Icon fashion story: Marvin Vettori

Icon fashion story: Marvin Vettori

Poche regole, tanto contatto: per molti le Mixed Martial Arts sono uno sport spaventoso, per il campione italiano invece sono la quotidianità di una vita in cui la sconfitta non è un’opzione, la gabbia è casa e il sacrificio la normalità: «Incanalare la forza ti fa capire tante cose e l’estremizzazione del combattimento allontana la violenza dalla vita reale»

di Michele Primi

Mentre si avvicina alla gabbia, Marvin Vettori visualizza un’immagine: «Ad ogni passo dietro di me si crea il vuoto. Sparisce tutto, non posso tornare indietro. Quando entro so che non posso uscire, se non vincendo». La gabbia è quella degli incontri di Mixed Martial Arts, lo sport da combattimento più estremo che esista: poche regole, tanto contatto e la possibilità di usare tutte le arti marziali per sottomettere l’avversario. Secondo gli appassionati, la realizzazione della visione filosofica di Bruce Lee: «Il miglior combattente non è un pugile, un karateka o un judoka. È qualcuno che si può adattare a qualsiasi stile». Per tutti gli altri, uno sport spaventoso. Marvin Vettori, nato a Mezzocorona, in provincia di Trento, il 20 settembre 1993, 84 chili per 185 centimetri, numero tre nella federazione americana UFC (Ultimate Fighting Championship) è arrivato nella gabbia attratto dal fascino del combattimento, da un carattere ultra competitivo («La sconfitta è quando smetti di provarci» dice «Quindi per me non esiste») e da un’adolescenza in cui dalle risse in strada è passato al kickboxing, al Brazilian Ju-Jitsu e alla lotta libera. «Per me la gabbia è casa, ci passo ore ogni giorno. È nata per tutelare la sicurezza dei fighter e puoi anche usarla per fare strategia. Al pubblico fa paura, a me non fa nessun effetto».

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Ha debuttato nella federazione americana UFC il 20 agosto 2016 nella categoria pesi medi, l’italiano più giovane di sempre: «In Italia l’MMA sembrava lontanissimo, non lo conosceva nessuno. Io mi allenavo alla palestra King MMA di Huntington Beach in California, pensavo di combattere in Europa e mi sono ritrovato a Las Vegas. Mi sono detto: se dovesse finire tutto adesso, comunque avrei raggiunto il mio obiettivo. Invece ho vinto alla prima ripresa».

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A differenza di molti avversari, Marvin Vettori non è diventato un fighter perché non aveva altra scelta: «A Mezzocorona non hai tanto ma non ti manca nulla. Non ho mai fatto mistero di provenire da una famiglia che non ha problemi economici, ma chiedere aiuto sarebbe stata una sconfitta. Il sacrificio è diventata la mia quotidianità». La gabbia è un approccio alla vita: «Incanalare la forza ti fa capire tante cose e l’estremizzazione del combattimento allontana la violenza dalla vita reale». Durante la scuola faceva 40 minuti di treno e 15 di bicicletta ogni giorno per allenarsi a Trento, guardava in tv i primi eventi di MMA e idolatrava il lottatore di sambo (arte marziale simile al judo nata in Russia come addestramento dell’Armata Rossa) Fëdor Emel’janenko, perché «non mostrava segni di emozione». 

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Dopo il diploma è partito per Londra per allenarsi nella palestra London Shootfighters: «Sapevo che non sarei più tornato. Da fanatico dei samurai mi ripetevo: quando dici una cosa, è come se l’avessi già fatta». A Londra impara a combattere per vivere e a vivere per combattere: «La palestra era la parte bella, anche se ho preso un sacco di botte per guadagnarmi il posto. Conoscevo un iraniano che mi ha ospitato sul divano di casa sua per qualche mese, poi ho trovato lavoro come buttafuori. Non mi rispettavano perché avevo la faccia da ragazzino. È stata una bella scuola. Stavo alla porta di un club a Shoreditch frequentato da bande di gitani. Arrivavano vestiti con abiti dai colori sgargianti, gialli e rosa e tutte le sere finiva a bottigliate». Mette da parte dei soldi con le prime vittorie nei tornei, li usa per salire di livello negli allenamenti e riparte da zero negli USA: «Mi sono portato dietro la fame di Londra, ma l’America è un mostro diverso. Dovevo stare dalla zia di un amico, ma aveva problemi con il marito e mi ha cacciato di casa. Andavo da McDonald’s per il wi-fi gratis. Sono riuscito ad allenarmi per tre mesi, sono tornato in Italia per un incontro e ho vinto. Si vede che era destino».

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Nel mondo dell’MMA lo chiamano The Italian Dream. È considerato un professionista che non risparmia colpi né parole: “Sono l’unico peso medio che non si è mai tirato indietro da un incontro, posso battere chiunque”, ha scritto in un tweet ad aprile, nominando due rivali, Darren Till e Khamzat Chimaev e il capo della UFC, l’ex fighter Dana White: “Vi metto schiena a terra, sono disposto a morire, basta presentarsi”. «L’incontro è fisico ma quando si alza il livello diventa psicologico. La mente è tutto», spiega. «Il mio punto di forza è capire l’importanza della costanza. Non ci sono scorciatoie in questo sport: se vinci un incontro vai avanti di un punto, se perdi retrocedi parecchio. È una maratona, una ricerca del miglioramento continuo e succede ogni secondo». 

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Vettori è entrato nella gabbia l’ultima volta nell’ottobre del 2021 a Las Vegas e ha sconfitto il brasiliano Paulo Costa in un match in cui si sono scambiati un numero terrificante di colpi, 353. Adesso aspetta il prossimo incontro allenandosi ogni giorno: «Se invece che in palestra vado in spiaggia non miglioro, perché non pretendo il massimo da me stesso. L’obiettivo è combattere per essere il numero uno. Non esiste una seconda opzione. La mia vita è studio del combattimento».

Photos by Giampaolo Sgura, Styling by Ilario Vilnius, Grooming: Ezio Diaferia using Cotril, Styling assistant: Federica Arcadio