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Collezione Guggenheim, la direttrice Karole P.B. Vail: “La visione terapeutica dell’arte è più importante che mai”.

di Luca Zuccala - 8 Giugno 2020

Il 2 giugno ha riaperto la storica istituzione veneziana. Abbiamo intervistato Karole P.B. Vail, direttrice e nipote di Peggy Guggenheim, per parlare del ruolo (e del potere) dell’arte e dei musei nel contesto odierno. Per ispirare il cambiamento. E riportare la luce dopo il buio della pandemia.

Indefinita poesia, indefinibile euforia. Sensazioni palesi e palpabili che accompagnano la riapertura della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dopo 86 giorni di chiusura, due “immagini” riverbero di due icone simbolo del museo. La prima, un dipinto, il silenzioso Impero della luce (1953-54) di Magritte che domina il salone centrale appena varcata la soglia d’ingresso, con quel lume di lampione che bagna l’indefinitezza onirica e spaesante della tela, contesa tra la notte fonda sulla terra e un azzurro terso con nuvole vaghe che piombano nel cielo. L’altra, una scultura, la gioia indomabile del cavaliere (L’Angelo della città, 1948) di Marino Marini nella terrazza sul Canal Grande: braccia spalancate e fallo in tiro, entrambi sorretti da un’emozione incontenibile, che grida alla laguna: finalmente.

Il 2 giugno, la mitica e un po’ magica istituzione veneziana ha riaperto i battenti cesellati di Palazzo Venier dei Leoni. E lo ha fatto con la sua direttrice, Karole P.B. Vail in prima fila, fisicamente nelle sale espositive ad accogliere e controllare il flusso di visitatori. Cause di forza maggiore (organico ridotto, sostenibilità già messa a dura prova dai quasi 2 milioni di mancati introiti di lockdown, e necessità di supervisione capillare del complesso), e la forza di fare fronte comune. In un modo o nell’altro c’era bisogno di ripartire, con (anche) tutte le limitazioni del caso. Dare un segnale tangibile, ridare la possibilità di far vibrare, nel contatto con l’opera d’arte, quel pianoforte con molte corde che è l’anima di ogni visitatore, di ogni essere umano. Come ci racconta proprio la direttrice della Collezione nonché nipote di Peggy Guggenheim, citando non a caso Kandinsky, la cui prima personale fu fatta proprio da Peggy nel 1938 a Londra.

Qual è il valore dell’arte, della cultura, in un momento del genere?
Nei momenti di crisi e di cambiamento l’arte e la cultura sono una fonte d’ispirazione per trovare conforto. Hilla Ribay, artista e prima direttrice del Museo Solomon R. Guggenheim di New York, diceva che grazie alla contemplazione dell’arte possiamo cambiare i nostri comportamenti. L’arte può e deve stimolare la riflessione, l’apprendimento, l’incontro, il dialogo, lo scambio. Il museo è lo spazio di “libertà” dove questo può accadere.

Visione che ispira il cambiamento, e al contempo balsamo della psiche per elaborare il buio della pandemia, il potere terapeutico e trasformativo dell’arte…
Durante questo tempo sospeso, l’arte e la cultura hanno avuto un ruolo lenitivo fondamentale, e oggi è nostro dovere portare avanti la nostra missione, educare, riaprendo finalmente le porte del Museo, anche se in una condizione di grande incertezza. La visione terapeutica dell’arte è più importante che mai. Dopo tutti questi mesi di lockdown speriamo che i visitatori possano ritrovare nel Museo qualcosa di riposante, che li possa ispirare e fare stare bene. Mi permetto di dire, un momento idilliaco. C’è bisogno di pace, serenità. Tanti artisti all’inizio del XX secolo, come Kandinsky, hanno creduto fermamente nel potere terapeutico e rigenerativo dell’arte. Un elemento che è sempre stato parte fondante della Fondazione Guggenheim.

Dando così la possibilità al visitatore di cullarsi sulle vibrazioni dell’arte, lasciandosi toccare le molteplici corde interiori dell’anima, parafrasando proprio Kandinsky…
Assolutamente, speriamo proprio che il visitatore possa essere “toccato” e possa essere aiutato, accompagnato, a scoprire e riscoprire qualcosa di sé, nel proprio intimo. Rielaborare questo buio dovuto dalla pandemia e ridare luce. Abbiamo bisogno di bellezza, di respirare arte e cultura per ricominciare.

È un segnale importante per Venezia nella sua fragilità.
È un segnale per una città che ha tanto patito, tra l’acqua alta a novembre e ora la pandemia. È nostro dovere fare tutto il possibile per cercare di curarla al meglio.

Perché questo dramma non vada sprecato, ci sono le condizioni di immaginare una ripresa con un passo diverso, o dobbiamo rassegnarci a ricominciare da dove eravamo rimasti?
C’è bisogno certamente di trovare un equilibrio nuovo. Siamo passati da un estremo all’altro e ora, tutti insieme, dobbiamo cambiare, trovare qualcosa di più sostenibile, una nuova realtà. Speriamo di farcela. Dobbiamo porci tante domande e poi agire, pensando al futuro del nostro pianeta.

Che fine hanno fatto e faranno le mostre, presenti e future?
Abbiamo purtroppo dovuto annullare la mostra estiva dedicata a Lygia Clark (Pittura come sperimentazione 1948-1958), attualmente al Guggenheim di Bilbao, visitabile dall’1 giugno. Mentre l’esposizione su Edmondo Bacci (L'energia della luce, dal 17 ottobre) speriamo fortemente di aprirla in autunno. La mostra che abbiamo ora (Migrating Objects) l’abbiamo mantenuta allestita con la speranza di riaprirla in un futuro prossimo. Ora non sarebbe sostenibile, tutto lo staff (è stato triplicato, da 5 a 14 persone, per rispondere adeguatamente alle norme del Decreto) è nelle sale, me compresa.

Anticipazioni (in esclusiva) per l’anno prossimo?
Faremo una sola mostra nel 2021 durante l’estate e la dedicheremo al Surrealismo e alla magia.

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