Dries Van Noten a Venezia: la bellezza diventa un atto di resistenza

Dries Van Noten a Venezia: la bellezza diventa un atto di resistenza

di Digital Team

A Palazzo Pisani Moretta, “The Only True Protest Is Beauty” mette in scena oltre 200 opere tra moda, arte e artigianato in un percorso che rifiuta l’idea di armonia

È una delle mostre più ambiziose e radicali della stagione veneziana 2026. A Venezia, dal 25 aprile al 4 ottobre 2026, la Fondazione Dries Van Noten apre le porte di Palazzo Pisani Moretta con The Only True Protest Is Beauty, un progetto che evita qualsiasi forma di narrazione lineare per costruire invece un’esperienza fatta di tensioni, attriti e deviazioni. 

Il titolo – preso da un verso del cantautore americano Phil Ochs – è già un posizionamento: in un presente che tende a rendere tutto immediato, levigato e consumabile, la bellezza torna a essere qualcosa che può disturbare. Non una fuga dalla realtà, ma un modo per attraversarla più a fondo, anche quando genera disagio.

La mostra, curata da Dries Van Noten insieme a Geert Bruloot, si sviluppa in oltre 20 stanze tra piano terra e Piano Nobile, riunendo più di 200 opere tra moda, design, arte, fotografia, vetro e ceramica. Ma parlare di “sezioni” è fuorviante: qui non esiste un percorso didattico né una gerarchia tra discipline. Si procede per intuizione, per collisioni visive e cortocircuiti estetici che restano volutamente aperti.


L’ingresso imposta subito il ritmo. Nel portego, una scultura di Peter Buggenhout, materica e quasi in disfacimento, introduce una sensazione di instabilità che accompagna tutta la visita. È il primo segnale: la bellezza, qui, non consola e non semplifica.

Salendo al Piano Nobile, il dialogo si stratifica. Gli affreschi settecenteschi, carichi di narrazioni celebrative, entrano in frizione con opere contemporanee che sembrano sottrarre senso più che aggiungerlo. Le fotografie di corpi addormentati convivono con gioielli Memento Mori e con una selezione di haute couture che sposta la moda fuori dal territorio dell’estetica pura per trasformarla in linguaggio critico.


Le silhouette di Christian Lacroix – alcune provenienti da collezioni private – rivelano costruzioni dense, quasi barocche, che dialogano con l’ornamento del palazzo senza mai mimetizzarsi. Al contrario, le creazioni di Rei Kawakubo per Comme des Garçons funzionano come presenze autonome: volumi scultorei, forme irregolari, corpi che non cercano approvazione ma pongono domande.  È in questo scarto che la moda trova un nuovo ruolo. Non più linguaggio decorativo, ma dispositivo critico. Un mezzo per interrogare l’idea stessa di bellezza, più che per rappresentarla.

Accanto ai nomi storicizzati, emergono pratiche che introducono una tensione diversa, più radicata nel presente. Il lavoro del designer palestinese Ayham Hassan, ad esempio, porta dentro la mostra una materialità cruda, segnata dall’esperienza e dal contesto. Qui la bellezza non è mai neutrale: è sempre situata, attraversata da condizioni reali, da limiti, da resistenze. 


Il percorso si costruisce per risonanze. Le ceramiche dialogano con gli affreschi, il vetro storico della famiglia Pisani Moretta incontra le sperimentazioni contemporanee, mentre opere nate da processi naturali o biologici spostano continuamente il confine tra artificiale e organico. Ogni stanza sembra trovare un equilibrio solo per metterlo immediatamente in discussione.

Quando tutto rischia di diventare troppo armonico, qualcosa interviene a interrompere la composizione: un materiale fuori scala, una forma dissonante, un oggetto che non appartiene. Non è una rottura casuale, ma una strategia precisa.


Isaac Monté_Crystallized Blue in Green, 2025_Courtesy of the artist and Spazio Nobile_Photo Monica Monté

Anche l’artigianato, tema centrale per la Fondazione, viene trattato lontano da qualsiasi retorica nostalgica. Oltre 20 video accompagnano il percorso, mostrando mani, gesti, processi. Non come backstage, ma come parte integrante dell’opera. È qui che la mostra rivela uno dei suoi livelli più chiari: riportare attenzione su ciò che richiede tempo, lentezza, concentrazione, tutto ciò che il sistema contemporaneo tende a comprimere o invisibilizzare. 


E poi c’è il contesto. Palazzo Pisani Moretta non è un semplice contenitore, ma un elemento attivo del progetto. Visitabile prima dell’avvio dei lavori di restauro, conserva una dimensione sospesa, quasi fragile, che amplifica il senso di transitorietà della mostra. Anche l’accesso – regolato attraverso un programma di membership – contribuisce a definire un’esperienza che si sottrae alla logica dell’evento di massa rendendo la visita volutamente selettiva e non immediatamente accessibile.

In un momento in cui la bellezza è spesso ridotta a superficie condivisibile e immediata, Dries Van Noten costruisce a Venezia un’esperienza che richiede tempo, attenzione e una certa disponibilità al disorientamento. Ed è proprio lì, in quello spazio instabile, che la bellezza torna a essere qualcosa di necessario.

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