Giorgio Panariello, “I’m back”
Uno scrittore incontra un celebre comico. Il risultato una girandola di sorprese, ricordi, aneddoti lo trovate qui sotto
Il tuo nuovo spettacolo, E se domani…, è un personale viaggio nel nostro futuro e, da buon viaggiatore nel tempo, racconti cos’hai visto a teatro. Ma partiamo dal passato. Cosa ti ha portato qui? I tuoi primi passi, come sono stati?
È più o meno come farsi prete, nel senso che c’è indubbiamente una chiamata. Una cosa che senti fin da ragazzo. Per esempio, a scuola ero quello che faceva sempre più casino. All’inizio i genitori, gli insegnanti, la prendevano come una questione di disciplina. In realtà non era altro che una ricerca di attenzione. Ho sempre avuto bisogno di avere gli occhi su di me, parafrasando uno spettacolo di Proietti che si intitolava A me gli occhi, please. È una cosa con cui ci nasci. Poi non sai bene cosa sia. Avevo forse 7 anni, vivevo con i nonni a Cinquale, in Versilia, e mi chiudevo in bagno con la spazzola di nonna come microfono, mi presentavo, lanciavo i dischi come un dj. In classe, mentre gli insegnanti spiegavano, riempivo i quaderni della mia firma, cioè tentavo di fare la firma migliore che potessi, un autografo. Poi ho cominciato come elettricista sulle navi, in cantiere, e la notte andavo a fare il dj; tornavo a casa alle cinque di mattina e alle sette dovevo essere al lavoro. Dormivo due ore a notte. All’inizio sei un po’ un accattone che va a frugare nei rifiuti, è puro istinto. Quando ho sentito il primo applauso per me ho detto: «È questo».

È questo il mio luogo… C’è stato qualcuno che ti ha detto che quei problemi, quell’atteggiamento che sfociava nella confusione, in realtà conteneva qualcosa cui eri portato?
Ogni tanto c’era qualcuno che cercava di dialogare. Lo vedo anche con le nuove generazioni: si tende a dire “i giovani sono tutti dei coglioni”, o “non sanno che cosa vogliono dalla vita” eccetera, e noi grandi invece “sappiamo bene cos’è la vita”. C’è sempre stata e ci sarà sempre questa scarsa comunicazione fra noi grandi e i giovani. È chiaro che si chiudono a riccio, lo sentono che c’è qualcuno dall’altra parte che non li stima. Ma cerchiamo di capirci, no? Fai così perché non ti sta bene la scuola? Stai così perché non ti trovi bene con gli altri? Non c’è mai stata una spiegazione. Era chiaro che dovevamo capire da soli cosa era il bene e cosa il male. Nessuno mi ha mai detto: «Giorgio siediti, ora ti spiego perché non devi protestare e soprattutto perché non devi protestare così».
Oggi si possono trovare possibilità e strade che prescindono da questo tipo di gavetta. La gavetta legittima una carriera?
La gavetta ti salva il culo: nelle difficoltà hai un bagaglio di esperienza tale che poi quello che ti accade intorno lo affronti in maniera completamente diversa. Tanti giovani che vengono dai talent o da un grande successo l’anno dopo già riempiono gli stadi, ma molti entrano in depressione, si ritirano per un po’, hanno bisogno di trovare loro stessi. Perché?Perché non hanno la struttura per quell’impatto là. Il minimo impiccio è il minimo disco che non vendi, o che l’anno dopo venga meno gente. L’anomalia non è che venga meno gente, ma che ne sia venuta troppa prima.

E di questo futuro 2045, cosa racconti nello show?
Partirei dal perché ho scritto questo spettacolo. Mette in luce il problema che oggi abbiamo sia noi comici, sia autori in generale, sceneggiatori. Fino a poco tempo fa, se scrivevi una battuta il lunedì per lo spettacolo il sabato sera, era buona. Ora, se scrivi una battuta il lunedì, già il lunedì pomeriggio l’hai già sentita declinata in mille modi dal web, dai social. Parlando del futuro invece sarò sempre in anticipo. In più sono curioso. Sono sempre stato tacciato di essere un boomer, “non capisci quello, non capisci quell’altro…”, in effetti è la verità. Mi approccio al telefonino come mia nonna alla lavatrice. Con questi due pretesti messi insieme ho cominciato a guardare intorno che cosa ci accadrà, da qui a 20 anni.
Credo che la voce sia il tuo strumento principale. È cambiata nel tempo? Anche i toni che assumi negli spettacoli.
All’inizio tendevo, pensando fosse più efficace, ad alzarla. Più alzi la voce e più la battuta arriva più forte. Nel tempo mi sono reso conto che invece una battuta può essere sospirata, accentuata in basso, ma soprattutto ho capito che anche non dire nulla ha il suo effetto. Facevo gli spettacoli coprendoli di parole. Invece, se uno ti dice una cosa e tu fai una pausa e lo guardi serio per due o tre secondi in più, parte la risata.

Mi piace la definizione di fantasia perché è rivelare, mettere in luce, che è un po’ quello che stai facendo con lo spettacolo. Ricordi di una volta in cui hai rivelato qualcosa?
Ti racconto un momento in cui ho detto la verità ed è diventata l’arma vincente. Sono invitato da Adriano Celentano, quando faceva 125 milioni di caz..te, un programma che faceva 12 milioni di telespettatori. Fantascienza televisiva. Ci chiediamo: «Cosa possiamo fare?» E lui dice: «Facciamo Ginger Rogers e Fred Astaire». Ci mettiamo d’accordo e andiamo a vestirci. Il gioco qual era? L’uno non diceva all’altro chi faceva Fred e chi Ginger. Dovevamo entrare tutti e due vestiti da Ginger e Adriano Celentano con la parrucca bionda era orribile, sarebbe stata una gag meravigliosa. Mi preparo: collant, perizoma, fasciature, seno, trucco perfetto, orecchini. Mezz’ora prima di tutto ciò, Celentano mette male il piede, e se lo rompe. Quindi ambulanze dietro le quinte e intanto c’era uno che cantava per prendere tempo. Io ero vestito completamente da Ginger. Parte la musica, mi fanno segno di entrare. Dimmi tu, davanti a 12 milioni di telespettatori, che cazzo avresti fatto? Sono uscito con la parrucca e ho detto la verità: «Signori, sono vestito da donna, la gag era questa, Adriano si è fatto male e non può entrare. Ora ditemi voi, io, vestito così, che devo fare?». Si sono buttati via dal ridere per la situazione di merda in cui mi trovavo. Io continuavo: «Pensate… tutta la mia carriera, ho fatto uno spettacolo televisivo che è andato benissimo, ho dei parenti a casa, amici che mi stanno guardando, il direttore di banca che mi deve dare un fido per il mutuo». Più parlavo, più ridevano. Ho raccontato la verità ed è ciò che in quel momento mi ha salvato.
Grooming:Luciano Chiarello @Julian Watson. Styling assistants: Jacopo Ungarelli, Pio Suto. Production: Interlude Project.