Oleg Zagorodnii

Oleg Zagorodnii

Modello e attore ucraino, Oleg Zagorodnii irradia energia positiva: non si preoccupa dell’età o di invecchiare, solo del tempo perso e delle opportunità che sfuggono. E, quando non è impegnato con le audizioni, disegna e prepara uniformi per l’esercito del suo Paese

di James Grissom

È dal desiderio che nascono le stelle. In principio c’è il desiderio di un individuo – donna o uomo – di essere visto, di scoprire se la luce valorizza la sua pelle e la sua figura; il desiderio di essere scelto, in virtù del suo talento e delle sue fattezze, per interpretare una parte, un’emozione, un’intenzione. In noi che guardiamo – un film o una fotografia – c’è il desiderio di vedere qualcosa di bello, qualcuno che incarni ciò che più ammiriamo nel nostro prossimo e ciò che più di tutto vorremmo avere. Oleg Zagorodnii è una stella. L’attore ucraino risplende ora in Firebird, un film di Peeter Rebane – tratto da una storia vera – su un triangolo amoroso fra due uomini e una donna, ambientato in Estonia intorno alla metà degli anni Settanta, quando il Paese faceva ancora parte dell’Unione Sovietica. Il film è di pregevolissima fattura – vividissimo nei colori e nel design – anche se decisamente melodrammatico, un po’ appiccicoso come un piatto appena usato per la prima colazione. Zagorodnii, però, bello, risoluto e fiero, ha un’influenza stabilizzante sull’opera.

Il punto, in ogni caso, non è tanto la sua bellezza, che pure evoca una quantità di attori classici dell’Età dell’oro di Hollywood (ora Rock Hudson ora Robert Wagner, ma anche Kevin McCarthy o Jeffrey Hunter), quanto la sua travolgente energia, la sua forza, il suo eroismo, in azione e da fermo. In noi che lo guardiamo, nei film o in fotografia, il desiderio potrà avere connotazioni erotiche, ma c’è sempre anche ammirazione pura e semplice: Zagorodnii esprime forza di volontà e risolutezza, e questo vale non solo per la sua immagine su carta fotografica o su pellicola, ma anche nella vita. Nel corso di una nostra recente conversazione, Zagorodnii racconta che è stata sua madre la prima a indirizzarlo verso la recitazione. «A scuola non andavo tanto bene», dice. «È stata lei a premere perché provassi questa strada: io volevo diventare avvocato, ma non avevo la preparazione e neanche i soldi, perciò non mi rimaneva che provare a fare l’attore. Mi sono messo a studiare e, a quel punto, mi è venuta voglia di andare a Mosca, dove pensavo di potermi formare al massimo livello».

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Un regista teatrale gli ha dato un’occhiata e ha detto: «Ben arrivato, angioletto! Dove sei stato tutto questo tempo?». Zagorodnii era il bellissimo attore protagonista che si trova solo molto di rado, e c’erano ruoli che gli si addicevano. «Sono ambizioso», dice Oleg, «e mi sono fatto consigliare, ho studiato e ho cercato gente che potesse aiutarmi. Ho lavorato dove ho potuto, ma non ho mai smesso di cercare opportunità. Ho scritto a un altro regista, su Facebook, per chiedergli di incontrarmi e di tenermi in considerazione per eventuali lavori. E da lui ho ricevuto ottimi consigli. Mi ha detto: “Non abbandonare il teatro, e vedrai: qualcosa di adatto a te salterà fuori”. E io così ho fatto: ho mantenuto i contatti con l’ambiente del teatro, e un bel giorno il Gogol Center mi ha offerto una parte importate in Fratelli.

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Si tratta di un adattamento del film Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti, ed è stato molto elogiato da chi seguiva questa nuova compagnia teatrale, nel cui repertorio figurava anche una nuova lettura de La paura mangia l’anima, di Rainer Werner Fassbinder.
Zagorodnii ha provato cinque diversi ruoli per Fratelli, ha superato felicemente questo severo test e ha cominciato a guardare con più fiducia alle proprie prospettive. «C’era sempre il problema dei soldi, però», dice, tant’è che per far quadrare i conti ha cominciato a lavorare come modello, a Kiev, per Armani

«Non volevo lasciare Mosca, il suo teatro, ma allo stesso tempo la detestavo. È stato triste dover lasciare il lavoro, gli stimoli, ma vabbè: è andata com’è andata. Sapevo che qualcosa da fare l’avrei trovata. Arte e denaro sono sempre in un rapporto problematico: bisogna coltivare l’arte, trovare i soldi, insistere. Ho spedito un mio provino autoprodotto per Firebird e sono piaciuto. Purtroppo, con la lingua inglese ero a zero. Mi hanno detto: “Se non impari l’inglese non ti diamo la parte”, e io, allora, mi sono messo a studiare. Ci ho messo solo tre mesi ad arrivare a un livello accettabile, ma quando non si ha scelta ci si dà da fare, e il mio desiderio di lavorare in quel film mi ha dato la spinta che ci voleva. L’ho fatto, e basta. Non avevo scuse».

Oleg Zagorodnii non perde tempo: è una macchina sempre in funzione, carica di energia positiva, e questa cosa si percepisce nei suoi lavori, nelle immagini che lo ritraggono. Vuole recitare, fare il modello, tenere duro in attesa di ruoli ancora più importanti, ma è libero dall’ansia che affligge la maggior parte degli attori: non si preoccupa dell’età o di invecchiare, solo del tempo perso e delle opportunità che sfuggono. A un certo punto, ha aperto un coffee shop e ha lavorato come barista, mentre ora, quando non è impegnato con le audizioni, disegna e prepara uniformi per l’esercito ucraino. «Voglio che i nostri soldati si presentino al meglio», dice. «Fieri, coraggiosi, vittoriosi. E così facendo servo il mio Paese in questo momento terribile. Ho 34 anni e sono orgoglioso di quello che ho realizzato finora, ma c’è ancora tanto da fare. Il popolo ucraino resiste e vuole seguire la propria inclinazione. Non ho problemi, nel mio Paese, a girare scene d’amore con un altro uomo. 

 «La guerra non è la sola tragedia di cui si può fare esperienza nella vita: c’è anche quella di non poter essere se stessi».

In Ucraina, le associazioni LGBT e i servizi a loro disposizione hanno un forte radicamento. Quel che c’è di sbagliato in Ucraina o – come si dice? – di costrittivo, di restrittivo, nasce dall’influenza russa, ma questa influenza è destinata a scomparire».
I genitori e il fratello di Oleg non sono in Ucraina al momento, ma lui è rimasto nella casa di famiglia, non tanto lontano da dove cadono le bombe, e osserva il suo Paese in subbuglio. Oleg prova orrore, ma non si sente sconfitto. «Secondo me», dice, «se si vuole qualcosa bisogna darsi da fare. Ora stiamo lavorando per la nostra libertà, e la otterremo. Bisogna credere in se stessi e circondarsi di persone che credono in se stesse: sono quelle che non ti deluderanno e che non cercheranno di fermarti. Persone forti, per cui bisogna essere forti. 

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La guerra non è la sola tragedia di cui si può fare esperienza nella vita: c’è anche quella di non poter essere se stessi. Molta gente non affronta il problema con la necessaria onestà. Dobbiamo lavorare sempre di più su noi stessi. Io devo lavorare su me stesso. Devo migliorare. Non abbiamo bisogno di trionfare, ma possiamo e dobbiamo farlo».

Nella foto di apertura Oleg Zagorodnii indossa maglione Blauer, pantaloni Myths

Photos by Bruce Weber, Styling by Joe Mckenna, Hair: Didier Malige. Make up: Diane Kendal. Styling assistant: John Handford. Studio/Production Manager: Hillery Estes