Louis Tomlinson
Gli One Direction sono lontani, ma il loro successo planetario Louis continua a rinnovarlo oggi da solista. Come ci riesce? La ricetta è semplice: resilienza, passione e onestà
Una star la riconosci a distanza, dallo staff massiccio al seguito: Louis Tomlinson raggiunge lo studio fotografico con nove persone, inclusi due addetti alla sicurezza. Nonostante gli One Direction si siano divisi una decade fa – dopo 70 milioni di dischi venduti e circa 200 premi vinti (tra cui sette Brit Awards) in sei anni al fulmicotone – è ancora amatissimo: ieri centinaia di fan hanno atteso a lungo l’adorato “Louis” (tutti chiamiamo i nostri idoli per nome, no?) a un evento organizzato per l’album How Did I Get Here? (Bmg), in uscita il 23 gennaio, e lui ha ricambiato l’affetto immergendosi nella folle folla.
«Devo tutto a chi mi segue, ecco perché ho sostituito “io” con “noi” nel nome del tour», ci dirà a proposito di How Did We Get Here? (a Bologna e Milano, 9 e 10 aprile). La location di oggi, invece, è rimasta (incredibilmente) segreta e il cantautore inglese, 34 anni compiuti alla vigilia di Natale, approfitta della quiete generale per chiacchierare pacifico all’esterno.

È ora di pranzo e, appena entra, la pasta è servita: era l’unica richiesta che ci aveva inoltrato Louis Tomlinson per questa mezza giornata sul set. «Vado matto per amatriciana e carbonara (che trova fumanti in tavola, ndr). Da bambino mangiavo colla, non spaghetti: solo quando ho iniziato a viaggiare ho scoperto la cottura “al dente” e la cucino così. Credo mi riesca bene; mio figlio Freddie (10 anni a breve, avuto con la stylist americana Briana Jungwirth, ndr) direbbe che è nella media», racconta, soddisfatto del bis.
Di buonumore, non gli serve un power nap per riprendersi dai carboidrati: una sigaretta, un colpo di trimmer (opera della grooming artist personale) ed è subito in posa per il primo scatto. L’outfit sporty-street, come tutti quelli che indosserà, incontra i suoi gusti: «Ho trascorso tutto il periodo 1D a vestirmi figo, adesso preferisco stare comodo. Il capo perfetto? La tuta, con cui sono arrivato anche qui: in valigia non manca mai».
Il suo stile easy è diventato un marchio di fabbrica vero e proprio: nel 2023 ha lanciato 28 Clothing, brand di abbigliamento e accessori in edizione limitata che spesso esauriscono in fretta. Il 28, tatuato su anulare e medio sinistri, era il numero di maglia che portava nella seconda squadra del Doncaster Rovers, «terzino destro, non abbastanza grosso per il ruolo. Tiferò sempre per il team della mia città»; stesso numero di casacca quando partecipa al Soccer Aid, evento a sostegno dell’Unicef ideato da Robbie Williams nel 2006.

Il passato da atleta è lontano, assicura: ammette di non essere in gran forma perché ha ridotto al minimo l’attività fisica, eppure è asciuttissimo, e che lo ritempra più la buona compagnia della palestra. Al posto dei gioielli, non gli piacciono, sulla pelle porta una quarantina di disegni o scritti; i preziosi, però, si contano sulle dita di una mano e il più significativo è un’altra cifra. Spunta dalla football jersey, durante l’ultimo cambio di luci, il 78 nero sfumato sul petto: «Mi riporta davanti alla casa dei miei nonni paterni, cui ero molto legato».
A Doncaster Louis Tomlinson è tornato per le feste appena terminate; le ha passate dai nonni materni, ligio alla tradizione. «Guai a non raggiungerli: ritrovo l’ambiente genuino della campagna e i ritmi lenti, un toccasana per me» spiega con l’accento ruvido dello Yorkshire. Presto saranno un ricordo: se il terzo disco – pop al cento per cento, l’ha lanciato Lemonade, frizzante quanto l’aria di questa stagione, ma contiene tracce malinconiche come Lucid e nuove sonorità che alzano l’asticella – è lì pronto da ascoltare, la tournée è un cantiere aperto.
L’unica certezza «è una band con i fiocchi: basso, batteria, tastiera e due chitarre. Non riuscirei a salire sul palco senza i miei amici musicisti. La parte più bella degli One Direction era il cameratismo; il legame speciale che ci univa, si intensificava quando giravamo il mondo in concerto».

Si definisce «resiliente, appassionato e onesto», quindi gli chiediamo un lato negativo di appartenere alla boyband che valeva un miliardo di dollari. «Diventi così importante al punto da perdere l’indipendenza. Nel senso che c’era sempre qualcuno che si dedicava completamente a noi e si sostituiva a noi; non mi vergogno a confessare che ho cominciato da poco a occuparmi di cose pratiche, quotidiane. A 18 anni, stare sotto i riflettori senza un attimo di tregua ti segna. Entri in un meccanismo in cui ti senti costantemente gli occhi puntati addosso; anche dietro ogni angolo. Quando non sono al lavoro, se vado a prendere Freddie a scuola, per esempio, farei l’impossibile per essere trasparente: in fondo non sono diverso dagli altri genitori».
Louis Tomlinson, oltre 50 milioni di follower, ha fame di privacy, non di fama, e il Nord Inghilterra operaio dov’è nato e cresciuto l’attira come una calamita. «Faccio del mio meglio per vivere una vita normale, non sempre riesco. Forse dovrei abbandonare la musica. Un giorno spero di riuscirci, con o senza musica. L’età e l’esperienza hanno cambiato la prospettiva sul successo e su cosa voglio».