Willy Chavarria: “La moda non può essere neutrale”

Willy Chavarria: “La moda non può essere neutrale”

di Luca Cantarelli

Dalla passerella AW26 di Parigi alle collaborazioni con adidas e Rainbow Railroad, il designer americano di origine messicana racconta perché, oggi più che mai, la moda non può essere neutrale

“Beauty only exists if we can see it.” Per Willy Chavarria, la bellezza esiste solo se siamo disposti a riconoscerla. Ma nel suo lavoro questa frase non è solo un motto, è un principio che guida ogni scelta creativa. La sua ultima sfilata a Parigi, Eterno, ha trasformato la passerella in un vero e proprio musical: performance artistiche, concerti dal vivo e scenografie cinematografiche si fondono con la moda. Tra Cadillac d’epoca, cabine telefoniche e sette esibizioni di artisti internazionali come Mon Laferte, Lunay e Mahmood, la collezione AW26 co-ed celebra fratellanza, convivenza e radici messicano-americane. Streetwear e capi sartoriali dialogano con riferimenti storici ai pachucos, componendo un guardaroba invernale dove eleganza e impatto visivo convivono. Eterno va oltre l’estetica: dalle collaborazioni con adidas alle T-shirt in edizione limitata realizzate con The Ordinary e Rainbow Railroad a sostegno della comunità LGBTQ+, Chavarria fa della moda un gesto politico e umano, mettendo amore, identità e responsabilità sociale al centro della scena.


Artisti come Mon Laferte, Mahmood e Lunay hanno trasformato la sfilata in un vero evento musicale: come scegli le tue collaborazioni artistiche e che ruolo ha la musica nel tuo lavoro?

«Musica e moda sono profondamente connesse sul piano emotivo. Sento la musica quando disegno e immagino la moda quando ascolto la musica. Creare un legame naturale tra le due nel processo creativo è il mio modo di lavorare. L’idea di realizzare un musical o un video musicale per presentare la collezione AW26 Eterno è nata parlando con amici incredibilmente affermati nelle loro carriere musicali. Volevo che il mondo li vedesse all’interno di un progetto narrativo che offrisse loro anche una sfida attoriale, permettendo al pubblico di entrare in contatto con loro attraverso il cinema e la moda».

La tua collaborazione con adidas richiama il dialogo tra moda e sport già visto in passato con designer come Gosha Rubchinskiy: cosa ti affascina del legame tra calcio, cultura urbana e moda?

«Sono sempre stato affascinato dal modo in cui l’abbigliamento sportivo è stato adottato come moda, in particolare dalla cultura chicana. Questo ha avuto un forte impatto sul mio lavoro. Il mio primo impiego nel settore è stato con Ralph Lauren, nella linea RLX, una delle prime (dopo la Y-3 di Yohji Yamamoto) a fondere l’alta moda con l’autentico abbigliamento tecnico sportivo. Per me è naturale che una maglia da calcio in poliestere possa essere indossata con jeans e mocassini. È un livello di eleganza che nasce dalla strada, e lo trovo incredibilmente potente. Gosha ha saputo intercettare il mondo giovanile (ovviamente!), e anch’io l’ho fatto. Non perché lo prenda come target, ma perché è quel pubblico a comprendere meglio questo legame».


Willy Chavarria FW26

Guardando alla tua evoluzione recente, dalle sfilate più provocatorie al messaggio di “Eterno”, come immagini il futuro del tuo linguaggio creativo e politico nella moda?

«La sfilata Eterno è provocatoria quanto tutte quelle che ho realizzato finora. Sette performance principali provenienti da tutta l’America (Nord e Sud) e una storia di connessione umana sono, in questo momento storico, un atto sorprendentemente politico. Viviamo in un’epoca in cui anche definirsi “centristi” o “non politici” è di per sé una posizione profondamente politica. La mia moda è emotiva e autentica, e comunica con la passione della verità. Creo abiti per chi mette al centro l’amore, la diversità e la dignità umana. Questa filosofia non cambierà mai. Nel 2026, i brand che scelgono la neutralità in un contesto politico che sostiene apertamente violenza e oppressione guidata dal terrore risultano anacronistici. Credo che si possa costruire un’impresa di successo senza sostenere un regime crudele».

Il dialogo tra passato e presente è centrale nel tuo lavoro: come trovi l’equilibrio tra nostalgia e innovazione?

«La nostalgia evoca amore e ricordi di calore. È uno spazio accogliente in cui mi piace muovermi quando creo qualcosa di nuovo. Spesso guardo al rapporto tra moda e movimenti per i diritti civili, come il Black Panther Party, i Brown Berets o le Suffragette. C’è grande dignità e bellezza nell’estetica di quei momenti. È incoraggiante vedere che i movimenti progressisti continuano a prendere forma, e spero che la moda possa contribuire a definirli e sostenerli. Non mi interessa realizzare la collezione più originale mai vista; voglio creare abiti in cui le persone si sentano bene, forti e a proprio agio nella propria pelle e nella propria verità».


Nelle tue sfilate parigine la moda diventa spesso uno strumento narrativo: pensi che oggi una sfilata debba raccontare una storia per essere davvero memorabile?

«Le sfilate possono essere ciò che desiderano essere. Per AW26 volevo fare qualcosa che ritenevo unico al mondo, e sapevo che potevamo realizzare qualcosa di davvero speciale. Volevamo dimostrare che un piccolo brand indipendente può catturare l’attenzione globale e connettersi con il pubblico in modo autentico ed emozionante.Per me, senza questa connessione umana, la moda è semplice commercio. Se cercassi solo il profitto, potrei lavorare nell’AI o nel mondo delle criptovalute. Io sono qui per il vero amore e per il legame con l’umanità».


Attraverso la collaborazione con The Ordinary e Rainbow Railroad hai lanciato una T-shirt a sostegno della comunità LGBTQ+: pensi che oggi i brand abbiano una responsabilità sociale più forte rispetto al passato?

«I brand hanno una grande opportunità di influenzare il modo in cui possiamo progredire come società più compassionevole. Esistono marchi giovani come The Ordinary che riescono a raccogliere fondi per sostenere cause importanti come Rainbow Railroad, anche senza avere i numeri dei grandi colossi. Credo che le aziende più grandi abbiano un potere enorme e, di conseguenza, la responsabilità di guidare la cultura in una direzione che valorizzi e unisca l’umanità».

In un momento storico segnato da tensioni politiche e culturali, senti una maggiore responsabilità come designer nel prendere posizione?

«Sono un uomo latino gay (sposato) che crede nei diritti umani. Questo, di per sé, mi rende un bersaglio del governo degli Stati Uniti. Sento questa responsabilità prima di tutto come essere umano, più che come designer».

C’è un capo della collezione “Eterno” che senti rappresenti meglio il tuo stile in questo momento?

«Amo i pantaloni morbidi con gamba affusolata e lunghezza cropped, indossati con calzino bianco. Abbinati a un mocassino con tacco, rappresentano il look che porto avanti quest’anno».

Photo portrait by Gustavo García-Villa