «Cerco di non pensarci perché mi condizionerebbe sulle foto che pubblico. I miei follower sostengono quello che faccio: non sono un numero». Però se si immagina 9,9 milioni di persone tutte insieme che lo guardano, si emoziona? «No, no. Non riesco a pensarci, lasciamo perdere».

Il sogno di Instagram crea mostri: chi aspira alla notorietà, narcisisti, onanisti della fama. Poi ci sono le star “naturali” come Ríos, nominato tre anni fa l’influencer spagnolo più seguito al mondo, a 21 anni e con quattro milioni di follower. Mentre calcava le passerelle di Milano, Pechino, Los Angeles, venne contattato da Next Models, agenzia di moda tra le più importanti, che lo aveva notato proprio su Instagram. A volte dubita di ciò che fa. Non è stato facile accorgersi che la fama conquistata sul web, pur aprendogli molte porte, lo avrebbe anche reso oggetto di pregiudizi: «Mi preoccupavo vedendo che si iniziava a usare il termine influencer in senso dispregiativo. In realtà, ognuno di noi esercita un’influenza. Se sei un musicista o un attore, sei influente». Ma non tutti i musicisti e gli attori guadagnano da ciò che pubblicano in collaborazione con certi marchi. «Fa parte del mio lavoro ed è un aspetto della mia creatività. Ci sono influencer che si dedicano esclusivamente a questo, mentre per me è solo una parte della mia carriera». Che 9,9 milioni di persone lo abbiano conosciuto tramite Instagram è un dato di fatto. «Prima di trasferirmi a Madrid avevo tre milioni di follower e avevo raggiunto tutto semplicemente dal mio paesello», conclude. Oggi posta immagini che lo dipingono come un tipo sexy, alla mano, affascinante e simpatico. Ovunque vada, fa un resoconto dei suoi viaggi, progetti professionali, uscite serali, collaborazioni con i brand, senza tralasciare la sua particolare idea di stile (un mix di streetwear, ragazzo della porta accanto e modello navigato, anche se al momento si reca alle sfilate solo come invitato).

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Ora Manu vuole convertire la fama digitale in fama tangibile. L’anno scorso, al momento dell’ingaggio per Élite, aveva 5,7 milioni di follower su Instagram, ma nessun film e una sola serie all’attivo (a 16 anni era apparso in sei episodi di El chiringuito de Pepe). Ma Netflix e Carlos Montero, creatore di Élite, hanno puntato su di lui per lo stesso motivo che spinse Howard Hawks ad assegnare a Lauren Bacall la parte di Slim in Acque del sud: perché aveva un viso unico al mondo. «Cercavamo qualcuno che incarnasse la tentazione», spiega Carlos Montero. Ríos è orgoglioso del suo percorso da attore, e la tematica affrontata ne La edad de la ira lo renderà un punto di riferimento, un ruolo che gli dà la possibilità di trasmettere messaggi che considera importanti. «Voglio schierarmi dalla parte giusta della società», afferma. Guardando alla linea di gioielli sviluppata con TwoJeys, azienda fondata dai due influencer Biel Juste e Joan Margarit, tutte le creazioni sono unisex e arricchiscono il trend delle collane di perle da uomo. «Non bisogna desistere dal fare qualcosa solo perché non è considerato socialmente normale in base al tuo genere». Manu Ríos dà l’impressione di non essere uscito del tutto dall’età dell’innocenza. Al Manu di dieci anni fa direbbe solo una cosa: «Goditi il viaggio, non dare peso alle stupidaggini, evita di… mi viene solo in inglese: overthinking (pensare troppo, ndr). Perché, a forza di rimuginare tanto sulle cose, perdi la bellezza del momento, non riesci a essere presente in ciò che accade. E ascolta, anche se al momento non stai facendo film o concerti epocali, stai gettando le basi di qualcosa di grande per te».

In apertura Manu Ríos indossa Tank top Pepa Salazar, pantaloni Dsquared2, collana TwoJeys, underwear Alled Martínez

Photos by Gorka Postigo; Styling by Nono Vázquez; Grooming: Fer Martínez @Esther Almansa;  Styling assistant: Irene Monje