Per una volta potrai entrare al Berghain senza paura di essere “rimbalzato”
Courtesy Getty Images

Per una volta potrai entrare al Berghain senza paura di essere “rimbalzato”

di Digital Team

Nessun dress code richiesto. Nessuna selezione. Nessun “today not”. Ma solo dal 23 gennaio all’8 marzo 2026 per la mostra dell’artista francese Pierre Huyghe. Adesso ti spieghiamo tutto

Niente selezione, niente sguardi obliqui del bouncer, niente outfit studiati come una tesi di laurea. Varcare le porte del Berghain a Berlino non è mai mai stato così facile. La mecca mondiale della techno apre le sue porte a chiunque; non per ballare, ma per guardare, ascoltare, attraversare un’esperienza d’arte firmata Pierre Huyghe.

Dal 23 gennaio all’8 marzo 2026, la Halle am Berghain, lo spazio espositivo che vive accanto (e dentro) il mito, ospita Liminals, una grande installazione a cura dell’artista francese che trasforma uno dei luoghi più inaccessibili d’Europa in qualcosa di sorprendentemente democratico. Almeno per qualche settimana.

Berghain mostra 2026
(Photo by Fabian Sommer/picture alliance via Getty Images)

Che cos’è Liminals

Chiariamolo subito, per onestà intellettuale: non si entra nel club durante una notte techno. Nessuno sfugge veramente allo sguardo severo dei buttafuori dopo una certa ora. La porta della leggenda resta leggenda. Ma si entra nella Halle, l’ex centrale elettrica diventata negli anni una delle venue artistiche più radicali di Berlino. E lo si fa come in un museo qualsiasi: biglietto alla mano, orari certi, zero ansia da rifiuto. Una normalità che, in questo contesto, ha il sapore dell’eccezione.

Il titolo Liminals offre la chiave di lettura dell’intero progetto. Il termine rimanda alla “condizione di soglia”: uno spazio intermedio in cui le categorie smettono di essere rigide e tutto resta in uno stato di transizione. Tra luce e buio, tra umano e non umano, tra controllo e instabilità. Pierre Huyghe traduce questa idea in un ambiente immersivo che non si affida a singole opere, ma a un sistema complesso di immagini in movimento, suoni, vibrazioni e frequenze che agiscono simultaneamente. Non c’è una narrazione lineare né un punto di vista privilegiato: il visitatore è chiamato a muoversi dentro l’opera, più che a osservarla dall’esterno. La percezione dello spazio e del tempo si altera, e la fruizione diventa un’esperienza fisica prima ancora che visiva.

berghain mostra 2026
(Photo by STEFANIE LOOS / AFP) (Photo by STEFANIE LOOS/AFP via Getty Images)

Al centro dell’installazione c’è un film che funziona come perno concettuale del progetto. In scena compare una figura umanoide senza volto, definita dall’artista un “mito moderno”, che attraversa un ambiente in continua trasformazione. Il racconto procede per stati percettivi più che per sequenze narrative: il tempo perde linearità, lo spazio si riconfigura, l’identità resta volutamente instabile. Un impianto che rinuncia alla narrazione tradizionale e lavora sul disorientamento, una sensazione che, nel contesto del Berghain, risulta sorprendentemente familiare, anche senza musica in quattro quarti.

Un ulteriore livello di lettura emerge dal modo in cui Liminals integra la ricerca scientifica nel dispositivo artistico. Il progetto nasce all’interno del programma Sensing Quantum della LAS Art Foundation e utilizza principi legati ai sistemi quantistici come parte attiva dell’esperienza, in particolare nella componente sonora. Suoni, frequenze e vibrazioni sono generati attraverso processi non deterministici, creando un ambiente in costante mutazione, che non si ripete mai identico a se stesso. L’incertezza, qui, non viene semplicemente rappresentata: viene messa in atto. Un approccio che coinvolge direttamente il corpo del visitatore e apre un confronto su temi oggi centrali come l’uso dell’AI, l’autorialità e le nuove estetiche del futuro.

Berghain mostra 2026
(Photo by Leonie Asendorpf/picture alliance via Getty Images)

Il Berghain è il luogo perfetto. E ti spieghiamo il perché

Portare Liminals al Berghain è una scelta lucidissima e azzeccatissima a nostro avviso. Pochi luoghi hanno costruito la propria identità su un rapporto così diretto con il corpo, con la dilatazione del tempo e con la perdita di coordinate. La Halle (ex centrale elettrica, scala monumentale, materia industriale lasciata parlare) non fa che spingere questi elementi all’estremo, trasformando lo spazio in un amplificatore di instabilità percettiva. Qui l’opera non “occupa” l’architettura: ci entra in risonanza.

Allo stesso tempo, il luogo che più di ogni altro ha fatto della selezione un linguaggio diventa, temporaneamente, accessibile. Non per normalizzarsi, né per smontare il proprio mito, ma per sospenderlo. Come se il Berghain accantonasse per un momento il rituale dell’esclusione per proporre un altro tipo di esperienza. Questa volta si entra non per fuggire dalla realtà, ma per interrogarla.