Massimiliano Gioni: «Sono più interessato alla stranezza che alla coolness»
Il nuovo direttore del New Museum di New York parla di arte, creatività, moda, AI e cultura contemporanea. E di perché, nell’epoca delle immagini infinite, abbiamo ancora bisogno di imparare a guardare
Che cosa significa essere “new” quando tutto sembra essere già stato visto? È una delle domande che attraversano il lavoro di Massimiliano Gioni, direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi e, dallo scorso agosto, alla guida del New Museum di New York. Curatore, osservatore e instancabile esploratore di immagini, Gioni non sembra interessato alla novità come categoria, ma a ciò che riesce a spostare il nostro sguardo: un artista, un’immagine dimenticata, un’idea capace di rendere improvvisamente estraneo ciò che credevamo di conoscere. È anche per questo che la sua idea di museo va oltre mostre e opere.
In un mondo dominato dalla velocità, dagli algoritmi e da immagini prodotte all’infinito, il museo può diventare uno dei pochi luoghi in cui imparare nuovamente a guardare. Da New York all’AI, dalla coolness al mercato dell’arte, dalla moda alla politica, Gioni racconta a ICON cosa significa essere contemporanei in un’epoca in cui il futuro è già arrivato.
Il New Museum ha sempre guardato a ciò che viene dopo. Che cosa significa oggi, per lei, essere “new”?
«Penso che “new” abbia meno a che fare con la novità in sé che con l’attenzione. C’è sempre il rischio che il nuovo diventi uno stile, o persino una categoria di marketing, mentre ciò che mi interessa è qualcosa che ci costringa a guardare in modo diverso. A volte può essere un artista molto giovane, altre volte può trattarsi di un’immagine del passato, di una storia dimenticata o di un oggetto che improvvisamente assume un significato completamente diverso nel presente. Il New Museum ha sempre cercato di essere abbastanza agile da rispondere a questi cambiamenti. Per me, quindi, il nuovo non è necessariamente ciò che è appena arrivato. È ciò che cambia il modo in cui comprendiamo il presente».
Come si riconosce oggi un artista davvero contemporaneo?
«Non sono sicuro che sarei capace di riconoscerlo immediatamente, e forse è un buon segno. Tendo a diffidare delle definizioni che diventano troppo facili. Gli artisti che mi interessano assorbono il proprio tempo, ma allo stesso tempo lo rendono estraneo. Un grande artista ha la capacità di rivelare qualcosa sulle condizioni in cui viviamo che prima non eravamo riusciti a formulare pienamente. In qualche modo, disturba il presente».
Arte, moda, design, musica e tecnologia ormai parlano la stessa lingua. È qui che sta nascendo la creatività più interessante?
«Forse, anche se direi che hanno sempre dialogato tra loro. Siamo noi, a volte, a creare distinzioni molto rigide tra discipline che gli artisti non hanno mai rispettato davvero. Io stesso ho scoperto l’arte contemporanea attraverso la musica, le riviste, le copertine dei dischi e i libri, tanto quanto attraverso i musei. Ho visto per la prima volta un’opera di Gerhard Richter sulla copertina di un album dei Sonic Youth. Per me, quindi, questi scambi sono sempre stati del tutto naturali. Ciò che è cambiato oggi è la velocità e l’intensità della circolazione. Immagini, stili e idee passano quasi istantaneamente da un campo all’altro. Questo può produrre ibridi straordinari, ma anche una certa uniformità. La domanda interessante, quindi, non è se le discipline si stiano mescolando, ma se qualcosa di veramente strano riesca a sopravvivere a questa contaminazione».
New York è ancora il luogo dove nascono le nuove tendenze o il mondo dell’arte è diventato finalmente davvero policentrico?
«Il mondo dell’arte è certamente molto più policentrico di quando ho iniziato a lavorare, e questo rappresenta un enorme guadagno. Alcuni degli artisti più interessanti con cui ci confrontiamo lavorano in luoghi che un tempo sarebbero stati descritti, con una certa condiscendenza, come periferici. Allo stesso tempo, New York rimane una macchina molto particolare. È un luogo in cui persone, immagini, denaro, ambizione e contraddizioni vengono compressi insieme a una velocità straordinaria. Non so se oggi si possa dire che le tendenze “nascono” qui, come forse si immaginava in passato. Ma New York è ancora un luogo in cui le cose entrano in collisione».
Che cosa significa essere cool nel mondo dell’arte? E quanto conta ancora esserlo?
«Quando ero più giovane, la distinzione tra underground e mainstream sembrava molto più netta. Poi, negli anni Novanta, quelle differenze hanno iniziato a dissolversi. La cultura alternativa poteva diventare cultura di massa quasi da un giorno all’altro, e oggi questo processo avviene ancora più velocemente. Per questo, probabilmente, sono più interessato alla stranezza che alla coolness. Essere cool può trasformarsi molto rapidamente in una forma di conformismo. Ciò che continua a emozionarmi è incontrare qualcuno che sembra aver inventato un proprio linguaggio, senza chiedere il permesso a nessuno».
In un’epoca dominata dalle immagini, che cosa ci fa fermare e guardare davvero?
«Viviamo immersi in un bombardamento continuo di immagini, e sempre più spesso queste immagini sono progettate per essere comprese immediatamente e abbandonate altrettanto rapidamente. Più precisamente, mentre anneghiamo nel diluvio di immagini tipico dell’era digitale e mentre queste immagini diventano sempre più strane, povere e contaminate, mi interessano quelle che resistono a questa economia: immagini che non si lasciano comprendere completamente. Un museo può essere utile proprio perché può rallentare questo rapporto, senza fingere di vivere ancora in un mitico mondo di pura contemplazione. Non credo che possiamo sfuggire alla distrazione. Forse la sfida è attraversarla e creare situazioni in cui guardare torni a essere un’azione consapevole».
L’AI può generare immagini all’infinito. In un mondo di immagini infinite, che cosa renderà ancora importante un’immagine?
«La scarsità ha tradizionalmente contribuito al valore che attribuiamo alle immagini e agli oggetti, ma stiamo entrando in una condizione in cui le immagini possono essere prodotte quasi all’infinito. Forse, quindi, il valore si sposterà altrove: verso il contesto, l’intenzione, l’esperienza o le relazioni che un’immagine stabilisce con altre immagini e con chi la guarda. Dovremmo però essere cauti nel considerare questa situazione come una crisi completamente senza precedenti. La fotografia, il cinema, la televisione e internet hanno già prodotto momenti in cui le persone hanno avuto la sensazione che le immagini si stessero moltiplicando senza controllo. Ciò che è nuovo, forse, è che la macchina non si limita più a riprodurre immagini, ma sembra inventarle. Questo ci costringe a ripensare cosa intendiamo per invenzione, autorialità e persino immaginazione. Non sono soltanto questioni tecnologiche. Sono antichissime domande umane travestite da questioni tecnologiche».
Gli artisti oggi sono anche brand, creator e imprenditori. È un’evoluzione inevitabile o una trappola?
«Entrambe le cose. Gli artisti hanno sempre dovuto confrontarsi con economie, mecenati, mercati e sistemi di distribuzione. A volte romanticizziamo il passato e immaginiamo l’artista come una figura completamente estranea a queste strutture, ma è un’immagine in gran parte mitologica. Ciò che oggi appare diverso è la pressione a rendere continuamente visibile se stessi: non solo trasformare il proprio lavoro, ma anche la propria identità, il proprio stile di vita e la propria personalità in una forma di produzione. Questo può creare opportunità e indipendenza, soprattutto quando gli artisti riescono a costruire il proprio pubblico e le proprie strutture. Ma può anche essere estenuante e rischia di confondere la differenza tra creare un’opera e promuovere se stessi. Vorrei che l’arte riuscisse ancora a preservare un territorio inefficiente, difficile, privato o semplicemente resistente alla trasformazione in brand».
Il mercato dell’arte può ancora dirci che cosa conta davvero nell’arte contemporanea?
«Il mercato può dirci moltissimo sul desiderio, sulla scarsità, sulla moda e sul potere. Sono meno convinto che possa dirci che cosa conta davvero. Uno dei grandi privilegi di lavorare in un museo che non ha una collezione permanente è proprio quello di poter operare in modo diverso. Possiamo produrre opere senza doverle possedere. Possiamo mettere un artista accanto a un oggetto dal valore economico quasi nullo, oppure un capolavoro accanto a una riproduzione, a un libro, a un’immagine scientifica o a un oggetto amatoriale. Trovo queste giustapposizioni liberatorie perché sospendono temporaneamente alcune delle gerarchie rafforzate dal mercato. Naturalmente anche i musei partecipano agli stessi sistemi, e non dovremmo fingere di esserne al di fuori. Ma possiamo almeno creare situazioni in cui il valore torna a essere instabile e lo spettatore deve decidere che cosa merita davvero la sua attenzione».
Di fronte a guerre, migrazioni, crisi climatica e polarizzazione politica, che cosa può ancora fare l’arte?
«Non credo che l’arte sia particolarmente brava a risolvere i problemi e divento sospettoso quando le chiediamo di comportarsi come una forma di politica pubblica. Ciò che l’arte può fare è offrire uno spazio in cui le contraddizioni possano rimanere visibili senza essere immediatamente risolte. Può metterci in contatto con esperienze, immagini e idee che non comprendiamo completamente. A volte ho descritto le mostre come prototipi o modelli nei quali esercitarsi a vivere con la differenza. Può sembrare idealistico, ma continuo a crederlo. In un mondo sempre più organizzato intorno a posizioni semplificate e reazioni immediate, c’è qualcosa di politicamente significativo nel preservare spazi in cui la complessità non venga considerata un fallimento».
Lei ha definito il museo una “palestra per la mente”. Che cosa dovremmo allenare oggi?
«Siamo continuamente incoraggiati a formulare giudizi istantanei: mi piace o non mi piace, vero o falso, umano o macchina, amico o nemico. Penso che i musei possano allenare un muscolo diverso: la capacità di rimanere davanti a qualcosa che non comprendiamo immediatamente. Significa anche imparare a guardare criticamente le immagini, riconoscere le storie e le ideologie che contengono e diventare più a nostro agio con il dubbio. Forse dobbiamo allenare gli occhi, il cervello e, mi permetto di dire, anche l’anima. Non in senso religioso, ma nel senso di sviluppare una forma di resistenza interiore nei confronti di un mondo che cerca continuamente di dirci cosa pensare e dove guardare».
Che cosa la entusiasma di più del futuro e che cosa, invece, la preoccupa?
«C’è qualcosa di spaventoso nel vivere in un momento in cui le tecnologie cambiano così rapidamente e molte delle nostre convinzioni su cosa significhi essere umani sembrano meno stabili. Ma è proprio questa instabilità a rendere gli artisti particolarmente interessanti. Ciò che mi preoccupa è il desiderio di risposte semplici: la fantasia che la tecnologia possa salvarci oppure distruggerci, che la storia proceda in modo lineare, che la complessità possa in qualche modo essere eliminata. Ciò che mi entusiasma è che gli artisti continuano a inventare altre possibilità. Creano miti, distruggono miti e, qualche volta, ci aiutano a immaginare modi di vivere che non sapevamo fossero possibili.