Gli anni ’90 sono tornati: perché moda, arte e musica guardano ancora a quel decennio
Corinne Day, Rose lying on orange sofa 56 Brewer St Soho London, 1992 © Corinne Day Estate. Courtesy of the Corinne Day Estate

Gli anni ’90 sono tornati: perché moda, arte e musica guardano ancora a quel decennio

di Elena Bordignon

L’autenticità grezza degli anni ’90, visti nella prospettiva del mondo iper-connesso di oggi, è da ricercare nelle pieghe del grunge, nelle foto sgranate scattate con il flash o nelle produzioni musicali meno levigate. Celebra questo decennio la Tate di Londra

Non c'era il “brusio o il chiasso” pervasivo dei social media e degli smartphone. L’analogico imperava ancora su tutto, dalla musica al cinema alla fotografia, forse perché temeva l’avvento del digitale che avrebbe spazzato via imperfezioni e lentezza. Gli anni '90 occupano una posizione unica nella storia recente: rappresentano l'ultimo momento di transizione tra il mondo analogico e quello digitale.

Nella moda lo streetwear comodo di Helmut Lang (ricordate l’estetica techno-minimalista?), Calvin Klein (l’intimo in vista ha fatto storia!) e l’anticonformismo di Miuccia Prada hanno definito un nuovo tipo di eleganza senza fronzoli ed eccessi, così come il minimalismo sexy e libidinoso di Tom Ford ha spazzato via l’imbarazzante lusso borghese con un'estetica fatta di linee minimaliste ma cariche di sensualità e provocazioni. Un fenomeno emerso nei ’90 è stato quello delle ‘supermodel’: le modelle sono diventate vere e proprie star della cultura pop, superando spesso la fama degli stessi designer. Le "Big Six": Naomi Campbell, Cindy Crawford, Linda Evangelista, Christy Turlington, Claudia Schiffer e Kate Moss, quest'ultima simbolo dell'estetica Heroin Chic (magrezza androgina, sguardo laconico, stile sfilacciato). Stilisti come Alexander McQueen e John Galliano hanno portato un approccio teatrale, scultoreo e provocatorio, mettendo in discussione i canoni della bellezza. Parallelamente, dal Belgio, un gruppo di stilisti, con Martin Margiela in testa, ha introdotto la deconstruction: abiti cuciti all'incontrario, orli a taglio vivo e recupero di materiali usati.

Era il ’94 quando Quentin Tarantino bucò gli schermi e l’immaginario cinematografico con Pulp Fiction: una pellicola dalla struttura narrativa incastrata, dialoghi iconici e una colonna sonora indimenticabile, ma potremmo citare anche il cupo e cinico Fight Club (David Fincher, 1999), il no-sense surreale de Il grande Lebowski (Joel ed Ethan Coen, 1998) o l’ingenuità del protagonista dell’omonimo film, Forrest Gump (Robert Zemeckis, 1994). Matrix (Lana e Lilly Wachowski, 1999), Titanic (James Cameron, 1997), Trainspotting (Danny Boyle, 1996)… la lista si sta facendo troppo lunga.

Nella musica, gli anni ‘90 sono stati un decennio d'oro per l'hip-hop, l’R&B, il grunge, il Britpop e la musica elettronica/rave. Tutto viaggiava con i compact disc (CD): i fruscii romantici dei vinili erano ormai acqua passata. L’album che ha sdoganato il grunge e il rock alternativo nel mainstream globale è stato il monumentale Nevermind (1991) dei Nirvana, così come si è iniziato a parlare delle sonorità dell’alienazione digitale con OK Computer (1997) dei Radiohead; ma potremmo citare anche le oscurità claustrofobiche di Mezzanine (1998) dei Massive Attack, o i capostipiti del Britpop: gli Oasis con (What's the Story) Morning Glory? del 1995. Non possiamo lasciar fuori il capolavoro dei Daft Punk, Homework (1997). Anche per la musica la lista si fa lunga e sicuramente mai esaustiva. OK, anche la svolta epocale degli U2 con Achtung Baby (1991) ha visto la band irlandese scendere a compromessi con influenze industriali ed elettroniche.

Nell’arte, la vera rivoluzione è iniziata con la mitica mostra Sensation del 1997, organizzata dal collezionista Charles Saatchi, che ha dato visibilità ai Young British Artists (YBA), un gruppo di studenti formatisi in gran parte al Goldsmiths College di Londra. Basti citare alcune tra le figure simbolo di quegli anni: Damien Hirst, l’artista che ha eliminato del tutto la mano dell'artista attraverso sculture realizzate industrialmente e immerse nella formaldeide (ricordate lo squalo?). Ma è doveroso citare anche Tracey Emin, celebre per opere visceralmente autobiografiche e confessionali (ricordate il letto disfatto alla Tate?); ma anche Rachel Whiteread, celebre per i suoi calchi in gesso o resina degli spazi vuoti di oggetti ed edifici; accanto a Sam Taylor-Johnson e Sarah Lucas che conquistarono il pubblico con il loro spirito anarchico e opere schiette. In questi anni è emersa anche l’Estetica Relazionale: l'opera d'arte non più come un oggetto fisico da contemplare, ma un insieme di relazioni umane, esperienze collettive e spazi conviviali. Gli artisti di punta: Rirkrit Tiravanija, Felix Gonzalez-Torres, Pierre Huyghe e Philippe Parreno. Con la diffusione su larga scala del World Wide Web a metà anni '90, l'ambiente digitale diventa un nuovo mezzo espressivo e concettuale per sperimentare su linguaggi, interfacce, attivismo di rete e identità virtuali. Tra gli artisti più all’avanguardia Ryoji Ikeda e Ryoichi Kurokawa. Oltre a Sensation, un’altra mostra di importanza capitale è stata Post Human (1992), curata da Jeffrey Deitch, che ha segnato la percezione visiva degli anni '90 interrogandosi sul futuro del corpo umano di fronte alla chirurgia genetica, alla tecnologia, all'ossessione per l’immagine. Tra gli artisti da citare, sicuramente Matthew Barney con il ciclo filmico The Cremaster Cycle (iniziato nel 1994) e Cindy Sherman che ha sviscerato la rappresentazione del corpo e della femminilità attraverso serie come le Sex Pictures o le maschere grottesche.

Anche il mondo della fotografia ha avuto i suoi scossoni. Finalmente il linguaggio fotografico entra nei musei e nel mercato dell’arte, lasciandosi alle spalle l’eredità tutta selettiva della divisione dei linguaggi. Ecco allora che le fotografie di grande formato (se non monumentali) di Andreas Gursky, Thomas Ruff e Thomas Struth vengono apprezzate accanto a dipinti e sculture di immenso valore. Sul fronte opposto, Nan Goldin e Wolfgang Tillmans hanno documentato in modo intimo e spontaneo le sottoculture giovanili, la scena rave, la queer culture e la quotidianità non patinata degli anni ’90. In Italia, scoppia il ‘fenomeno’ Maurizio Cattelan. Ha iniziato a imporsi a livello internazionale proprio negli anni '90 attraverso provocazioni fulminanti (ricordate il Papa atterrato da un grosso meteorite? La Nona Ora del 1999).

Per chi non li ha vissuti o per quanti vogliano immergersi in questo decennio memorabile, dall'8 ottobre al 14 febbraio 2027, la Tate Britain ospita la prima mostra dedicata all'arte, alla fotografia e alla moda degli anni '90. La mostra ha per titolo THE 90s: ART AND FASHION ed esplora l'ondata di energia creativa di quel periodo, plasmata dalle sue opportunità e sfide. Con la partecipazione di quasi 70 artisti, fotografi e stilisti, la mostra mette in luce l'emergere di una generazione di talenti artistici eccezionali e variegati, capaci di ridefinire l'identità culturale britannica. Attingendo all'esperienza diretta del curatore Edward Enninful (OBE), la mostra riunisce oltre 100 opere tra fotografie, dipinti, sculture e capi d'abbigliamento per rivalutare uno dei momenti di maggior trasformazione dell'arte britannica. La mostra non poteva che aprirsi che l’approfondimento del gusto dominante per l'imperfezione e l'autenticità, caratterizzato da un approccio "fai-da-te" (DIY); verranno presentati gli scatti di Corinne Day, Nigel Shafran e Juergen Teller per testate influenti come i-D e Dazed and Confused, pionieri nella definizione di un nuovo stile grunge “anti-moda". Tanti nomi di artisti e fotografi presenti: Barbara Walker, Jenny Saville, Gillian Wearing, Tracey Emin, Sam Taylor-Johnson, Chris Ofili e Sarah Lucas. Lo spirito giovanile del decennio sarà raccontato attraverso filmati e fotografie incentrati sulla vita notturna e sulle sottoculture. La nascita dell'acid house sarà documentata dagli scatti di Dave Swindells, Peter J. Walsh e Tony Davis. Normski, Eddie Otchere ed Ewen Spencer. La mostra esplora inoltre l'emergere di designer visionari che hanno sfumato in modo spettacolare i confini tra arte e moda: dalle presentazioni provocatorie, drammatiche e talvolta da incubo di Alexander McQueen ai capi di Hussein Chalayan. In ambito fotografico, Nick Knight, David Sims e Craig McDean hanno adottato un’estetica più austera e concettuale, mentre Wolfgang Tillmans ha riflettuto sulle promesse della tecnologia passata e futura.