Christopher Walken

Christopher Walken

Ritmo e ripetizione; crescere tra il Queens e Manhattan; e, ancora, cosa fanno gli attori tra un lavoro e l’altro, nei ricordi e negli aneddoti di un protagonista, on stage da oltre 60 anni

di Alex Tudela

Nella sequenza finale di King of New York di Abel Ferrara, Frank White, interpretato da Christopher Walken, siede da solo sul treno locale della linea 7 mentre, curvando, passa davanti all’insegna dei Silvercup Studios – un monumento imponente nel Queens industriale – e comincia a scendere sottoterra, in direzione di Manhattan.

I vagoni, verniciati con quel vecchio smalto rosso, oggi scomparso, che chiunque abbia preso la metropolitana negli anni 70 e 80 ricorderà, sferragliano sui binari sopraelevati prima di infilarsi sotto l’East River. Fuori dai finestrini sporchi, lo skyline si fa via via più nitido: torri di vetro, ponti illuminati, la densità scintillante del cuore della città. Dentro, Frank White è solo, in silenzio. Pochi minuti dopo verrà colpito e morirà sul sedile posteriore di un taxi giallo, in mezzo a Times Square, circondato da neon e sconosciuti. Quel viaggio in metropolitana è breve, fatale, e inconfondibilmente Queens.

Per Christopher Walken quell’immagine non è astratta. È la tratta che un tempo lo portava da Astoria – dove i suoi genitori si stabilirono dopo essere emigrati dall’Europa – a Manhattan negli anni 50. A 10 anni, Walken faceva già quel viaggio da solo: dall’aria impastata di farina della panetteria di suo padre alle prove di danza, ai provini e agli studi della televisione in diretta al Rockefeller Center. In seguito avrebbe insistito sul fatto che è sbagliato chiamarlo “attore bambino”: preferisce “giovane performer”. C’è una bella differenza. Gli attori interpretano. I performer si presentano, vanno al segno e fanno ciò che viene detto loro di fare.

Christopher Walken
Giacca, dolcevita e pantaloni Loro Piana

I suoi primi anni si reggevano su struttura, ripetizione e lavoro. Walken non ha mai lasciato il Queens. Questo fatto è spesso letto come una bizzarra fedeltà alle sue origini. In realtà, è una semplice questione di continuità. Nell’Astoria di metà secolo, quasi tutti – tranne i bambini – venivano da altrove: Grecia, Italia, Polonia, Irlanda, Germania. L’inglese era parlato in modo esitante, modellato dagli accenti del Paese d’origine, da persone che traducevano i pensieri mentre li esprimevano.

Christopher Walken è cresciuto in quel paesaggio sonoro. La sua voce – le pause, il ritmo, quella qualità interrogativa che sarebbe poi diventata una delle più imitate del cinema americano – non è stata inventata. L’ha assorbita dall’ambiente. L’ha ereditata.

Questo conta ben oltre il cinema. Nel 2026, mentre gli States accelerano le deportazioni e la retorica dell’English only si fa più aspra, la voce di Walken – tra le più riconoscibili e parodiate nella storia del cinema americano – resta una prova silenziosa di quanto le comunità di immigrati sanno creare. Ciò che in altri è stato liquidato o corretto, in Walken è diventato iconico.

L’esitazione, la ricerca, il ritmo della traduzione: non un vezzo, ma un fondamento. Ci siamo sentiti al telefono un venerdì mattina. Christopher Walken, oggi ottantaduenne, ha parlato di ritmo e ripetizione, di cosa significa crescere a New York, di ciò che chiama “il paese dello spettacolo”, e di quello che fanno gli attori mentre aspettano il lavoro successivo. Lo fa da oltre 60 anni. E finché ci sarà lavoro, dice, ha intenzione di andare avanti.

Ha detto che il “ritmo” per lei è più importante del pensare. Quando se ne è reso conto?

Beh, non so se sia più importante del pensare. È quello che faccio di solito. Prendo il copione, lo metto sul piano della cucina e lo rileggo più volte. Forse perché ero un ballerino: le prove sono, in sostanza, ripetizione. Lo fai e lo rifai finché i muscoli se lo ricordano. Non sono bravo a imparare le battute a memoria. Mi ci vuole tempo. Così le dico ad alta voce e cerco di capirle, e continuo semplicemente a farlo, finché non cominciano a suonare bene. È più o meno così che lavoro. Continuo finché non suona bene. Piuttosto che mettermi a pensare al significato delle cose o alla psicologia, tutte cose in cui non sono granché.

Affronta una scena nello stesso modo in cui affronterebbe una coreografia?

Interessante. Non ci penso molto, ma è vero che nella danza si lavora, per così dire, a blocchi di numeri. È piuttosto matematico, in fondo, se ci pensa, la danza. E può darsi che il mio modo di affrontare i dialoghi si porti dietro qualcosa di tutto questo.

Christopher Walken
Cappotto, giacca, camicia e cravatta Loro Piana

Che cosa le ha insegnato sul lavoro crescere nel Queens?

Vengo da una zona del Queens in cui si lavorava sodo. Mio padre faceva il fornaio. Non ho mai conosciuto una persona che lavorasse quanto lui. Andava in panetteria sette giorni su sette, c’era quell’etica del lavoro. A parte questo, quasi tutti nel quartiere – tranne i bambini – venivano dall’Europa o da qualche altro posto lontano. Molti che vi hanno vissuto tutta la vita parlavano a malapena l’inglese. E quelli che lo parlavano, compresi i miei genitori, di solito avevano l’accento del Paese d’origine. Mi è stato chiesto perché parlassi in modo così particolare. Probabilmente molte persone della mia generazione, di quel quartiere, parlavano l’inglese come lo avevano sentito, cioè in un modo un po’ spezzato, esitante, il modo in cui si parla una seconda lingua. Sono cresciuto sentendo parlare così, anche in casa mia.

Quanti anni aveva quando ha iniziato a prendere la metropolitana da solo?

Lo facevo già a dieci anni. Io e i miei fratelli andavamo a scuola e ce la cavavamo da soli. Ma era normale, a quei tempi. Se i tuoi genitori avevano da fare, ti mandavano a casa di un amico e sua madre si occupava di te. Ti davano da mangiare. Venivi messo in riga dai genitori di qualcun altro e nessuno ci trovava niente di strano.

La città le ha insegnato a muoversi anche come performer?

New York è una combinazione di cose che arrivano da ogni parte. Ricordo che da bambino, a quei tempi, i ragazzi erano un po’ più “liberi” di quanto non siano oggi. Quando avevo dieci anni, io e i miei fratelli uscivamo di casa la mattina e rientravamo per cena: stavamo fuori da soli tutto il giorno. E c’erano sempre la metropolitana e gli autobus, ma a New York, per tutta la vita, quando dovevo andare da qualche parte, ci andavo a piedi. E sono cresciuto camminando per New York, da un posto all’altro. Se non fossi nato a New York non ne avrei fatto parte. Gran parte della vita è una specie di tiro di dadi. Ti capita di essere in un posto mentre sta accadendo qualcosa e tutta la tua vita cambia.

Una volta ha detto: «Vengo dal paese dello spettacolo». Quali sono le usanze di quel paese?

Quando ero ragazzo, la televisione stava nascendo. Era subito dopo la Seconda guerra mondiale. Da New York arrivavano ogni settimana 90 programmi in diretta. Sono cresciuto così: andare ai provini, essere competitivo, imparare a cantare e ballare e dire qualche battuta. Un triple threat era un ragazzino che sapeva cantare un po’, ballare un po’, dire un paio di battute. Erano molto richiesti. E così facevo quello, invece di giocare a baseball, andare in giro in bici e cose del genere. Ho avuto un’educazione che la maggior parte dei bambini non ha. Vanno a scuola e fanno le cose che fanno i bambini. Ma se cresci nello spettacolo hai un altro tipo di educazione, qualcosa che non puoi avere da nessun’altra parte. Se mia madre non mi avesse messo nello spettacolo, non so che cosa farei oggi.

Christopher Walken
Cappotto, giacca, camicia e cravatta Loro Piana

Ha detto che, quando gira le scene, si tiene un “segreto”, tipo essere Elvis o Bugs Bunny. Perché le serve questa sorta di “gioco privato”, e qualcuno se ne accorge?

Lo faccio per divertire me stesso. Sono un pessimo imitatore. Se imito qualcuno, nessuno capirà che cosa sto facendo: capiranno solo che sto facendo qualcosa di “privato”. A volte lo faccio solo per farmi una risata. Ti mette un po’, come si dice?, di brio addosso, un luccichio negli occhi. Ho sempre pensato che, se ti stai divertendo a fare quello che fai, si vede, e alla gente piace guardare altre persone divertirsi.

Una volta ha detto che a Elvis serviva qualcuno che gli dicesse: «Elvis, basta». In una collaborazione lunga, quanto è importante avere qualcuno che possa farlo?

Credo lo sia. Fa parte della collaborazione. Ci si prende cura l’uno dell’altro. Ho ammirato tantissimo Elvis, ma ho sempre pensato che qualcuno avrebbe dovuto dirgli: «Basta con quei panini fritti al burro d’arachidi e banana. Non ti serve anche quel cheeseburger». Avere qualcuno che ti tenga d’occhio, e tu tieni d’occhio lui o lei aiuta. È così che funziona.

In un’intervista John Turturro diceva che la considera una persona molto vulnerabile. Come vive questa vulnerabilità nel lavoro o nella vita?

Chi pensa di non essere vulnerabile si sbaglia di grosso. Io sono vulnerabile, come lo sono tutti. Puoi pensare che vada tutto benissimo, ma fai attenzione. Puoi essere a Londra e scendere dal marciapiede guardando dalla parte sbagliata; puoi non accorgerti dell’asteroide che sta arrivando. Se hai la salute, un buon lavoro, un posto dove vivere e tutto il resto, sei molto fortunato. Le cose arrivano dal nulla. Quindi sì, sono vulnerabile, ma lo sono anche tutti gli altri.

Ha detto che lavorare le fa bene fisicamente e mentalmente.

Mi piace lavorare e non sono mai stato particolarmente schizzinoso su quello che faccio. Prendo quello che arriva. Tiene la mente impegnata, tiene il corpo impegnato. Lavorare mi fa bene. Qualcuno ha detto che se non lavori ti atrofizzi. Ed è vero: stimola la mente, stai con le persone, socializzi. Io vivo più o meno in campagna (Walken vive in Connecticut, a un paio d’ore a nord-est di New York, ndr) Non vedo molta gente. Quindi andare a lavorare è, certo, un modo per guadagnarsi da vivere, ma anche per stare con le persone. Qualunque sia il tuo mestiere, si tratta solo di trovare le condizioni per svolgerlo al meglio: fa bene.

Christopher Walken
Cappotto e dolcevita Loro Piana

Che cosa fa quando non lavora?

Beh, questa è la vita dell’attore. Anche se sei un attore di successo e lavori abbastanza spesso, hai comunque molto tempo libero. Però ci sono anche quei periodi in cui, come attore, non hai scelta: devi semplicemente aspettare. A differenza di molte persone che fanno quello che fanno cinque giorni alla settimana: se sei un medico o un cuoco o guidi un taxi, vai, fai il tuo lavoro e poi torni a casa. Gli attori vanno e lavorano, di solito, per giornate lunghissime, e poi è finita. E devi aspettare fino al lavoro successivo.

Sembra che la pazienza sia importante.

Sì. E credo che sia per questo che tanti attori coltivano hobby personali: dipingono o scrivono o giocano a golf o… insomma. Conosco attori che pilotano il proprio aereo. Molti hanno qualcosa che fanno “a lato”, di cui la maggior parte della gente non sa nulla.

E lei ha qualcosa che fa “a lato”?

Ho scatole piene di roba che ho scritto: pièce teatrali e cose così. Però, quando le rileggo, non sono granché, quindi lascio perdere. Ma mi tiene occupato. È un po’ come costruire una nave in bottiglia: lo fai perché è divertente e ti impegna.

E quanta punteggiatura usa quando scrive?

La uso, ma mi capita di metterla in punti strani.

Perché so che ha detto che non le piace la punteggiatura nei copioni, o comunque non le piace come viene usata.

Beh, penso che spesso la punteggiatura sia un modo in cui chi ha scritto ti sta dicendo come devi leggerlo. Io adoro quello che scrivono gli altri, ma mi piace leggerlo a modo mio. Le parole appartengono allo scrittore, ma il modo in cui le dico appartiene a me.

Un’ultima domanda. A fine giornata, come fa a capire che è stata una buona giornata?

È facile. Quando fai l’attore, soprattutto al cinema, se hai una scena da girare, sai che arriva: ti ci prepari da due settimane. Poi vai al lavoro la mattina, passi lì la giornata, fai la scena e sali in macchina per tornare in albergo e pensi: “È venuta bene. Sarà una bella scena.” È una sensazione bellissima. Non succede sempre, ma quando sei in macchina, tornando a casa, e pensi che la scena che hai fatto era buona: ecco, quello è più o meno il massimo.

In apertura Christopher Walken indossa cappotto e dolcevita Loro Piana. Photos by Charlie Gray, styling by David Bradshaw. Grooming: Peter Gray @Homeagency using @Apostle. Post production: MCD Creative.