Simone Deromedis

Simone Deromedis

La parola decisiva per lui resta disciplina. Non quella muscolare. La sua è di una specie diversa, più elegante, non sforzata con il solito raccontino epico

di Ester Viola

Campione olimpico nello ski cross, uomo della velocità (e da collisione), spigoli vivi, porta però i risultati di un’educazione parecchio novecentesca. Lo dice proprio: contadina, quindi che ha più a che fare con la misura che con tutto il resto. Il suo oro, prima che sulla neve, è nato lì. Nei campi. Nel rapporto concreto con il tempo e con il lavoro. È forse questa la sua qualità immediata, impossibile non sentirla subito, quando parla: l’idea che l’eccezione non lo autorizzi a diventare eccezionale anche nel carattere. Simone Deromedis è rimasto uno con i piedi per terra.

«Di famiglia siamo contadini, abbiamo campi di mele», racconta. «Avendo i campi a casa, una mano in più faceva sempre comodo e quindi già da bambino ho imparato, insomma, cosa voleva dire il lavoro dei campi e un po’ la fatica della terra». In questa frase c’è già quasi tutto: la concretezza, e il modo naturale con cui racconta la disciplina senza nobilitarla troppo. Intendiamoci: nemmeno l’ombra della mitologia del sacrificio; non ha avuto nessuna posa per tutta l’intervista. Piuttosto, la consapevolezza che crescere in campagna gli abbia lasciato una struttura mentale precisa.

Simone Deromedis
Maglia a collo alto Dsquared2, costume Aquarapid (da Cisalfa Sport)

Quando gli chiedo cosa gli abbia insegnato quel lavoro da ragazzino, la risposta arriva chiarissima: «Una cosa che ho imparato è suddividere il lavoro. Quando cominciavi a fare qualcosa che ti sembrava infinita, magari legare le cime di 10.000 piante. A vederlo così tutto in un blocco sembrava interminabile. Se invece cominciavi un po’ a spezzarlo, dicevi: “Da questo palo a questo palo ci metto mezz’ora”. Capisci che un obiettivo che ti sembrava magari infinito, mettendone tanti piccoli nel mezzo, si avvicinava più velocemente».

È un pensiero quasi filosofico, e però Simone Deromedis lo rende operativissimo. L’oro olimpico, raccontato così, non nasce dall’epica, ma dalla scomposizione di un compito enorme in una somma di passi affrontabili. Perciò non mi stupisce che, interrogato sulle qualità necessarie per arrivare in cima, non pensi mai al talento come mito.

Simone Deromedis
Giacca Fay Archive, costume Loro Piana

È una risposta pratica, la sua. Prosaica come la terra: «Le tre cose che ti servono per vincere un oro olimpico sono disciplina, talento e fortuna». E precisa, con una specie di onestà da ragazzo inesperto che lo rende subito credibile: «Per quanto magari io abbia molta più disciplina che talento, le due cose devono trovarsi in equilibrio».

E quella è la fortuna, penso, nessuna definizione migliore. La parola decisiva, però, resta disciplina. Non quella muscolare. La sua è diversa, più elegante: «È la capacità di fare quello che devi fare che tu sia motivato o meno. Magari un giorno sei motivato e vuoi fare cento, un altro non sei motivato e vuoi fare zero. La disciplina ti fa fare sempre cinquanta, in modo che ogni giorno sei lì, lavori e vai avanti». È una definizione splendida, toglie la disciplina dai marchingegni eroici e la riporta alla continuità.

Simone Deromedis
Maglia Paul & Shark, costume Aquarapid (da Cisalfa Sport)

È interessante ascoltarlo parlare del successo. Da un campione olimpico ci si aspetterebbe di sentire la storia di una vita cambiata per sempre. «La domanda adesso più ricorrente è “quanto è cambiata la tua vita dopo le Olimpiadi”». E la sua risposta, di nuovo, smonta e rimette ordine nelle cose: «È chiaro che cambia. Non cambiano gli allenamenti, non cambia l’impegno. Cambia la medaglia, cambia il riconoscimento e per me cambia pure la pretesa che uno ha nei confronti di se stesso, perché dopo l’oro olimpico che c’è? Un altro oro olimpico, quindi».

È una frase che racconta di cosa è fatta ogni vittoria: sì, bello il rumore che produce fuori, ma con l’altezza che impone dentro si fanno i conti da soli. L’oro rilancia. Deromedis lo sa bene. Ricorda la sua prima vittoria in Coppa del Mondo: «La sera prima, quando sono andato a dormire, mi sentivo proprio leggero, mi sentivo bene e ho detto: “Non vedo l’ora di salire domani a fare la gara”».

Simone Deromedis
Giacca Loro Piana

Anche alle Olimpiadi qualcosa dentro gli teneva fermo il centro: «Avevo questa sicurezza che comunque potesse andar bene. Mi sentivo bene, forte e alla fine è girato tutto per il meglio». Anche per questo Simone Deromedis parla bene, nel senso più raro: pensa mentre parla e non ha l’ansia di piacere, l’autocompiacimento non sa cos’è. Ha una lingua che aderisce al carattere. E alla fine, quando gli chiedo che cosa non gli chiedono mai e che invece varrebbe la pena sapere di lui, non trova subito.

Poi, emerge un dettaglio magnifico, piccolo: «La sera prima delle gare, che è una cosa abbastanza strana, guardo i video delle Porsche perché il rumore del motore mi fa addormentare. È proprio un suono incredibile». È un dettaglio che all’inizio ho trovato eccentrico, invece restituisce il suo modo di stare al mondo: anche il riposo passa da una vibrazione precisa. È che le cose vive fanno rumore, non ci si fa mai caso abbastanza.

Nella foto d'apertura Simone Deromedis indossa maglia Emporio Armani. Photos by Paolo Zambaldi, styling by Ilario Vilnius. Grooming: Danilo Ferrigno @WM. Fashion contributor: Valentina Volpe. Styling assistant: Jacopo Ungarelli. Production: Interlude Project. Location: Hotel ViU Milan (hotelviumilan.com).