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In conversazione con Miralem Pjanic: “Voglio vincere tutto”

di Paolo Briscese - 17 Settembre 2020

Ex centrocampista della Juve, Miralem Pjanic giocherà l’anno prossimo per il Barça FC. L’abbiamo intervistato per parlare di questa nuova sfida, ma non solo.

Mentre crescevano le tensioni sociali e politiche in Bosnia, suo padre, un calciatore professionista, cercava soluzioni alternative per portare la famiglia in salvo, stabilendola in Lussemburgo, poco prima dello scoppio della guerra. Sebbene fossero arrivati da pochissimo e non parlassero la lingua locale, i suoi genitori impararono rapidamente, alternando i loro orari di lavoro per garantire a Miralem e ai suoi fratelli un posto sicuro dove crescere.

Sembrerebbe l’inizio della trama di un film, invece è la storia di una vita vissuta, di un riscatto sociale che s’intreccia con quella professionale. È la storia di Miralem Pjanic, allora giovane e talentuoso adolescente con una grande passione per il calcio che, partendo dal nulla, è riuscito a costruirsi una brillante carriera proprio in questo settore. Oggi il calciatore bosniaco, classe 1990, ex centrocampista della Juve, con i suoi 66 gol e oltre 100 passaggi decisivi in campo, è uno dei nomi di punta del calcio giocato. Lo abbiamo raggiunto a Torino, per ripercorrere insieme la storia del suo successo, e per farci raccontare emozioni, speranze e aspettative della sua imminente avventura nel Barça FC, un sogno adolescenziale divenuto realtà.

Miralem, ci racconti come è nata la tua passione per il calcio?
È una passione nata quando ero un bambino. Mio padre è stato un giocatore di calcio; sin da quando ero piccolo ricordo che si allenava quotidianamente dopo il lavoro e siccome anche mia mamma lavorava e non poteva lasciarmi a casa da solo, mi portava con sé agli allenamenti. Non mi sono mai perso né un allenamento, né una partita, restavo sempre con la squadra anche negli spogliatoi. È nata cosi la mia passione per il calcio.

Hai dovuto lasciare la Bosnia per via della guerra. Che ricordi hai di quel periodo e come ha cambiato la tua infanzia?
La maggior parte dei ricordi che ho della mia infanzia è in Lussemburgo, il Paese che ha accolto me e la mia famiglia e a cui ancora oggi devo molto. Ho lasciato la Bosnia quando avevo un anno e sono tornato per la prima volta all’età di sette anni, a guerra ormai finita. Il mio unico ricordo, dopo il bruttissimo periodo che ha devastato il nostro bellissimo Paese, sono i tank americani che si occupavano di garantire l’ordine e la sicurezza.

Per inseguire il sogno di diventare calciatore hai vissuto in diversi paesi: Lussemburgo, Italia, Francia e a breve la Spagna. Vivere in paesi diversi quanto ha favorito la tua crescita personale?
Tantissimo. Il fatto di vivere in paesi lontani e il conoscere nuove lingue e nuove culture, oltre ad essere estremamente stimolante, ha allargato il mio orizzonte di vedute e mi servirà sicuramente anche per il futuro. All’età di 13 anni ho lasciato la mia famiglia e mi sono trasferito a Metz, quest’esperienza è stata fondamentale per la mia crescita personale e mi ha fatto maturare molto in fretta. Poi a 21 anni sono venuto a Roma, in Italia, Paese bellissimo. Adesso non vedo l’ora di andare in Spagna, per apprendere una nuova cultura e una nuova lingua.

C'è un personaggio, sportivo e non, che ti ha ispirato nella vita?
Michael Jordan, prima di tutti. È uno dei più grandi atleti dello sport, e poi anche Mohamed Alì, secondo me loro hanno cambiato il modo di fare sport. Io li considero degli esempi bellissimi da seguire.

Sei un regista: tempi e visione di gioco sono delle qualità importanti in questo ruolo. Sei quello che fa girare tutta la squadra e da cui dipende molto della buona riuscita del gioco. Come vivi questa responsabilità?
Sicuramente questo è un ruolo che comporta molta responsabilità, sei nel cuore del gioco e della squadra. Tutti fanno affidamento su di te, perché sei la persona che può calmare o accelerare i ritmi. Questo ruolo è una cosa che ho imparato nel corso del tempo e che mi ha aiutato anche tanto a crescere. Non ho mai avuto paura di prendermi le mie responsabilità, se così non fosse stato, sicuramente non sarei arrivato al livello a cui sono arrivato oggi. Io devo essere sempre tra i migliori e anche se qualcuno fosse più forte di me, farei di tutto per raggiungere il suo livello. Queste sfide, che mi sono posto sin da piccolo, hanno comportato tanto lavoro e tanti sacrifici, però oggi posso dire di essere fiero di aver giocato nella Juventus e di tutte le altre maglie che ho indossato.

Il prossimo anno giocherai nel Barcelona, una delle squadre più forti al mondo. Come stai vivendo questa attesa? Come immagini possa essere giocare al fianco di campioni mondiali?
Sono molto contento di intraprendere questa nuova esperienza. Per me sarà una grande sfida giocare in uno dei club più importanti del mondo e al fianco di grandi campioni. È un sogno che diventa realtà. E spero di poter vincere tutto quello che sarà possibile vincere.

Qual è stato il momento più emozionante della tua carriera?
Ho vissuto molti momenti emozionanti, tra questi però i più importanti sono la prima partita con il Metz contro il Parigi quando avevo 17 anni e quando con il Lione a 19 anni avevamo eliminato il gran Real Madrid. E poi ancora quando ho vinto i primi titoli, i primi scudetti, la prima volta che ho giocato in Nazionale…

Dove trovi ancora la spinta per continuare?
Sono una persona molto ambiziosa e il voler continuamente far parte dei migliori del mondo mi dà la giusta spinta per continuare. Voglio finire la mia carriera in un modo degno. Ogni giorno lavoro per arrivare a vincere la Champions League e altri trofei, e oltre a questo, c’è anche l’esempio che voglio dare a mio figlio e alla mia famiglia.

Chi è stato il miglior compagno di squadra?
Nella mia carriera ho avuto grandi compagni di squadra. Nella Juventus uno dei migliori è stato Cristiano, un professionista esemplare e un giocatore pazzesco a tutti i livelli. È stato un piacere passare due anni con lui alla Juventus. Poi ho giocato con tantissimi campioni, da Buffon a Totti, per citarne alcuni…

Molti tuoi colleghi si sono lasciati sedurre dalla moda. Che rapporto hai con quel mondo?
Io sono un grande fan di quel mondo sin da quando ero più piccolo. Mi è sempre piaciuto vestirmi alla moda. Ritengo che l’outfit sia un vero e proprio biglietto da visita. Vedendo il modo in cui sei vestito, le persone riescono a vedere come sei dentro, il modo di vestire riflette la tua personalità.

Sei anche un grande appassionato di orologi…
Di orologi e di meccanismi. Sto trascorrendo molto tempo per capire di più questo mondo. E ho questa possibilità grazie a Corum, di cui sono brand Ambassador, che mi ha dato anche l’opportunità di visitare la manifattura e di vedere come realizzano gli orologi, un’esperienza appassionante.

Che cosa ti ha colpito di Corum? Condividete gli stessi valori?
Sì, ci accomunano gli stessi valori: professionalità, eleganza, perfezione. Io cerco di riflettere nel campo tutte le caratteristiche di Corum, affinché la gente le possa vedere anche su di me. La condivisione degli stessi valori è anche ciò che più mi ha spinto a collaborare con loro e oggi posso dire di essere fiero di far parte di questa famiglia.

Appese le scarpe al chiodo, come ti vedi nel futuro?
Non so ancora di preciso cosa farò. Ma ho alcune opzioni, la prima è quella di rimanere nel mondo del calcio, dove potrei contribuire con la mia esperienza maturata nel corso di tutti questi anni. Oppure mi piacerebbe dedicarmi a un’attività imprenditoriale, magari nel settore immobiliare, un ambito che mi ha sempre affascinato, tant’è che sin da giovane ho investito nelle case e sarebbe una grande sfida buttarmi in una nuova attività.

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