Sneakers: quali indossare (e perché) nell’inverno 2026
Dopo anni di hype e resale, il mercato si sta spostando verso modelli credibili, che funzionano davvero nella vita quotidiana. Silhouette basse, high-top nostalgiche, heritage sportivo ben usato: oggi vince chi riesce a essere desiderabile senza sembrare disperato
Nel 2026 la sneaker culture non è morta. Si è semplicemente evoluta in qualcosa di diverso, meno rumoroso. Dopo anni caratterizzati dall’hype, dal resale e da un’ossessione quasi maniacale per le collaborazioni, le sneaker che oggi dominano la scena sono quelle che entrano nella vita quotidiana, non solo nel feed. I numeri del mercato secondario rallentano, le Jordan non fanno più tremare StockX come una volta, e intanto nelle strade – e negli armadi – succede qualcos’altro: si comprano scarpe più sobrie, più comode, più trasversali. Silhouette basse, volumi ridotti, materiali premium, oppure modelli che inseguono la nostalgia del 2016 con un revival delle high top shoes. E le sneaker uomo di tendenza nell’inverno 2026 raccontano proprio questo. Per dirla in breve: meno status symbol, più stile reale.
Nike Moon

Nel 2026 la Nike Moon torna protagonista come risposta molto concreta a dove sta andando il mercato sneaker. Silhouette bassissima, peso piuma, design quasi elementare: l’esatto opposto delle scarpe iper-strutturate che hanno dominato l’ultimo decennio. Nata nei primi anni ’70 da un esperimento quasi artigianale del co-fondatore Bill Bowerman, la Moon Shoe (con la celebre suola waffle ispirata a una piastra da cucina) ha cambiato per sempre il modo di pensare trazione e running, inaugurando uno dei miti fondativi dello sportswear moderno.
Oggi quella stessa silhouette rientra nel discorso moda grazie alla rilettura firmata Simon Porte Jacquemus, che ne conserva l’essenza minimale spingendola però in un territorio più contemporaneo. Ma anche perché le abbiamo viste ai piedi di niente di meno che Jacob Elordi. In ogni caso il messaggio è chiaro: nel 2026 contano più comfort e leggerezza dell’effetto wow. La Moon funziona perché sembra sportiva senza essere tecnica, storica senza risultare datata. È una sneaker che vive bene fuori dalla palestra, con pantaloni sartoriali rilassati o denim dritto, e che segna un ritorno all’essenza dello sportswear: meno performance dichiarata, più uso reale.
Gucci Shift

La Shift è interessante non tanto come singolo modello, ma come segnale strategico. Arriva in un momento in cui Gucci sta progressivamente ricalibrando il proprio rapporto con lo streetwear, allontanandosi dall’estetica massimalista e iper-riconoscibile che aveva definito l’era post-2016. Presentata per la prima volta alla sfilata Cruise 2026, si si posiziona oggi come una luxury sneaker “normale”: volumi contenuti, linee asciutte, branding ridotto al minimo. La Shift non forza il discorso moda e si inserisce con nonchalance nel guardaroba maschile contemporaneo, dialogando con tailoring rilassato, outerwear strutturato e denim pulito. Racconta un lusso che oggi preferisce durare nel tempo piuttosto che dominare una stagione.
New Balance 204L

Lanciata a fine luglio 2025, la 204L è la nuova low-profile di riferimento di New Balance. Si è posizionata subito come come alternativa credibile alla saturazione delle retro-court e delle chunkies. Il design è un ibrido ben calcolato: proporzioni sottili da runner anni ’70, texture e dettagli che strizzano l’occhio all’estetica tech dei primi 2000; in pratica, archivio senza cosplay. È anche una scarpa “costruita per scalare”: non one-shot, ma un modello da cui far derivare colori, materiali, drop successivi. Non a caso, New Balance apre il 2026 con nuove colorway in serie, trattandola già come una piattaforma stabile, non come una novelty. E poi c’è la spinta culturale importante: la 204L è entrata presto nel radar anche grazie a progetti e attivazioni in orbita brand/collab (da Kith fino alle letture più fashion), che le hanno dato credibilità trasversale senza trasformarla nell’ennesimo oggetto da resale.
Margiela Replica e Margiela Future

Le GAT (Replica) sono la “non-sneaker” che ha vinto per sfinimento: un trainer da addestramento militare (la famosa German Army Trainer) trasformato da Margiela in template del lusso contemporaneo, prima che il lusso decidesse di “vestirsi normale”. Oggi funzionano più che mai perché il mercato 2026 premia scarpe sobrie, basse, indossabili, con un’idea chiara di qualità e di durata. Anche il fatto che siano costantemente presenti su piattaforme come StockX, con release e varianti tracciate come un bene “stabile”, racconta bene il loro status: ovvero una colonna portante del mercato.

La Future, invece, è il ritorno delle high-top nella loro forma più interessante: non basket-retro, ma fashion high-top. Margiela stessa la riporta in scena ricordando che nasce SS11 ed è “reintroduced” nelle stagioni recenti, segno che la Maison sta riattivando un’icona d’archivio nel momento giusto. E il momento è giusto perché c’è una nostalgia 2016 che sta risalendo: l’era in cui lo streetwear diventava linguaggio globale e le high-top con strap sembravano futuristiche (prima che diventassero “troppo”). Dentro quel frame, il collegamento con Kanye West è inevitabile: la Future esplode davvero quando entra in contatto con Ye (e nel tour Yeezus), con edizioni speciali in pony hair raccontate allora da testate sneaker e pop-culture come evento.
Prada America’s Cup

Le Prada America’s Cup sono l’esempio perfetto di come, nel 2026, certe sneaker non “tornino” davvero: aspettano solo che il gusto le raggiunga. Nascono negli anni ’90 come scarpa tecnica legata al mondo della vela (Luna Rossa). Oggi torniamo a parlare di loro perché si incastrano tra due tendenze del momento: da una parte la voglia di silhouette basse e sportive “pulite”, dall’altra il ritorno della scarpa da bowling come estetica – retro, lucida, con pannellature a contrasto e un’aria un po’ lounge-sport – che sta riemergendo sia nella moda “fashion-person” sia in capsule e runway recenti. L’America’s Cup, in mezzo, sembra già la risposta: non minimal alla GAT, non flat-balletcore come la shift, ma sport heritage di lusso con un twist tecnico (vernice + tessuto “bike”, suola importante) che la rende inverno-proof senza trasformarla in sneaker-boot. È la classica scarpa Prada: nata funzionale, diventata status.
adidas SL72

Le SL72 sono la risposta adidas alla “Samba fatigue” senza cambiare lingua: stessa grammatica low-profile, ma con un’attitudine diversa. Nate nel 1972 come runner ultraleggera (Super Light) e costruite con nylon, suede e un’intersuola in EVA pensata per correre davvero, oggi le inquadriamo come un interessante ibrido tra una “dad shoe” e qualcosa di piu giocoso, con un pizzico di quell’attitudine da performative men. Non hanno la suola monolitica delle chunky, ma nemmeno la piattezza da “ballerina”: sono una valida via di mezzo che nel 2026 suona attuale. La SL72 si infila nel discorso come alternativa più sport che terrace, più “running prima che diventasse lifestyle”. Oggi viene campionata e remixata dentro progetti contemporanei tipo l’Adizero SL72 “Archive” di Bad Bunny, che la usa come base per una sneaker-mashup, segnale che il modello è abbastanza riconoscibile da reggere una riscrittura.
D.A.T.E.

Con Musa, D.A.T.E. compie un’operazione di continuità più che di rottura. Il nuovo modello FW26 raccoglie l’eredità della Fuga (silhouette chiave nella storia recente del brand) e la ricalibra in funzione del contesto attuale, segnato da un ritorno a forme più leggere e meno strutturate. Le proporzioni si snelliscono, la costruzione si alleggerisce, l’impostazione diventa quella di una running pensata per l’uso quotidiano, non per la performance estrema. Musa mantiene una presenza visiva solida, ma evita l’eccesso volumetrico. Il lavoro sui materiali è centrale e segue la logica del mix & match che ha reso riconoscibile D.A.T.E.: mesh e tessuti tecnici per un’impronta sportiva, nylon e pelle per una maggiore versatilità urbana, suede per un registro più classico, finiture laminate per una lettura più fashion. Non mancano neanche varianti sperimentali, come le versioni in teddy destinate – purtroppo – solo al mercato giapponese.