Dargen D’Amico
Al suo terzo Sanremo, porta la sua «musica biologica» e i look chiassosi by Mordecai. «Ma sono agitato», confessa. La paura più grande? «La difficoltà di capire cosa stia succedendo davvero»
All’Ariston Dargen D’Amico ci arriva con gli occhiali scuri e un titolo che sembra uno scherzo ma non lo è: AI AI. Terza volta a Sanremo, eppure non ha l’aria di chi si sente a casa. «Sono agitato», dice. Non per la classifica – non è mai stata la sua ossessione – ma per una sensazione più vaga, quasi inquieta: che stiamo attraversando un momento in cui distinguere ciò che è autentico da ciò che è costruito sta diventando sempre più difficile. Tra intelligenza artificiale, social e rumore di fondo, il suo ritorno all’Ariston è un piccolo cortocircuito pop: musica “biologica”, abiti manifesto firmati Mordecai e un album, Doppia Mozzarella, che prova a rimettere in discussione il nostro bisogno di avere sempre qualcosa in più.

Dargen D’amico, sei al terzo Sanremo. Ti senti ormai “addomesticato”?
«No. E nonostante le tre partecipazioni ancor oggi sono agitato. Non ci si abitua mai all’esperienza di Sanremo, perché ogni Festival è diverso e può succedere davvero di tutto. È un palco importante e privilegiato: lì puoi sentirti parte di un tutt’uno con il Paese. Ogni anno cambia, non solo dal punto di vista scenografico ma anche storico. Non so cosa aspettarmi, so però che sarà un’edizione significativa. Ho sensazioni positive».
Hai detto che AI AI è uno stimolo alla “musica biologica”, che per te sarebbe?
«La musica biologica, secondo il mio modo di vedere le cose, è la musica che viene creata in risposta a una necessità umana e che non viene falsata o filtrata dalla volontà della catena produttiva».
Che rapporto hai con la tecnologia?
«Bellissimo. Non farei musica se non ci fosse stato un passaggio tecnologico nella metà degli anni 2000. In più, la tecnologia ha reso la produzione musicale possibile anche senza entrare nei grandi studi, quindi con economie molto ristrette. In un certo senso mi sento figlio di una transizione tecnologica».
Tra i contendenti troverai l’amico Fedez. Ti piacerebbe batterlo?
«Mi fa piacere ritrovarlo a Sanremo. Non ho ascoltato il suo brano ma sono certo che dall’unione con Marco Masini non potrà che venir fuori qualcosa di importante. La classifica non è un mio riferimento».

I tuoi look sono imprevedibili e carichi di messaggi sociali.
«C’è dietro – e dentro soprattutto – tanto studio, tanto lavoro. Per Sanremo 2026 lo studio è insieme a Rebecca Baglini: gli abiti saranno realizzati da Mordecai».
Farai un duetto mica male, con Pupo e il trombettista Fabrizio Bosso…
«L’idea è nata dalla volontà di utilizzare un brano del passato per dare un messaggio più alto e di coesione. Con Pupo e Fabrizio Bosso abbiamo cercato di unire tre mondi diversi nel modo di vedere e vivere la musica, mettendoli in dialogo attraverso Su di noi».
Ma Carlo Conti ti ha mai visto senza occhiali da sole?
«Può essere, perché una volta c’è stato un bacio molto forte, mi si sono un po’ spostati gli occhiali».
A marzo uscirà l’album Doppia Mozzarella. Ci puoi anticipare qualcosa?
«Il titolo è arrivato alla fine. Non sapevo come chiamarlo, poi mi sono accorto che c’è una frase, in una canzone intitolata proprio Doppia Mozzarella, che racchiude bene il mio modo di vedere le cose: credo che la soluzione a molti problemi, nel nostro modo di relazionarci con il mondo e con gli altri, stia nel fatto che pretendiamo sempre qualcosa in più. Siamo stati abituati ad avere esigenze che non sono veri bisogni e finiamo per accumulare cose che non ci danno soddisfazione. L’unico modo per arrivare alla soddisfazione personale è pretendere di meno e dare di più».

Da Onda alta, premio Amnesty, al tuo podcast Tolomeo, sui piccoli gesti per cambiare la società. Ti senti un rapper responsabile?
«Mi sento sicuramente responsabile, come tutti: siamo tutti responsabili delle nostre scelte. Mi sento anche un rapper in qualche modo, dato che è stato il modo con cui mi sono avvicinato alla musica. Se c’è una cosa che mi ha insegnato il podcast è che intorno a noi c’è una costellazione di persone che sentono la responsabilità e agiscono direttamente sulla realtà, giorno per giorno, anche con piccoli gesti. Ed è quello che dovremmo fare tutti».
Sei un osservatore disilluso della realtà: cosa ti fa più paura?
«Mi spaventa la difficoltà di capire cosa sta succedendo davvero. L’AI, per esempio, può essere sia un’alleata che una nemica. Diventa un problema quando l’essere umano viene ridotto a consumatore o a semplice banca dati, dipende da come la si utilizza».
Alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi c’era Ghali. Anche tu sei milanese: ti sarebbe piaciuto esserci?
«Certo, mi sarebbe piaciuto eccome, ma sono molto felice per Ghali. Mi dispiace però che non abbia avuto il risalto che meritava».
Non fossi un cantautore, cosa saresti oggi?
«Mi piacerebbe lavorare sui giardini pensili di Milano, essere in quel settore lì».