Julian MacKay
«Da quanto tempo ballo? Non ricordo un tempo in cui non ballassi». È la frase che più chiarisce il rapporto del ballerino americano con il lavoro. «È qualcosa che fa parte di me e non posso liberarmi»
Julian MacKay ha una biografia che potrebbe scrivere da sola il suo romanzo: un americano in Europa. Nato a Livingston, in Montana (mi mostra orgoglioso e contento le foto del suo orto con i pavoni della madre), studia da bambino con l’American Ballet Theatre di New York e, durante le estati, alla Royal Ballet School di Londra e all’Académie Princesse Grace di Monaco; a 11 anni lascia il Montana per Mosca, entra alla Bolshoi Ballet Academy e diventa il primo americano a completarne l’intero percorso con un diploma russo completo. Non esattamente un percorso facile. Dal 2022 è principal dancer del Bayerisches Staatsballett.
Ma il punto, nel suo caso, non è solo la traiettoria del percorso, che pure è notevole: è il modo in cui racconta la danza, come qualcosa che non arriva dopo, ma coincide con l’inizio. «Da quanto tempo ballo? Non ricordo un tempo in cui non ballassi». È la frase che più chiarisce il suo rapporto con il lavoro. Infatti, anche altrove, con altre domande, la formula resta la stessa: «È qualcosa che fa parte di me e di cui non posso liberarmi».

In mezzo, c’è un’idea quasi assoluta della dedizione, che nell’intervista prende la forma più netta possibile: «L’ossessione. L’ossessione», ripete. E subito dopo: «Non puoi pensare di farlo senza». Più che una posa, è una dichiarazione di metodo: per Julian MacKay la danza non è separabile da una forma estrema di concentrazione, di fissazione, di continuità interiore. Sì, ossessione è la parola, e concordiamo entrambi che è un termine spesso ammantato da una parte scura che non è corretta.
Anche quando prova a spiegare cosa cerca davvero sulla scena, il discorso resta molto concreto e molto esigente. Da una parte c’è la pressione della performance, il fatto che «devi arrivare a ogni spettacolo al cento per cento»; dall’altra una parola che usa in modo sorprendente: “pulizia”. Non solo pulizia tecnica, ma una specie di coincidenza tra intenzione e verità: «Quando balli, lavori sull’elemento emotivo, lavori sull’elemento fisico. Ma poi vuoi anche mettere tutto insieme nel modo giusto».

Gli chiedo di Chalamet, e delle ultime dichiarazioni prima di non vincere l’Oscar («Non voglio far parte di un pezzo di vita artistica, la danza o l’opera, destinato a finire e di cui non importa a nessuno»), sorride e risponde sincero che ha fatto bene a parlarne, e che gli piace ci sia discussione sulla danza, che se ne parli e che si muova qualcosa intorno a questo spazio, non solo per le nicchie. Finalmente.