Zara ha “comprato” John Galliano. Ma cosa significa per la moda?
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Zara ha “comprato” John Galliano. Ma cosa significa per la moda?

di Tiziana Molinu

Lo stilista è chiamato a dare dignità al passato di Zara. Un passato che, più che sulla creatività, si è costruito sulla capacità di adattare ciò che già esisteva. È questo il vero paradosso dietro uno dei plot twist più discussi della moda

Lo volevamo tutti, il ritorno di John Galliano. Ma non così. Tutto ci aspettavamo, fuorché il suo approdo da Zara. Nessuno, dico nessuno, l’aveva messo in conto. Dopo dieci anni di direzione creativa in Maison Margiela, dopo una delle uscite più acclamate della moda recente, avevamo fantasticato il comeback in pompa magna. Da Dior, per chiudere il cerchio; da Fendi, per il colpo di teatro; da qualche casa che sapesse restituirgli il rango di couturier assoluto. Invece, eccolo lì: presterà la sua creatività al colosso spagnolo del fast fashion, guidato dalla brillante (glielo dobbiamo riconoscere) Marta Ortega Pérez. E il sistema moda si è fermato un attimo, perplesso, a chiedersi se stiamo assistendo a un gesto radicale o all’operazione di marketing più sofisticata mai confezionata da un gigante del retail veloce.

Il progetto partirà a settembre 2026 e prevede che Galliano “re-author” – termini che in italiano suonano come “ri-autorializzi”, con quella patina di solennità che serve a tenere insieme il paradosso; l’archivio del brand. In parole povere, lavorerà su capi delle passate stagioni per de-costruirli e ricomporli in nuove collezioni. Neanche a dirlo, sui social i commenti viaggiano tra il black humour e il disagio autentico: “Ma Zara ha un archivio?”, “Semplicemente immaginarlo mentre trova le sue stesse copie negli anni”, “Polyester John Galliano”; se ne potrebbero citare centinaia, ma il senso è già chiaro.

John Galliano zara
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Benvenuti dunque nel 2026, dove uno degli ultimi couturier viventi – l’uomo che ha ridefinito il teatro della moda, che prendeva 1500 metri di seta e li trasformava in abiti da sogno per Dior – firma un contratto biennale con il colosso del fast fashion spagnolo. E dove la reazione più diffusa non è l’entusiasmo, ma una forma di straniamento collettivo che oscilla tra la curiosità e la domanda che nessuno vuole fare troppo ad alta voce: ma siamo sicuri che sia una buona idea?

È la fine del confine tra autore e fast fashion?

Magari la fine non lo è, ma solo perché sono un’inguaribile ottimista. Resta il fatto che questo è il primo, vero, grande cedimento. Per anni John Galliano è stato il nome che la moda usava quando voleva parlare di genio, eccesso e teatro. Zara, invece, era il nome che il sistema usava quando voleva parlare di velocità, scala e desiderio immediato. Il fatto che oggi i due si incontrino dice molto su dove stia andando la moda: verso un mondo in cui anche l’autore più mitologico deve diventare accessibile, e in cui anche il colosso del fast fashion ha bisogno di una firma che lo faccia sembrare qualcosa di più di una macchina perfetta per vendere vestiti.

Eravamo già abituati alle collaborazioni high fashion di Zara, stilisti del calibro di  Stefano Pilati, SoshiotsukiLudovic de Saint Sernin. Ma questa volta sentiamo, e vediamo, che è diverso. Quelle erano collezioni create ad hoc, circoscritte nel tempo e nello spazio. Qui, invece, è l’enfant terrible della moda a prestare il proprio genio per almeno due anni. Non parliamo più di comparsate, la sua sarà una presenza strutturale. E questo cambia tutto.

John Galliano zara
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La verità è che Galliano non arriva da Zara per disegnare vestiti; arriva per certificare che Zara abbia un passato degno di essere riletto. E questo è potentissimo, perché tocca una delle accuse storicamente rivolte al brand, quella di vivere più di prossimità ai codici altrui che di vera originalità propria. Dovrebbe “ri-autorializzare” qualcosa che forse non ha mai avuto un autore. Dovrebbe trovare la firma in un sistema che, per come è stato costruito, è progettato per cancellare ogni traccia di autorialità in nome della velocità e del volume. O ancora trasformare in profondità quello che è nato come superficie. Ciò che farà non riguarda solo il futuro del marchio, ma anche il modo in cui esso riscrive il proprio passato.

I possibili scenari

Quando a settembre arriveranno i primi capi, scopriremo se questo incontro avrà prodotto qualcosa di realmente nuovo o se sarà stato solo l’ennesima strategia di marketing. Se “re-authoring” significherà davvero intervenire su materiali, tagli, costruzioni e processi, oppure se resterà una capsule elevata nel linguaggio e nell’immagine, destinata a esaurirsi in poche ore e a finire su Vinted la settimana dopo.

Nel frattempo, però, una cosa è già successa: la notizia ha fatto il giro del mondo, i social discutono, i commenti fioccano, l’attenzione è tutta lì. E forse, in fondo, era proprio questo l’obiettivo. Perché se c’è una lezione che gli ultimi vent’anni di moda ci hanno insegnato, è che nel mercato essere discussi è meglio che essere ignorati.

John Galliano
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Anche a costo di chiedersi, come fa qualcuno su TikTok, cosa ci faccia uno dei più grandi couturier della storia a frugare in un mucchio di vestiti dimenticati. Anche a costo di dover spiegare, a chi verrà dopo, che sì, all’inizio sembrava strano anche a noi. Ma poi ci abbiamo fatto l’abitudine. Perché alla fine, forse, la domanda più vera è un’altra. Se oggi anche Zara può avere un autore, che valore siamo ancora disposti ad attribuire ai vestiti? E se la risposta è “dipende da chi li firma”, allora abbiamo smesso di credere alla moda e abbiamo cominciato a credere solo al nome che ci mette sopra la firma.