Pitti Uomo 109: Hed Mayner firma la sfilata evento di gennaio
Hed Mayner, designer israeliano e vincitore del Karl Lagerfeld Prize LVMH, è Guest Designer di Pitti Uomo 109. A Firenze presenterà la collezione uomo Autunno/Inverno 2026 con una sfilata-evento
Creare è pensare con le mani. Nel lavoro di Hed Mayner questa idea non è una dichiarazione poetica, ma un metodo preciso, quasi fisico. I volumi nascono dal corpo, lo spazio si costruisce attorno a chi lo attraversa, la sartorialità diventa un gesto radicale e quotidiano insieme. È con questa visione che il designer israeliano, vincitore del Karl Lagerfeld Prize LVMH, arriva a Firenze come Guest Designer di Pitti Uomo 109, dove il prossimo gennaio presenterà una sfilata-evento dedicata alla collezione uomo Autunno/Inverno 2026. Un debutto atteso, che porta per la prima volta alla manifestazione il suo menswear fatto di proporzioni generose, tessuti fluidi e un’idea di eleganza che rifiuta la rigidità, aprendosi al movimento, alla vita reale, all’imperfezione.
Il corpo è al centro del tuo processo creativo. In un’epoca dominata dall’immagine digitale, quanto sono importanti per te il contatto fisico, la prova reale e l’errore manuale?
«Per me gli abiti esistono tra le persone. Sono legati alla strada e alle interazioni: tra il capo e chi lo indossa, e con gli altri. È una relazione fisica, ed è lì che nascono le proporzioni. Lavoro attorno a queste proporzioni e al valore che riescono a generare. Le immagini che circolano nei media digitali non cercano necessariamente di adattarsi alla vita quotidiana. Tendono piuttosto a esistere oltre essa. Io voglio che l’immagine funzioni come uno strumento attraverso cui le persone possano capire come sia possibile entrare in un personaggio».

Crescere con una madre pittrice e un padre fabbro significa convivere con due idee opposte della materia: colore e peso, superficie e struttura. In che modo questa dualità è ancora presente nel tuo lavoro oggi?
«Crescere con una madre pittrice e un padre fabbro non mi ha insegnato tanto il contrasto tra superficie e struttura. Ciò che mi ha influenzato maggiormente è il fatto che entrambi si considerassero semplicemente dei “makers”, senza stabilire una gerarchia tra arte e pratica. Non hanno mai separato la vita dalla creazione: lavoro, casa e convinzioni erano un unico spazio continuo. Questo modo di essere è ancora oggi molto presente nel mio modo di lavorare».
Pitti Uomo è storicamente legato a un’idea molto precisa di menswear. Il tuo debutto a Firenze sarà un dialogo con quella tradizione o una frizione deliberata?
«Amo molto l’idea di uomini vestiti in modo impeccabile. Ammiro queste qualità e le trovo bellissime. Quello che mi interessa non è preservare quella perfezione, ma vederla muoversi nel mondo, attraversare corpi, classi, generi, identità e geografie diverse, rimanendo comunque presente, forte e riconoscibile ».

Il tuo guardaroba sembra voler sfuggire alla logica stagionale e all’urgenza delle tendenze. Credi ancora nel concetto di “novità” nella moda?
«Mi interessa costruire un linguaggio. La novità, per me, non è un cambiamento costante, ma il rimanere su un percorso e restare dentro l’incertezza».
Lavori tra Tel Aviv, Parigi e ora Firenze per Pitti Uomo. Più che semplici città, sembrano tre stati mentali molto diversi. In che modo questi luoghi entrano concretamente nel tuo processo creativo: come memoria, ritmo di lavoro o tensione culturale?
«Osservo costantemente le persone attraverso il lavoro e i viaggi. Parigi è un contesto, una scena, un ambiente. Tel Aviv è frammentata, priva di codici fissi. L’Italia è processo, costruzione e precisione».

Reebok nasce da una cultura fortemente legata alla performance e allo sport. Qual è stato il primo codice che hai sentito il bisogno di preservare e il primo che hai deciso di mettere in discussione?
«La prima cosa che ho voluto preservare è stata la capacità di Reebok di adattarsi alla silhouette e di fondersi con essa, riuscendo allo stesso tempo a scomparire come segno. Ciò verso cui non volevo spingere le scarpe era l’idea di una sneaker di lusso. Mi interessava di più la loro presenza quotidiana e il concetto di scarpa da lavoro, piuttosto che qualcosa di elevato o performativo».
Guardando al futuro, cosa ti spaventa di più della moda contemporanea e cosa, invece, riesce ancora a entusiasmarti davvero?
«L’unica paura che riconosco e cerco di non alimentare è quella di diventare cinico o esausto a causa delle pressioni esterne nel costruire una collezione. Rimanere dentro il lavoro stesso è ciò che mi mantiene con i piedi per terra».