Chi è Neil Faveris-Essadi, il fotografo che racconta le notti di Parigi
Classe 2005, zero costruzione e massimo istinto: la mostra da Saint Laurent Babylone, curata da Anthony Vaccarello, mette a fuoco uno sguardo che nasce dentro le immagini, non sopra
C’è un modo molto preciso – e ormai immediatamente riconoscibile – con cui la Gen Z si racconta: immagini veloci, istintive, spesso imperfette. Non cercano di essere belle, cercano di restare. Saint Laurent intercetta questo linguaggio e, dal 1° aprile, porta nello spazio di Babylone a Parigi il lavoro di Neil Faveris-Essadi, uno dei nomi più freschi della nuova scena visiva europea, ancora poco codificato e proprio per questo interessante.
Classe 2005, parigino, Faveris-Essadi fotografa da quando aveva quindici anni. Non c’è una narrazione costruita a posteriori, né un percorso “giusto”: fotografa quello che gli succede intorno. Amici, notti lunghe, stanze, corpi, momenti che non sembrano fatti per essere fotografati. Più che un archivio, il suo lavoro assomiglia a una sequenza di presenze. E proprio qui sta il punto: non c’è distanza tra vita e immagine.

Le sue fotografie non inseguono la perfezione. Sono immagini prese mentre accadono, spesso sul limite dell’errore. Feste, movimenti, luci sporche che restano tali, flash troppo forti o troppo deboli. Non c’è mai la sensazione che qualcuno stia “costruendo” uno scatto. Piuttosto, che stia cercando di non perderlo.
In molte immagini, chi fotografa e chi è fotografato coincidono, o comunque si muovono nello stesso spazio emotivo. Non c’è osservazione dall’esterno: la fotografia succede da dentro. Questo elimina qualsiasi forma di distanza estetica e restituisce qualcosa di più fragile, ma anche più diretto.
Il tema non è la memoria in senso romantico, ma la sua urgenza. Ogni scatto trattiene qualcosa che rischia di sparire subito: un gesto minimo, uno sguardo che dura un secondo, una presenza che non tornerà uguale. È qui che il lavoro di Faveris-Essadi diventa interessante: quando smette di “raccontare” e inizia semplicemente a registrare.

La curatela di Anthony Vaccarello si inserisce in una direzione ormai chiara: spingere Saint Laurent oltre la moda, dentro un territorio più ampio fatto di arte, editoria e sottoculture.
Tutte le opere sono in vendita. In parallelo, la maison pubblica la 22ª edizione del fanzine Rive Droite, dedicata al fotografo e distribuita gratuitamente negli store. Un oggetto leggero, quasi usa-e-getta, che funziona come le immagini che contiene: circola, si consuma, resta addosso.
Non è una mostra che prova a spiegare una generazione e forse è proprio questo il suo punto di forza. Piuttosto, la lascia emergere, senza mediazioni e senza costruzioni evidenti. Guardandola da vicino si ha la sensazione di esserci dentro.