Scatti d’Azzurro: il calcio che esiste ancora (e non si vede in tv)

Scatti d’Azzurro: il calcio che esiste ancora (e non si vede in tv)

di Digital Team

Un viaggio fuori dagli stadi, tra campi improvvisati e geografie quotidiane. Il progetto di adidas e FIGC prova a guardare dove il gioco non si è mai fermato

Il calcio, quello che regge davvero, raramente è quello che si vede. Succede altrove. Nei ritagli di tempo, più che nei calendari. Nei campi dove la linea laterale è tirata a occhio e ogni tanto sparisce. Nelle piazze dove si gioca finché qualcuno non protesta da una finestra. Non è romantico, non sempre almeno. Però funziona

Scatti d’Azzurro, il progetto nato dalla collaborazione tra adidas e FIGC, parte esattamente da questo punto. Non dal professionismo, ma da quello che ci gira intorno da sempre. Sei fotografi, sei città, nessuna voglia di fare un censimento. Piuttosto un attraversamento, con tempi diversi e senza l’ossessione di spiegare tutto.


A Venezia, Cecilia Palmeri lavora su quello che resta tra un passaggio e l’altro. I campielli sono pochi, stretti, spesso occupati. Si gioca quando si trova spazio, letteralmente. La partita si monta e si smonta in fretta, come succede in città dove ogni metro ha già un altro uso.

A Matera, Francesco Freddo torna nei posti dove andava da ragazzino. Non è un’operazione nostalgia, o almeno non solo. Alcuni campi sono identici, altri appena cambiati. Cambiano le persone, quello sì. Ma il modo di stare in campo è lo stesso. Si riconosce subito.

Paola Massarenti

In provincia di Torino, Paola Massarenti guarda a cose che, a prima vista, sembrano sempre uguali. Allenamenti, partitelle, qualcuno che aspetta il proprio turno seduto sul pallone. Poi però ti accorgi che lì dentro passano gli anni. Senza dichiararlo, ma passano.

Tra Brescia e la Val Camonica, Alessandro Belussi si muove più per associazioni che per documentazione. L’oratorio, la piazza, la montagna poco più in là. Il calcio è anche un modo per uscire, per allungare il pomeriggio, per stare fuori casa un’ora in più. Non serve molto altro.

Giuseppe Scianna

A Palermo, Giuseppe Scianna entra in quartieri dove il gioco non ha mai avuto bisogno di essere “riattivato”. È già lì. Ballarò, lo Zen, la Vucciria. Asfalto, muri, porte improvvisate che cambiano posizione ogni volta. Si gioca veloce, spesso senza parlare troppo. Le regole si capiscono al volo.

Poi c’è Jesi, con Lorenzo Bonanni. Provincia, senza etichette. Campi in ghiaia, reti sistemate come si può, luce che cala e nessuno che ha davvero voglia di smettere. Si tira avanti finché si vede.

Il punto non è salvare qualcosa, né dimostrare che “una volta era meglio”. Quel calcio lì non se n’è mai andato. È rimasto dov’era, semplicemente non lo si guarda quasi più. La maglia azzurra, quando appare, non cambia la scena. Non è un simbolo da caricare di significati. È una maglia. Sta dentro a tutto il resto. E alla fine si gioca. Fine.