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Il nuovo film di Spike Lee su Netflix

di Andrea Giordano - 18 Giugno 2020

A due anni dall’Oscar ricevuto per “BlacKkKlansman”, Spike Lee torna a raccontare l’America e l’impatto della Guerra in Vietnam. Lo fa grazie a “Da 5 Bloods – Come fratelli”, in onda su Netflix, in cui la storia del passato si lega incredibilmente a quella attuale.

L’incipit è una lezione di memoria collettiva: scorrono le immagini di repertorio, parlano Malcom X, gli attivisti Kwame Ture, Angela Davis, Bobby Seale, ci sono i pugni in alto, alle Olimpiadi di Città del Messico, di Tommie Smith e John Carlos, gli scontri nel Mississipi Burning inquinato dal Ku Klux Klan. E soprattutto Muhammad Ali, che a Chicago, nel 1978, tuonò con forza “la mia coscienza mi vieta di sparare a un fratello, o a gente povera, dalla pelle più scura, affamata, per la grande e potente America. Sparargli per cosa?”.

L’orrore di un conflitto, dunque, la violenza psicologica e il sacrificio di molti, sedimenta, riaffiora, traducendosi in lotta, rivendicazione, ieri, oggi, in quel suo grido corale, attuale, che continua a risuonare in questi giorni e nelle strade, non solo americane.

Così Spike Lee, un Maestro indiscusso nel saper raccontare l’America melting pot (da quella post 11 settembre de La 25ora a BlacKkKlansman, da Fa la cosa giusta a Malcolm X) impregnata da contraddizioni, soprusi, minata dal razzismo e dall’incapacità, talvolta, di rialzarsi, riparte dalla ferita sempreverde del Vietnam, dove hanno combattuto oltre 186.000 soldati di colore. Un tema scomodo e mai chiuso, a cui molti, da Oliver Stone (Platoon e Nato il 4 luglio) a Stanley Kubrick (Full Metal Jacket) hanno dedicato nel tempo opere memorabili.

L’occasione arriva con l’uscita su Netflix di Da 5 BloodsCome fratelli (che avrebbe dovuto essere presentato al Festival di Cannes, poi saltato), che narra di quattro ex reduci, Paul, Otis, Eddie e Melvin, fratelli di sangue appunto. Nella Ho Chi Minh City moderna (nota ai più come Saigon) si ritrovano dunque per un’ultima missione, riportare in patria i resti del quinto amico Norman (interpretato dall’ex Black Panther Chadwick Boseman) il mentore, il “loro” Malcolm X e Martin Luther King, e, nello stesso tempo, ritrovare dei lingotti d’oro di un C-47 della Cia, sotterrati anni prima di rientrare in patria.

Facendo leva su una sorta di Cavallo di Troia narrativo, il regista (anche) di Miracolo a Sant’Anna, compie la sua nuova esplorazione nella mentalità di chi fu al fronte, facendone emergere i lati oscuri generati, gli attacchi di panico, incubi, gli stress post traumatici. Demoni non risolti di uomini distrutti, che devono affrontare il lutto, la malattia, il divorzio, la dipendenza, la bancarotta, il rimpianto, la vergogna, la paternità. E incredibilmente il timing (non voluto) sembra invece perfetto con l’attualità, il passato domina il presente, da Minneapolis a Buffalo (ma in realtà sta succedendo ovunque) scendendo in strada, dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd, da parte di un poliziotto bianco, rilanciando il movimento ‘Black Lives Matter’, la lotta per l’eguaglianza e dei diritti civili. Grande cinema insomma, e qualche citazione-riferimento, in primis a Il tesoro della Sierra Madre di John Huston è chiaro, ma, pure, (per intenditori) ad Apocalypse Now di Coppola grazie a La Cavalcata delle Valchirie di Wagner.

Ma se da un lato Da 5 Bloods è anche una satira tagliente, emotiva, sulla politica a stelle e strisce - quella di un Donald Trump sempre più alla deriva, nonostante molti sostenitori - dall’altro ci proietta nel rinnovato desiderio di dar luce, e voce, a chi per tutta la vita non ne ha avuta, e adesso è stanco di essere calpestato.

L’essenza sta in una frase: “Loro non muoiono mai, si rafforzano”.

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