Isaac Hernández

Isaac Hernández

Il primo ballerino dell’American Ballet Theatre è il testimone più autorevole della forza del balletto che, anche grazie a lui, oggi sta vivendo un momento particolarmente vitale

di Federico Bernocchi

«Ero a Madrid per girare Qualcuno deve morire, una serie di Netflix, e con un paio di amici ci siamo ritrovati a una festa a casa di José Carmona, un ballerino di flamenco. C’erano dei musicisti incredibili, la musica era pazzesca, la serata si è scaldata e tutti si sono messi a ballare. E, benché il flamenco non sia il mio forte, anche io mi sono ritrovato in pista. Solitamente, in situazioni del genere sono piuttosto timido, ma quella è stata una di quelle rare occasioni in cui mi sono lasciato andare. Non ti nascondo che è stato imbarazzante, ma anche liberatorio». Isaac Hernández è un ballerino. Che è un modo di dirlo.

Oppure: Isaac Hernández è stato primo ballerino della più longeva compagnia di ballo degli Stati Uniti, quella di San Francisco, della Het, la più grande dei Paesi Bassi, e dell’English National Ballet. Dall’anno scorso è l’étoile dell’American Ballet Theatre, forse la più importante vetrina internazionale per quanto riguarda il balletto classico.

Isaac Hernández
Cappotto Yohji Yamamoto, shorts e pantaloni Aubero

È un divo, una semi divinità della danza. Che, una sera, a una festa in casa, si mette a ballare come tutti noi dopo il secondo gin tonic a Capodanno. Ok, non proprio come noi, ma non è quello il punto. La questione è che Isaac, come Clark Kent, ha dovuto celare il suo super potere per non svelare a tutti di essere Superman. È sceso tra noi “normali” e si è divertito facendo qualcosa che fa parte del nostro dna sin dall’alba dei tempi: danzare.

«Mi fa sorridere che usi l’aggettivo “normale”, perché è quello che ho usato anche io quella sera, e qualcuno si è offeso, cosa che mai avrei voluto. Studio danza da quando sono bambino e in tutti questi anni ho sviluppato una serie di qualità che gran parte delle persone, come ballerini, non hanno. Equivale a dire che ho ampliato il mio vocabolario».

Isaac Hernández
Giacca, pantaloni e sneaker Hogan

E non ci sono dubbi riguardo la ricchezza del vocabolario di Isaac Hernández: pressoché infinita. «La cosa interessante è che quando sei bambino non hai parametri, non hai una definizione precisa di quello che stai facendo, ma hai comunque una connessione empatica verso il movimento. Quando ballano, i bambini riescono a esprimere in maniera pura e semplice, senza nessun tipo di mediazione, la gioia o la tristezza.

Ho cominciato a studiare danza a otto anni; inizialmente ho fatto fatica a trovare quel tipo di connessione emotiva, perché mi sentivo schiacciato dallo studio, dai passi, dalla tecnica. La prima volta che sono riuscito a mettere insieme la rigidità classica con un approccio più emotivo è stato a 12 anni. Ho capito che potevo usare quel vocabolario che avevo appreso in quegli anni di studio per esprimere le mie emozioni. Sono sicuro che questo tipo di approccio sia la chiave per far capire a tutti, anche a quelli che magari non hanno confidenza con questa forma d’arte, quello che può fare il balletto».

Difficile non leggere in questo discorso una frecciatina – di classe – a Timothée Chalamet, che recentemente ha dichiarato che il balletto e l’Opera sono morti, che non interessano a nessuno.

Isaac Hernández
Camicia e shorts Prada

Isaac Hernández è il testimone ufficiale della forza del balletto che, se è vero che non è considerato una forma di spettacolo mainstream, anche grazie a lui è particolarmente vitale in questo momento. «Se ci pensi, solo 200 anni fa, la gente andava a vedere la prima di Giselle, uno dei balletti più celebri della storia, con le stesse aspettative di chi oggi va all’IMAX a vedere l’ultimo blockbuster statunitense. Non potevano crederci: ballerini che volavano sopra le loro teste o danzavano sulle punte dei piedi.

Era qualcosa di nuovo, eccitante. Nel tempo, quel senso di stupore si è inevitabilmente affievolito. Sono consapevole del valore universale che questi balletti hanno – non è un caso siano ancora messi in scena – ma al contempo dobbiamo trovare il modo di far riprovare al pubblico quello stupore. Ed è quello che stiamo facendo con l’American Ballet Theatre».

Non solo. Perché da qualche anno Hernández ha cominciato anche a recitare, sul piccolo e sul grande schermo. Si è fatto vedere per la prima volta in uno degli ultimi film del grande Carlos Saura, The King of All the World, ha preso parte alla già citata serie Qualcuno deve morire, per poi far innamorare una diva del calibro di Jessica Chastain (e innumerevoli spettatori) nel film Dreams.

Isaac Hernández
Giacca, camicia e pantaloni Zegna, sneaker Hogan

«È stato davvero un sogno che si è realizzato. Da ballerino, sono entrato in punta di piedi in questo mondo e ho avuto la fortuna di assistere a dei veri miracoli: vedere Carlos Saura che discute con Vittorio Storaro di come costruire una scena, Jessica che parla del suo personaggio con il regista Michel Franco sono stati dei momenti incredibili. E sono molto contento se qualche spettatore si è poi avvicinato al balletto magari grazie al mio lavoro. È qualcosa di cui andare molto fieri».

Come è fiero di essere il primo messicano ad avere il nome più grande sul cartellone, tra gli altri, del Bolshoi o dell’Opéra di Parigi. «In molti sono convinti che se scegli fare l’artista ti condanni da solo alla fame. Io sono molto orgoglioso del mio Paese e felice di aver dimostrato che, con l’impegno e col cuore, si può arrivare ovunque». ¡Que viva Isaac!

In apertura Isaac Hernández con pantaloni Loro Piana. Photos by Isaac Anthony, styling by Sam Knoll. Grooming: Thomas Dunkin @Art Department. Styling assistant: Carma Flores. Casting director: Kegan Webb. Location: Gibney Dance (gibneydance.org).