Equinozio: il rito contemporaneo che risveglia l’ascolto

Equinozio: il rito contemporaneo che risveglia l’ascolto

di Carlo Antonelli

Alla Triennale di Milano nasce Equinozio, il festival ideato da Carlo Antonelli che celebra il ritorno della primavera con suono, corpo e nuove forme di ascolto

Riti di passaggio, si diceva una volta. Funzionano ancora. L’equinozio -il momento astrale che celebra le nozze del giorno con la notte, in quel momento di eguale durata- e’ stato celebrato in ogni cultura da danze (salterelli in particolare) e libagioni, in un’atmosfera di generale lievita’, di alleggerimento. Per meglio dire di sollievo. 

Il peso dell’inverno, il suo letargo proficuo ma anche greve, come un mantello di lana ispida e pesante viene tolto dalle spalle. E ci si sente di nuovo come corpi capaci di librare, freschi. Germogli spaccano la terra secca. Si sboccia. Mettiamo foglioline. Difficile immaginare un inverno piu’ faticoso di quello alle nostre spalle, ora: citta’ dilaniate da esplosioni, fughe, esodi, blitz. Un senso generalizzato di demenza mista a risolutezza fuori controllo. E un sottile svuotamento dei tessuti abitati dall’umano, continue immagini (anche personali) di umani che escono da supermercati stupranti dato il folle costo della vita, la poverta’ percepita nel quotidiano per la prima volta, l’ulteriore terrore di altre inflazioni coi barili di petrolio a 130 dollari l’uno. Troppo. A questo troppo, che e’ anche un grande vuoto, si affaccia un senso mai provato da molti di possibile solitudine.


L’idea -piccola- di riprendere a celebrare l’Equinozio arriva come un balsamo leggero che ti fa risvegliare il collo, le spalle. Con balli sofisticati e semplici insieme, conditi anche di campanelli alle caviglie e muse bellissime. Con parole, non sempre pronunciare con il corpo ma che comunque aleggiano dentro la pancia della piccola balena del suono chiamata ‘Voce’ alla Triennale di Milano. Non stiamo forse vivendo sempre di piu’  come delle avventure di ‘Pinocchio’, nel migliore del casi? Intelligenza Artificiale inclusa? Certo che si’. Parole che sono poesie-nutrimento provenienti dal bosco antistante al pratone abitato della Triennale, insieme al racconto di chi ben conosce questo risveglio digitale.

Parole che sono le storie che si sono inventate gli uomini per sopravvivere al presente o castelli emotivi in aria che invece sono l’essenza-stessa (insieme all’immaginabile) dell’essere-amati, finalmente. Prospettive e pulsazioni cosmiche, allineamento non solo di pianeti ma del cuore stesso della materia, anch’essa in subbuglio vitale. Di fatto si tratta di una sottile azione ricostituente, come ci dava il dottore giusto nel cambi di stagioni. Ogni cosa diventa -qualunque ne sia la sua sorgente-  suono corroborante, richiamo all’azione (anche di pastori), pulsione per fortuna desiderante, voce appunto che torna a dire la sua, magari tutti insieme visto che non se ne puo’ piu’. In altre parole, salute. 


Voices From The Lake Press Pic 8 © Guido Gazzilli

Se si aggiunge a questo che tutto -in questo caso- andra’ ad accadere dentro l’unico spazio permanente finora dedicato da una grande istituzione culturale al design sonoro e alle architetture musicali (‘Voce’ presso la Triennale di Milano, si diceva), siamo di fronte ad un graduale risveglio delle capacita’ di captazione emotive dell’orecchio rispetto alla distrutta ricettivita’ dell’occhio. L’Equinozio diventa anche il tempo per mettere a riposo orecchie scartavetrate da migliaia di immagini abrasive – appunto- rispetto alla nostra capacita’ di sentire, di decifrare.

E mettere in funzione i recettori sensoriali ancora in grado di assorbire narrazioni profonde proprio perche’ semplici, ma potenti. Nutrimenti, appunto. Per questo questo ritorno dell’ascolto di qualita’ -dopo decenni a sentir musica con telefono e cuffiette come quei signori che vagavano sentendo le partite di domenica, con le radio transistor attaccate all’orecchio- e’ fenomeno ormai fin troppo pervasivo.

Ma non dentro una struttura che diventa a sua volta apparato che trasforma l’invisibile in un corpo vero e proprio, quasi fisico. E poi (non e’ terreno solcato prima, almeno qui) si tratta di fare persino un braccio di ferro simbolico: arriva Ariete, il primo segno dello Zodiaco, governato da Marte, il pianeta del coraggio e del sangue che ribolle. L’Ariete è l’impulso che ci spinge ad andare avanti, segno di fuoco, di trasformazione.


La prima fiamma dell’alchimia che apre il cerchio dello Zodiaco. Il segno che inizia la primavera- appunto- e che ci invita a seguire la nostra forza rinnovata e  ricorda che la saggezza nasce attraverso le sfide. Per questo e’ anche  il segno della guerra. Ci siamo in pieno, e’ cosi’.

Per questo, stavolta, quelle potrebbero sembrare metafore salterellino sono invece il racconto di una attenta resistenza al baratro. E quelli dispiegati  in campo- dentro questa confluenza- sono i mezzi minimi e i rinforzi basilari per provare ad invertire la corsa piu’ pazza che il mondo sta prendendo da un secolo in qua. E che va fatta rientrare alla velocita’ della luce (posto che si sia ancora in tempo) con tutti i mezzi necessari. Anche questi che si sono a grandi linee raccontati qui: piccoli, sottili sottili, ma molto potenti.