Le sedie virali che non esistono: il caso Muddycap
Su Instagram girano sedie così bizzarre da sembrare uno scherzo, e migliaia di persone chiedono dove si comprano. La risposta è sempre la stessa: da nessuna parte. Sono render 3D iperrealistici firmati da un designer quasi fantasma, di cui si sa pochissimo, ma di cui ormai parla mezzo internet
“I just make chairs”. È tutto lì, nella bio Instagram di Muddycap. Dal 2020 questo account pubblica sedie folli che nessuno potrà mai comprare: più o meno una a settimana, sempre diverse, sempre perfette, sempre inutilizzabili nel senso più letterale del termine. Perché non esistono. Eppure ogni post innesca la stessa reazione riflessa: “dove la compro?”. Segue l’unica risposta possibile: da nessuna parte.
Sono sedute che vivono e muoiono nel digitale. Render 3D iper-realistici, calibrati come still life da catalogo: luci morbide, texture credibili, ombre che simulano peso e presenza. Il linguaggio è quello del design industriale, ma il risultato è un’illusione ben congegnata. Non stai guardando un’idea, stai guardando qualcosa che sembra già pronto per la produzione. Ed è qui che Muddycap colpisce.

Il punto non è l’assurdo, né la stranezza fine a se stessa. Il punto è la plausibilità da cui poi scaturisce la genialità. Muddycap lavora esattamente nello spazio più seducente del design contemporaneo: quello del potrebbe essere vero. Anche quando la forma deraglia, l’oggetto resta ancorato a una logica riconoscibile: proporzioni corrette, materiali leggibili, dettagli che suggeriscono una struttura e una funzione. Non ti sta dicendo “guarda quanto è folle”. Ti sta dicendo “guarda quanto manca poco perché lo sia davvero”. Ed è quella vicinanza al reale a rendere tutto più disturbante, e più desiderabile.
Le “meme chair” di Muddycap
La parte più divertente è da dove partono. L’innesco creativo può essere qualsiasi cosa, una trappola per topi, una pila di donut, una pizza (spoiler sono tutte sedie realizzate). L’obiettivo è trasformare quell’assurdità in un oggetto che, almeno per un secondo, sembra ordinabile. Surrealismo puro, sì, ma trattato con il rigore di un designer industriale.

Prendiamo la Bone Chair: all’inizio sembra quasi ascetica, una seduta minimale come tante, finché non affiora lo scheletro argentato, letteralmente intrappolato nella struttura. Poi c’è la Nugget Chair, che mantiene la promessa del nome: una pepita di pollo oversize, con tanto di salsa trasformata in piano di seduta. E possiamo andare avanti: la Cheer Chair, con le gambe fatte di pinte di birra che brindano e lo schienale di schiuma, oppure la Cigarette Chair, un mozzicone piegato fino a diventare oggetto d’arredo. L’elenco potrebbe continuare all’infinito, e infatti il progetto vive anche di questo: serialità + variazione, come un format. Ma il risultati stesso risultato: ti fermano. E nel 2026, riuscire a interrompere lo scroll è già una forma di potere culturale.
Il fatto è che funziona, eccome. Muddycap, di cui si sa poco e niente e la cui identità rimane un mistero, supera i 314mila follower su Instagram, colleziona decine di migliaia di like a post e centinaia di commenti che assomigliano più a una lista d’attesa che a una sezione di critica. È un engagement da brand strutturato, non da designer solitario. E non è un dettaglio: dice molto di come oggi si costruisce desiderio. L’artista coreano dimostra che l’oggetto può diventare rilevante, e persino necessario, prima ancora di essere possibile. Prima del prototipo, prima della produzione, prima del prezzo.

È un’indicazione piuttosto chiara su come si costruisce valore nel design contemporaneo: non più soltanto nello spazio classico tra prototipo e produzione, ma in una zona più ambigua, dove immagine, algoritmo e immaginazione collettiva lavorano insieme. Se abbastanza persone sono pronte a chiedere “dove la compro?”, allora l’oggetto ha già vinto, anche se non esiste.