Timofej Andrijashenko
«Dopo la prima volta che sono entrato in scena, la mia testa non mi ha detto: “No, non è per te”. Anzi, il contrario: “Ne voglio ancora”»
Il primo ballerino della Scala non è il bambino che sognava il teatro, ma il ragazzo della periferia di Riga che alla danza è arrivato quasi per disciplina imposta. Formatosi tra l’Accademia Nazionale Statale della capitale lettone e il Russian Ballet College di Genova, dove arrivò grazie a una borsa di studio vinta al Concorso Internazionale di Danza Città di Spoleto, Timofej Andrijashenko è entrato nel corpo di ballo della Scala nel 2014 ed è primo ballerino dal 2018.
La sua storia italiana dura ormai da 16 anni, ma non gli interessa la posa del convertito culturale. Gli chiedo che cosa abbia trovato difficile del nostro Paese. La risposta ovviamente ha la misura che mi aspettavo: «Non le considero difficoltà, ma semplicemente cose diverse, modi di fare diversi, ragionamenti diversi».

Perfino il problema della lingua – l’intraducibilità di certe sfumature russe in italiano, di cui gli parlo arrivando fino a Tolstoj – lo diverte e diventa, nelle sue parole, una riflessione sul limite e sulla precisione: l’idea che esistano sottigliezze che un autore voleva in «quell’esatto modo», e che per questo non siano del tutto trasferibili altrove.
Timofej non è di quelli che raccontano di aver sentito la chiamata della danza a 4 anni: «Non ero affatto interessato», ride pensandoci. «Giocavo a calcio, mi piaceva andare a pescare con mio padre. Ero un normalissimo ragazzo di periferia».

Il passaggio alla danza avviene per decisione paterna, quasi come una correzione di rotta. Si definisce un bambino “indisciplinato”, con la testa fra le nuvole, incapace di concentrarsi a scuola. Così il padre pensa che quell’energia vada incanalata. E sceglie la danza come si sceglierebbe una forma di educazione rigida. «Come se mi avesse portato a fare il militare», dice, con una precisione narrativa che basterebbe da sola a definire tutta la scena.
Bambino irrequieto, danza di malavoglia, palcoscenici internazionali. Sembra quasi facile. È un’immagine perfetta: la danza niente affatto come sogno, ma come raddrizzamento. Però capisce da subito che non è solo un momento: «Dopo la prima volta che sono entrato in scena, la mia testa non mi ha detto: “No, non è per te”. Ma: “Ne voglio ancora”».

A guardarlo oggi, viene da pensare che quel piacere non si sia mai separato da una forma acquisita di controllo. Gli chiedo quale sia la qualità di carattere indispensabile per chi vuole fare davvero questo mestiere. Non risponde “talento”, né “ambizione”. Risponde: «Il lavoro di ogni giorno è quello che decide».
Quando gli propongo di rubare (metaforicamente) qualità ai grandi, di Roberto Bolle sceglie la perseveranza: non è, mi spiega, una qualità astratta. Ammira che continui a studiare, ad allenarsi, a mantenere la forma come esempio per i più giovani.

Di Nicoletta Manni – sua moglie ed étoile della Scala – vorrebbe invece la capacità di porsi obiettivi e perseguirli con continuità. Di Baryshnikov, infine, sceglie il carisma. Qui il discorso si fa ancora più interessante, perché tocca un punto che ha poca possibilità di spiegazioni, nella presenza scenica.
Per Andrijashenko è una qualità magnetica e non davvero costruibile: è la capacità di attirare lo sguardo in mezzo a 50 persone, sapersi rendere una specie di centro inevitabile. E da come lo dice, gli leggo in faccia: «Con quella dote forse ci nasci».