Super Bowl: commento a caldo sull’halftime show di Bad Bunny (dall’outfit alla performance)
Courtesy Getty Images

Super Bowl: commento a caldo sull’halftime show di Bad Bunny (dall’outfit alla performance)

di Tiziana Molinu

Il cantante portoricano ha trasformato il palco più centrale della cultura statunitense in una festa latina: tredici minuti, un total look Zara e un chiarissimo messaggio politico

Bad Bunny ha conquistato l’halftime show del Super Bowl come nessuno aveva mai fatto prima. Un set interamente in spagnolo, prima volta assoluta per un headliner, e un’idea precisa: trasformare lo stadio in una cartolina di Puerto Rico. In meno di 13 minuti, l’artista più ascoltato al mondo su Spotify nel 2025, con 19,8 miliardi di stream, ha stretto in una morsa perfetta il pubblico, dipanando un medley di 12 sue hit, da “Tití Me Preguntó” a “Debí Tirar Más Fotos”. Mentre scenografia, coreografie e la scaletta implacabile continuano a risuonare, c’è un elemento che il mondo della moda non riesce a smettere di discutere: il suo outfit. Cosa indossava l’artista nel momento in cui ha conquistato il palco più grande dello sport? La risposta è Zara e Adidas.

SANTA CLARA, CALIFORNIA – FEBRUARY 08: Bad Bunny performs onstage during the Apple Music Super Bowl LX Halftime Show at Levi’s Stadium on February 08, 2026 in Santa Clara, California. (Photo by Neilson Barnard/Getty Images)

Bad Bunny ha indossato Zara per la sua performance al Super Bowl

Iniziamo proprio dai look, perché la scelta di Bad Bunny è stata eloquente. Avrebbe potuto rivolgersi a qualsiasi maison del lusso o designer emergente, e invece ha optato per la strada più democratica e sorprendente: Zara, brand “del popolo”, accessibili ai più. Una scelta che, al di là delle possibili polemiche, ha immediatamente infranto ogni barriera tra l’icona sul palco e il pubblico in gradinata. È qui che la moda mostra il suo vero potere, parlare e avvicinare. Scendendo nei dettagli, lo showman portoricano ha aperto l’halftime show con untotal look color crema firmato dal gigante spagnolo del fast fashion: camicia e cravatta, chinos, guanti coordinati e un jersey personalizzato con il cognome “Ocasio” e il numero 64 (probabile tributo all’anno di nascita di sua madre). Il tutto calzato dalla nuova colorway total white delle sue iconiche Adidas BadBo 1.0.

Lo styling, curato dai suoi collaboratori storici Storm Pablo e Marvin Douglas Linares, ha volutamente evitato qualsiasi eccesso scenografico, cosa piuttosto inedita per Benito. Silhouette pulite, proporzioni boxy e una palette neutra studiata per funzionare sia nella vastità dello stadio che nei primi piani televisivi. L’obiettivo era non far parlare dell’outfit, ma della performance e del messaggio veicolato. Nel corso dei tredici minuti, il look si è evoluto in un doppiopetto crema dalla stessa grammatica visiva, mentre al polso faceva capolino un Audemars Piguet Royal Oak in oro giallo con quadrante in malachite. Un unico elemento di lusso puro in un universo volutamente accessibile.

bad bunny
Courtesy Getty Images

La performance come messaggio politico

Il Super Bowl che conosciamo tradizionalmente esporta un’immagine precisa dell’America. Questa volta è successo l’esatto contrario: Bad Bunny ha importato un intero universo. Ha trasformato il campo del Levi’s Stadium in un vibrante quartiere portoricano, completo di barbiere, colmado (enoteca) e la sua iconica casita colorata.

Aprendo con l’inconfondibile riff di “Tití Me Preguntó”, Bad Bunny ha imbastito un medley serrato di successi che hanno segnato la sua carriera, spaziando tra il suo repertorio e presentando il suo mondo agli oltre 100 milioni di spettatori. E gli ospiti dell’intevallo non sono stati da meno dell’headliner. Lo straordinario duetto con Lady Gaga per una versione in salsa di “Die With a Smile”. Ancora più significativo è stato il passaggio di testimone con Ricky Martin, un’altra icona portoricana, per un’emozionante performance di “Debí Tirar Más Fotos”. Quel momento ha teso un filo diretto tra l’era del crossover latino degli anni ‘90 e l’indiscusso dominio globale di oggi.

bad bunny super bowl outfit
(Photo by Kevin Sabitus/Getty Images)

Nel finale, Bad Bunny ha sollevato un pallone da football con la scritta “Together, we are America” per poi lasciarlo cadere a terra. Alle sue spalle, le bandiere dei paesi latinoamericane sfilavano sotto la frase già diventata motto: “The only thing more powerful than hate is love”. Evitando ogni proclamo politico diretto, l’artista ha costruito un’argomentazione per immersione e rappresentazione.

Il contesto, però, rendeva la performance un atto politico in sé: le polemiche pre-esibizione di alcuni esponenti conservatori e le note posizioni di Bad Bunny su migrazione e identità latina facevano da sottofondo a ogni nota. Quella frase finale, e l’intero spettacolo, sono stati così una ridefinizione radicale del concetto di appartenenza. La domanda non è più chi possa entrare in America, ma cosa l’America includa già al suo interno. In tredici minuti, Bad Bunny ha celebrato la diaspora latina sul palco più centrale e sovraesposto della cultura statunitense, reclamandolo come casa.

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(Photo by Thearon W. Henderson/Getty Images)