Martina Arduino
Quando dice: «Non riesco a immaginarmi diversamente, in nessun altro modo se non nella danza», tocca forse il punto essenziale di ogni talento: non esiste un altro me stesso. Solo questo
È sottile, ha gli occhi chiari e decisi e un’eleganza calma nei tratti e nella voce. Tutto è danza, anche il modo che ha di muovere le mani. Le chiedo di raccontarsi e Martina Arduino non ha intenzione di far passare l’idea di una vocazione che arriva in un istante, come nei racconti facili. È venuta «così velocemente, ma allo stesso tempo in maniera graduale» da non poter identificare un momento preciso in cui tutto è cominciato.
Nata a Moncalieri, inizia a studiare danza a Torino e nel 2007 entra nella Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala; si diploma nel 2015, viene subito ammessa nel Corpo di ballo della Scala e nel 2018 diventa prima ballerina. Percorso rapidissimo. Nel suo racconto, però, non lascia enfasi sul talento come “il-mio-destino-precoce-e-inevitabile”: c’è piuttosto il ricordo di una bambina molto seria, cui piacevano le regole, il ritmo, l’idea di impegnarsi per arrivare a un obiettivo.

Non è solo quello, però. Quella disciplina non basta a definirla. Dice di avere sempre ammirato in Natalia Osipova «quella parte libera, un po’ non programmata», e riconosce che è proprio lì che cerca quella che è la sua idea della scena: «Passo le ore in sala ad avere tutto sotto controllo». Ma poi, sul palcoscenico, vuole lasciare entrare «l’istinto». È qui che il suo ritratto si fa più interessante.
Perché la ballerina, che appartiene a una tradizione di disciplina durissima e di costruzione minuziosa dei gesti, rivendica come centro del proprio lavoro non il controllo assoluto, ma la possibilità dell’immaginazione. Parla del palcoscenico come di un luogo in cui succede qualcosa che in sala prove non può accadere: una sorta di lucidità estrema, quasi una sospensione del resto, in cui il corpo vede tutto e reagisce, da solo.

Anche quando parla della pressione non lo fa per sminuirla, e non la addolcisce. La responsabilità e l’ansia restano, soprattutto quando il ruolo che si ricopre impone di riconfermarsi continuamente. Non a caso, una delle frasi più rivelatrici dell’intervista è forse la più asciutta: «È un allenamento mentale, è continuo».
In fondo, il tratto che emerge con più chiarezza è proprio questo equilibrio molto concreto tra controllo e disponibilità all’imprevisto. Quando dice: «Non riesco a immaginarmi diversamente, in nessun altro modo se non nella danza», Arduino tocca forse il punto essenziale di ogni talento: l’assenza di un’alternativa reale. Non esiste un altro me stesso. Solo questo.