I designer giapponesi che contano davvero oggi
Non sono gli eredi dei maestri del passato. E non vogliono esserlo. Vi presentiamo la nuova ondata creativa che sta emergendo con prepotenza da Tokyo
Per decenni, il racconto della moda giapponese è stato scolpito attorno a tre designer, anzi, tre pilastri: Yohji Yamamoto, Rei Kawakubo, Issey Miyake. Figure monumentali, scuole di pensiero a sé. Ma il rischio, a furia di guardare indietro, è di perdersi quello che succede adesso. E adesso, sotto la superficie, la nuova generazione di designer giapponesi si sta muovendo con una libertà che i loro predecessori forse non avevano. Non stanno cercando di replicare quell’avanguardia radicale. Stanno facendo qualcosa di più sottile e, in qualche modo, più interessante. Stanno costruendo un linguaggio fluido, che dialoga con Parigi, Milano e Londra senza bisogno di tradursi. Una scena frammentata, certo, ma vitale come non lo era da anni. Quindi no, non chiamateli “i nuovi Yohji Yamamoto”. Loro sono altro. Di Soshi Otsuki abbiamo già parlato, perciò passiamo agli altri nomi più forti di questa nuova ondata nipponica.
Shinyakozuka

Shinya Kozuka è, con ogni probabilità, il nome più solido di questa generazione. Formatosi alla Central Saint Martins di Londra, nel 2015 ha fondato il suo brand Shinyakozuka attorno al concetto di “picturesque scenery”. Tradotto, i suoi abiti sono la traduzione letterale di disegni, scene e immaginari pittorici. La sua estetica è colta ma mai intellettualistica, accessibile ma mai scontata. E sebbene non sia ancora un nome popolare in senso lato, chi segue la moda da vicino lo conosce già bene. Anche perché a gennaio lo abbiamo visto a Pitti Uomo; e come se non bastasse è tra i semifinalisti del LVMH Prize, il biglietto da visita più ambito per un designer emergente che voglia farsi notare dai buyer parigini. Sentiremo molto parlare di lui.
ssstein

Se esiste un esempio di minimalismo giapponese che smette di essere cliché e torna a sembrare nuovo, è ssstein di Kiichiro Asakawa. Oggi il brand ha una struttura molto più matura della media degli emergenti: sito curato, collezioni coerenti e una presenza ormai stabile a Parigi. Anche lui è tra i semifinalisti del LVMH Prize 2026, dove viene descritto come un marchio costruito su una “bellezza quieta, minimale, con forte attenzione a silhouette e tessuti“. Asakawa lavora per sottrazione, ma la sua ricerca materica è ossessiva. I suoi capi sembrano semplici, ma sono il risultato di una sperimentazione tessile profondissima.
Pillings

Pillings di Ryota Murakami è il caso perfetto per raccontare il momento in cui un designer passa da fenomeno locale a player globale. Il suo linguaggio, knitwear romantico, quasi “storto”, con una poetica imperfezione che sembra uscita da un racconto di Murakami (Haruki, non Ryota), lo ha reso un culto in Giappone. Fino a poco tempo fa si poteva trovare solo lì. Poi Dover Street Market London ha messo gli occhi su di lui, inserendolo nella sua rete e dando il via all’espansione wholesale internazionale. La storia di Pillings è una bella lezione: si può crescere senza snaturarsi, basta avere un linguaggio così riconoscibile da non aver bisogno di tradursi.
Harunobu Murata

Harunobu Murata ha un percorso un po’ diverso rispetto ai colleghi in questa lista. A partire dal curriculum, un CV che pochi possono vantare. Dopo aver lavorato con John Galliano da Dior, nel 2018 ha fondato il suo brand dividendosi tra Milano e Tokyo. Debutta a Milano nel 2019 e nel 2022 vince il Tokyo Fashion Award. È il nome più luxury-facing di questa lista, quello le cui collezioni sembrano pensate per un pubblico abituato alla sartoria internazionale. Negli ultimi anni Murata ha registrato una crescita costante, con l’apertura del primo flagship store e un’espansione che lo vede sempre più proiettato verso l’Europa.
YOKE

Fondato nel 2018 dal designer giapponese Norio Terada, YOKE si è rapidamente affermato come uno dei nomi più interessanti della nuova scena nipponica. Nel 2026 è stato selezionato per il Fashion Prize of Tokyo, un programma che sostiene designer già maturi e pronti a rafforzare la loro presenza internazionale, in particolare a Parigi. La sua estetica si muove tra minimalismo e precisione sartoriale: un guardaroba costruito su layering sofisticati, materiali di qualità e proporzioni rilassate, che riflette perfettamente l’evoluzione contemporanea della moda giapponese.
mukcyen

Fondato da Yuka Kimura, mukcyen è una delle realtà più promettenti emerse dalla nuova scena di Tokyo. Nel 2026 il brand ha ottenuto un doppio riconoscimento quasi senza precedenti: il JFW Next Brand Award Grand Prix e il Tokyo Fashion Award. Due premi che insieme funzionano come un sigillo di qualità e una scommessa sul futuro. Le collezioni di mukcyen sono quelle più disruptive; giocano con la sartorialità come se fosse un materiale plasmabile, la combinano con ricerche tessili sperimentali e la proiettano in silhouette che sembrano muoversi tra scultura e abito quotidiano. Kimura sta costruendo un linguaggio visivo che non appartiene né alla tradizione né allo streetwear, ma a una terza via fatta di stratificazioni, volumi inaspettati e una tensione costante tra rigore e libertà. Da tenere d’occhio. Anzi, da tenere stretto.
ANTHEM A

Dietro ANTHEM A c’è una storia che vale la pena conoscere. Mariko Suzuki e Nao Yoshida sono il duo creativo che guida il marchio, e Suzuki porta con sé un DNA unico: cresciuta in una famiglia con una fabbrica di cucito, ha lavorato con realtà come 08sircus e kiminori morishita prima di mettersi in proprio. Questa biografia si sente nei capi. ANTHEM A unisce una conoscenza profondissima della costruzione sartoriale a un’energia contemporanea che viene dalla strada e dalla scena di Tokyo. Anche loro sono tra i vincitori del Tokyo Fashion Award 2026, e la loro presenza in questa lista è la prova di come la nuova generazione giapponese sappia tessere reti, valorizzare l’artigianato e proiettarlo in un linguaggio globale. Una coppia creativa da seguire con attenzione.