Nicholas Alexander Chavez
Arrivato per caso (accade spesso) al teatro, Nicholas Chavez sta vivendo un’ascesa insieme misurata e travolgente. Nel segno dell’empatia e di una visione collettiva della recitazione
Nato a Houston 26 anni fa, diventato noto al grande pubblico con la soap opera General Hospital, poi proiettato in progetti più cupi e impegnativi, come la serie Monster del celebre showrunner Ryan Murphy, in cui interpreta il giovane criminale Lyle Menendez, Nicholas Alexander Chavez ha tutte le carte in regola per intraprendere una carriera di rilievo. Anche perché concepisce il suo lavoro più come uno spazio di condivisione che come un’impresa in solitaria.
Nicholas Chavez, ha fatto palestra nella soap General Hospital, un format particolarmente impegnativo per un attore. In che modo quell’esperienza le torna utile oggi?
Girare una soap è più complesso di quanto si creda. Si lavora a una velocità folle, con pochissimo tempo tra un ciak e l’altro, eppure bisogna essere sempre precisi, presenti, disponibili. Molto presto si sviluppa una sorta di “cassetta degli attrezzi”: si capisce che cosa è davvero indispensabile per il lavoro e cosa, invece, è solo una comodità o un’inutile sovrastruttura. Questa esperienza mi ha anche insegnato aspetti molto concreti del mestiere: lo spirito di squadra, il rispetto della macchina produttiva, l’importanza di fare in modo che tutti possano andare avanti insieme, terminare la giornata in orario, tornare a casa.

Facciamo un passo indietro. Quando ha capito che voleva fare l’attore?
Ne ho preso coscienza in modo molto chiaro verso i 17 anni. Ma, col senno di poi, credo di aver avuto la vocazione già da molto prima. Da bambino cantavo in un coro, ho partecipato a opere come Tosca. Il teatro è arrivato più tardi, alle superiori, per caso: ho accettato un ruolo per dare una mano al mio tutor. Si trattava di uno spettacolo di fine anno tratto da Il buio oltre la siepe. Ed è allora che è affiorata quella sensazione stranissima, difficile da spiegare ma evidente: ero al mondo per recitare. Da allora non me lo sono più chiesto. Vivo quello che considero un destino.
Dopo aver interpretato Spencer Cassadine così a lungo, come ha affrontato il passaggio a un altro ruolo, molto diverso, ispirato a una storia reale?
Ogni nuovo ruolo è un privilegio. E per Monster abbiamo avuto un lusso rarissimo: il tempo. Circa otto mesi tra il casting e l’inizio delle riprese. Tempo per leggere le sceneggiature, assimilarle, provare, riflettere. Fino ad allora non avevo mai avuto una preparazione simile. Quando devi entrare nei panni di una persona realmente esistita, questa durata cambia tutto: puoi scavare nel personaggio, in profondità, senza fretta.
Lyle è un personaggio complesso, ambiguo, talvolta disturbante. Come l’ha affrontato senza giudicarlo?
Recitare è sempre, in certo modo, un esercizio di empatia, no? Quando ti metti nei panni di qualcun altro, devi prima di tutto saperlo comprendere. Ho fatto ricerche, per cogliere con precisione cosa stesse vivendo quella famiglia e come venisse percepita in quella città. Il mio unico obiettivo era ritrarre il personaggio nel modo più autentico possibile.

Questa ricerca di una sincerità allo stato puro è ciò che preferisce, come attore?
L’unica cosa verso cui mi sento responsabile, come artista, è la verità. Tutto il resto mi sfugge completamente. Gli spettatori proiettano sempre qualcosa di molto personale su un’opera, ed è normale, perché l’arte esiste proprio per permettere questa pluralità di letture. Ma bisogna imparare ad amare ogni fase di un progetto, serie o film. Se vivi solo per un momento preciso – le prove, le riprese, l’uscita, il riconoscimento – ti perdi tutto ciò che conta. Io voglio esserci, in ogni istante.
È anche questo che l’aiuta a restare con i piedi per terra, mentre cresce la sua notorietà?
Assolutamente. Ciò che mi protegge è essere ultra concentrato. Ma anche se ho avuto la fortuna di formarmi con registi brillanti e frequentare altri attori di talento, ho ancora parecchio lavoro da fare su me stesso!
A sentirla parlare, il mestiere dell’attore è tutto tranne che una traversata in solitaria…
Proprio no. Per me la recitazione è un’espressione profondamente collettiva. Alcune delle esperienze più forti che ho vissuto da attore sono quelle che hanno riunito le persone. Che hanno creato un legame e uno spazio comuni. Del resto, se si pensa alle tragedie greche, il teatro serviva esattamente a questo: permettere agli individui di comprendere meglio la propria vita attraverso una performance condivisa.

Quali attori sono fonte di ispirazione per lei?
Penso subito a Hugh Jackman, perché ho rivisto di recente Les Misérables, uno dei miei film preferiti, con una fotografia che trovo magnifica. Ammiro anche la capacità di Christian Bale di trasformarsi fisicamente, vocalmente ed emotivamente. E penso a Gary Oldman, anche solo per l’audacia delle sue scelte: tutti attori che mi affascinano fin da bambino.
Ha lavorato anche in mondi molto stilizzati, specie con Ryan Murphy, con cui ha girato pure Grotesquerie.
Ogni vero autore ha un immaginario proprio, o almeno una grammatica visiva singolare. Ma ciò che è affascinante in Ryan Murphy è la chiarezza e la forza della sua visione. Il suo universo è estremamente riconoscibile. Recitare in due sue serie è stato come avere accesso a un enorme parco giochi artistico.
Ci sono altre forme d’arte che alimentano il suo immaginario?
La pittura, moltissimo. In questo periodo sto attraversando una fase impressionista! Quello che amo di quel movimento è che, prima di tutto, cerca di catturare l’atmosfera del momento, non ogni singolo dettaglio.