Fulminacci: “Sono un outsider, ma arrivo con entusiasmo”
Il cantautore italiano più originale e moderno in circolazione arriva a Sanremo da outsider possibile vincitore «con entusiasmo». Il suo look all’Ariston? Al solito «radical trekking» preferirà lo stile vintage ispirato al cinema, l’altra sua passione
Con nonchalance, Fulminacci, cantautore romano non esattamente avvezzo all’alta rotazione radiofonica e nemmeno principe del mainstream, rientra a sorpresa nel club dei candidati alla vittoria del Festival di Sanremo (24-27 febbraio). «Ho visto le classifiche e, in tutte, mi trovo in posizioni molto alte. Queste previsioni mi accompagnano verso la gara con entusiasmo; certo, non è detto che la graduatoria effettiva finale coincida, ci sono mille votazioni e può essere stravolta».
L’outsider più atteso da chi di musica ne capisce – Targa Tenco 2019 per l’album d’esordio La vita veramente, è meravigliante il suo pop sagace, romantico ma ironico, cristallino ma profondo – potrebbe seguire le orme trionfanti di Lucio Corsi nel 2025. La sua Volevo essere un duro si piazzava seconda eppure conquistava tutti e il cantastorie che sembrava uscito da un fumetto, sconosciuto alla folla, diventava il vincitore morale indiscusso. Fulminacci (cioè Filippo Uttinacci, 28 anni) approva l’assonanza con l’artista maremmano: «Sono suo fan, molto fan. Il suo bellissimo progetto ha una grande credibilità, lui ha personalità, eleganza, è unico nel suo genere: ha radici forti nel passato senza risultare vecchio».
Se ti dico “Sanremo 2021”, cosa mi rispondi?
«Il mio primo Festival, con Santa Marinella (sedicesima, ndr), nonché edizione Covid, ho ricordi importanti: intere giornate trascorse in camera e interviste su Zoom. Era una situazione alienante e strana perché poi, all’improvviso, andavo sul palco davanti a tutta Italia senza rendermene conto: comunicavo solo attraverso le telecamere. Non c’era pubblico, il teatro era vuoto».
L’opposto di quest’anno: un biglietto vale oro. Due coordinate sul tuo pezzo, Stupida sfortuna, ce le dai?
«Come tutti i miei brani, è parzialmente autobiografico. Attraversa un periodo in cui ho lasciato alle spalle qualcosa e si alternano momenti di solitudine e ricostruzione. L’atmosfera è abbastanza cupa, ma nel ritornello arriva il mio approccio scanzonato con cui affronto le difficoltà. Uso sempre un po’ di leggerezza come terapia».

La canzone lancerà l’album Calcinacci (Maciste Dischi/ Warner Records Italy, Warner Music Italy, ndr), in uscita il 13 marzo.
«Il disco è prodotto da Golden Years, una novità per me, quindi avrà un sound diverso rispetto ai tre precedenti. Non ha uno stile specifico, le mie canzoni sono sempre diverse, ma credo abbia una maggiore identità sonora, ha un look più identificabile».
Dalla musica alla moda, il tuo look è identificabile?
«Sono molto legato all’estetica degli anni Settanta, Ottanta e Novanta: all’Ariston mi piacerebbe strizzare l’occhio al vintage, con un’immagine riconducibile ai film di quelle tre decadi. Senza esagerare con colori e forme, che preferisco sobri».
Il tuo outfit di tutti i giorni?
«Direi da tecnico, da operatore sul set: tipo pantalone multitasche, con gancio porta martello e nastro arancione, più scarpe da escursione. Mio cugino ha coniato la definizione “radical trekking”: i radical chic che indossano abbigliamento outdoor».
Cosa non metteresti mai?
«I capi skinny, amo la vestibilità comoda, sia dal punto di vista della percezione sia da quello estetico. E le sneakers con la suola alta ispirate a Stan Smith, quelle oversize».
Ti stai avvicinando a un periodo intenso: Sanremo a febbraio, album a marzo, tour ad aprile.
«Comincerà il 9, dalla mia città. Palazzacci, fa rima con Fulminacci, è il mio primo ufficiale nei palazzetti: sto preparando la scaletta e non è facile, devo scremare e rinunciare a canzoni che per il pubblico sono fondamentali, però ho voglia di suonare i pezzi nuovi e vedere l’effetto che fanno dal vivo. Sto lavorando alla struttura – non ci saranno i palloncini, ho la fobia – e ballerò anche a questo giro: sono abbastanza negato e questo mi fa molto ridere. Quando sono nel pubblico e vedo degli sfigati che si cimentano in qualcosa, mi sento compreso automaticamente; tutti si immedesimano in quelli che non sono capaci e si crea subito una bella atmosfera familiare. Ai miei concerti nessuno vuole esser diverso da com’è, sul palco e nel pubblico».
Come ti è venuto in mente di duettare con Francesca Fagnani, domatrice di Belve?
«Avevo pensato di proporre Parole Parole; nella versione originale l’attore Alberto Lupo parlava e Mina cantava, e Francesca è stata la prima persona che vedevo bene nell’interpretazione (lei parlerà, lui canterà, ndr), mi piaceva l’idea che l’ospite del venerdì sera non fosse un cantante. In più, amo creare rapporti trasversali con persone che stimo e apprezzo del mondo dello spettacolo, non per forza musicisti. Francesca si occupa di divulgazione, giornalismo e intrattenimento fatto con classe, seppure di enorme popolarità; l’avevo incontrata a un pranzo affollato e, quando l’ho contattata per proporle la cover, ha accettato subito, molto contenta. Siamo diventati amici: è simpatica, oltre che intelligente e seria al momento giusto».

Hai pubblicato il primo album a 22 anni: prima cosa facevi?
«Il minimo indispensabile al liceo classico. Avrei preferito saltare la scuola, non è stato il mio periodo preferito e prendevo la sufficienza per non essere rimandato: ero troppo pigro per studiare d’estate. Mi comportavo bene in classe perché avevo capito che il voto in condotta era una buona strategia per alzare la media; stavo immobile, ma non ascoltavo, il cervello era occupato in altro».
Finito il liceo?
«Ho studiato recitazione in una scuola di cinema, l’altra mia passione. Mi sono diplomato e, nel frattempo, scrivevo i pezzi in cameretta: li preproducevo, facevo i provini e li mandavo in giro. Fino a quando qualcuno non mi ha detto che potevano piacere, li tenevo per me. Nemmeno gli amici sapevano che scrivessi».
Il film che rivedresti stasera?
«Ogni giorno cambio. Oggi dico Be Kind Rewind, in cui si smagnetizzano tutte le cassette di un videonoleggio e Jack Black e Mos Def girano tutti i film in versione amatoriale. Oltre a essere una commedia, è molto poetico».
Hai mai recitato?
«No, ma adesso ho la possibilità di divertirmi con le mie clip e sperimento: questo mestiere mi permette di togliermi qualche sfizio, senza esagerare, non ho vizi. Mi considero un privilegiato e mi prendo cura di ciò che mi piace, da un pranzo lussurioso al ristorante giapponese alla comodità. Se dovessi spendere una bella cifra, in effetti, spenderei in comodità».
Un piano B l’avevi o l’hai?
«No, avere solo il piano A è il mio modo di farcela. Se avessi un secondo piano, inconsciamente magari mi saboterei e non metterei in ciò che faccio tutta l’energia che dovrei».
Photography: Alessandro Burzigotti, Styling: Edoardo Caniglia , Video Director: Nello Giordano
Video prod: Cattura Production, Hair: Kiril Vasilev at Green Apple, Make up: Valentina Raimondi at Interlude Project, Casting: Barbara Nicoli, Leila Ananna, Production: Interlude Project, Props styling: Alina Totaro, Fashion contributor: Valentina Volpe, Styling assistant: Jacopo Ungarelli
Props styling assistant: Cecilia Chiapetto, Flowers: Anna Flower Designer