Malika Ayane: «A Sanremo porto la mia nuova serenità»
In una nuova fase di sé, al suo sesto Sanremo la cantautrice vuole portare «la serenità, la leggerezza e il senso di pace che mi stanno accompagnando». Tra il ricordo di Paolo Conte, «sono stata miracolata a lavorare con lui», e la vita casalinga a Berlino, «maniaca dell’ordine per necessità»
Una voce diventa indimenticabile quando è spettacolare o quando è particolare. Quella di Malika Ayane è entrambe. Quando parla, figurarsi quando canta: «Lavorare qui oggi è stato veramente bello. Lo dico io che non amo essere fotografata e mi sento sempre molto in imbarazzo: il risultato è autentico, mi riconosco nelle foto», confida con il sorriso. Lo shoot di moda esclusivo per Icon è appena terminato e comincia l’intervista.
Amatissima dal pubblico (i suoi dischi d’oro e di platino non si contano), anche i colleghi l’adorano: tra i tanti complimenti ricevuti, quello che eccelle per poeticità è firmato da Paolo Conte: «Il colore di questa voce è un arancione scuro che sa di spezia amara e rara». Con “Il maestro” ha duettato in Little Brown Bear e ascoltarla mentre lo ricorda mette i brividi: «Cosa vuoi dirgli? È talmente gagliardo che è stato straordinario solo stare in una stanza insieme a lui. Me ne sono resa conto soltanto dopo: quando penso a quei momenti, mi viene ancora da piangere. L’atmosfera paritaria con uno dei più grandi di sempre, non soltanto italiano, i suoi musicisti che mi trattavano come se fossi una di loro. Poi era il periodo in cui aveva cominciato a fumare meno e mi passava le sigarette sottobanco perché Caterina Caselli (ha scoperto Malika e l’ha prodotta fino al 2021, ndr) non voleva, giustamente, che fumassi. Sono incontri che ti segnano; mi sento miracolata, più che fortunata».

Ayane è cresciuta nelle voci bianche del Teatro alla Scala di Milano (Riccardo Muti la scelse tredicenne come solista in Macbeth; a Milano è nata nel 1984) e incanta anche senza inerpicarsi in virtuosismi. In virtù di quel Less is more che soltanto i veri talenti mettono in pratica. Al Festival di Sanremo (24-28 febbraio) la cantautrice, scrittrice e attrice arriva dopo un periodo intenso ed esaltante – due spettacoli teatrali (Cats e Brokeback Mountain), un libro (la raccolta di racconti Ansia da felicità, Rizzoli), un tour nei teatri, concerti e viaggi in giro per il mondo – con un brano che si allontana da quelli presentati nelle sue «quattro partecipazioni e mezzo, come mi piace sempre dire, perché l’ultima è stata nel 2021: c’era il Covid».
Il titolo del brano che proporrai sul palco dell’Ariston?
«Animali notturni. È un pezzo adulto: parla dell’amore che si rinnova ogni giorno e della passione che cambia e va coltivata».
Ti senti un animale notturno?
«Sono un ibrido, posso cambiare il fuso orario facilmente. Da un lato, mi godo la mattina, che avevo escluso per tanti, tanti anni: mi piace svegliarmi presto, riuscire a maneggiare la giornata senza fretta e chiuderla presto. Dall’altro, anche per il lavoro che faccio, vivo bene la sera: le tournée teatrali iniziavano alle 18 e terminavano alle 23, il momento della leggerezza cominciava tardi».
Il brano uscirà anche in versione 45 giri: ce n’è qualcuno nella tua collezione?
«Sì, il mio preferito è la versione di Cosa hai messo nel caffè di Antoine. L’avevo trovato dove abitavo, poco più che ventenne, nella soffitta di una signora. Lei non sapeva cosa farsene: è stata un’appropriazione sentimentale ma mezza indebita, che più avanti mi avrebbe ispirato a cantarla, proprio a Sanremo nel 2013».
Cosa vorresti e cosa eviteresti al Festival?
«Vorrei conservare la serenità, la leggerezza e il senso di pace che mi stanno accompagnando. Mi piacerebbe presentare questa nuova fase di me. Avrò anche l’occasione di stare con degli amici, Dargen D’Amico, Rosalba e Claudia (Arisa e Levante, ndr) e conoscere artisti, credo che il clima sarà carino. Eviterei, invece, quella sensazione, in cui inciampo a volte, di stare affrontando la cosa più importante del mondo: so che non è così».
Qual è questa nuova fase di te?
«È come se fosse l’ultimo tratto, sto tirando le somme: l’entusiasmo degli inizi più le tante esperienze nel mezzo danno come risultato un certo equilibrio sotto i piedi che trovo stupendo. Il Festival e ciò che seguirà si presentano dopo un percorso in cui ho frequentato a lungo il teatro. In più di tre anni ho scritto tanto, ma non ho ancora la concentrazione per selezionare i pezzi e mettere insieme un album, che uscirà non prima di ottobre e il tour teatrale partirà a novembre. Sono stata per un po’ lontana dalle altre scene e dalla discografia: l’effetto è quello di quando torni a casa dei genitori e rivaluti gli spazi. Un tempo li vedevi piccoli, ora li vedi esattamente come sono».

Hai iniziato da bambina a cantare: sognavi di diventare altro?
«No, non sognavo nemmeno di cantare: giocavo. Più passano gli anni, più mi rendo conto che da piccola sentivo la potenza del linguaggio della musica attraverso il canto e cercavo di comprendere come potesse diventare un modo per esprimere quello che provavo. Non percepivo il canto come un atto consolatorio: era un’espressione pura di quello che provavo. C’erano i primi Festivalbar e mi viene da ridere a pensare alle mie imitazioni infantili negli anni delle Elementari».
Abiti a Berlino: cosa noti dell’Italia quando torni?
«Su di me, che sto attenta a vestirmi in modo più consono. Non che in Germania mi vesta da alce, anche se qualche volta mi piacerebbe (ride, ndr), ma mi accorgo che un guardaroba “normale” a Berlino, a Milano spiccherebbe e attirerebbe giudizi. Il mio armadio tedesco è più divertente; in Italia mi concedo outfit “creativi” al lavoro. Per il Festival, però, ho scelto un look meraviglioso ma essenziale, tranquillo».

La cosa che ti manca di più dell’Italia?
«La famiglia, gli amici. A Berlino la mia vita scorre più lenta, è più casalinga: ci sono sere in cui mi piacerebbe telefonare a una delle persone care per invitarla a bere un bicchiere di vino sul divano. Purtroppo la distanza ce lo impedisce».
Vita casalinga, Malika casalinga?
«A stirare sono un disastro, invece sono bravissima a riordinare. Maniacale, direi, per necessità: faccio e disfo le valigie di continuo, se non sistemassi, sarebbe un disastro, verrei sommersa dal bucato. E cucino volentieri, il risotto in particolare: tutto quello che trovi in frigo ci sta bene e poi dà un bel senso di calore».
Video prod: Cattura Production, Hair: Adalberto Vanoni, Make up: Silvia Dell’Orto at Etoile Management
Casting: Barbara Nicoli, Leila Ananna, Production: Interlude Project, Props styling: Alina Totaro
Fashion contributor: Valentina Volpe, Team Baglini: Alberto Sardella (fashion coordinator), Lorenzo Tricarico, Props styling assistant: Cecilia Chiapetto, Flowers: Anna Flower Designer