Chi sarà il prossimo direttore creativo di Versace? Ecco tutte le teorie
Dopo l’uscita lampo di Dario Vitale, il fashion system si interroga: Rousteing, Tisci o un ritorno alle origini? Tutte le ipotesi sul futuro della Medusa
Chi sarà il prossimo direttore creativo di Versace? È la domanda che rimbalza insistente tra front row, chat di addetti ai lavori e redazioni, da quando è arrivata la notizia dell’uscita, a sorpresa, di Dario Vitale. Il primo non Versace a guidare la creatività della maison della Medusa dopo oltre due decenni sotto Donatella Versace (e prima ancora sotto l’ombra ingombrante di Gianni).

Un debutto storico, sì, ma anche tra i più brevi della moda recente: nominato a marzo 2025, entrato ufficialmente in carica il 1° aprile, Vitale lascerà il ruolo il 12 dicembre 2025, dopo circa otto mesi e una sola collezione presentata, la primavera/estate 2026 mostrata a settembre. Un tempo sufficiente per entrare nei libri di storia, ma appena il minimo sindacale per riscrivere un DNA così codificato. Con Vitale in uscita, Versace torna così al centro del grande gioco delle poltrone creative: chi prenderà le redini del brand simbolo dell’italianità più audace? Le risposte, per ora, sono solo ipotesi. Ma come sempre accade in questi casi, le teorie proliferano. E per i fashion insider sono linfa vitale.
Teoria 1: i grandi nomi del fashion system
Molti insider hanno già puntato sui big name. I grandi nomi già rodati, profili capaci di garantire autorevolezza immediata, copertura mediatica globale e una certa rassicurazione di sistema; qualità che, in una fase di transizione, pesano quasi quanto la visione creativa.
Tra i nomi che circolano con più insistenza c’è Olivier Rousteing. Ex direttore creativo di Balmain, è spesso indicato come uno dei candidati “naturali” per una maison che vive di spettacolo, potenza visiva e glamour iper-consapevole. La sua recente uscita da Balmain ha inevitabilmente riacceso le speculazioni sul prossimo capitolo della sua carriera, e Versace (per DNA, estetica e ambizione) rientra perfettamente nel perimetro del possibile.

C’è poi Kim Jones, nome che torna ciclicamente ogni volta che una grande poltrona creativa si libera. Forte di un curriculum che passa da Louis Vuitton a Dior e Fendi, Jones viene citato come ipotesi ideale nel caso in cui Versace puntasse su un profilo capace di tenere insieme heritage, desiderabilità globale e dialogo con la cultura contemporanea, senza scossoni eccessivi. Peccato che, nei fatti, Jones sia già profondamente impegnato su altri progetti strategici, con un focus sempre più marcato sull’Asia. Un dettaglio non secondario, che nel concreto indebolisce questa teoria, relegandola più al campo delle suggestioni ricorrenti che a quello delle reali opzioni sul tavolo.
Negli ultimi giorni, però, tra gli addetti ai lavori ha iniziato a circolare anche il nome di Pieter Mulier. Attuale direttore creativo di Alaïa, è una candidatura più raffinata, meno rumorosa ma tutt’altro che marginale: un designer di culto, stimato dal sistema per il suo rigore formale e la capacità di lavorare sull’identità profonda di una maison. Una scelta che segnerebbe un cambio di passo netto: meno pop, più precisione. E che proprio per questo divide.

Infine, resistono i nomi storici da “giro lungo”, quelli che compaiono puntualmente in ogni round-up di mercato: Riccardo Tisci e Hedi Slimane. Più evocati che realmente accreditati, vengono citati come grandi firme senza una sedia fissa o come figure già associate, in passato, a discussioni simili. Per ora, restano suggestioni da fashion gossip, più che piste concrete.
Teoria 2: interim lungo e team interno + Donatella più presente
Tra le ipotesi più concrete e forse meno spettacolari, ma proprio per questo più credibili, c’è quella di un interim lungo. Nessun nuovo direttore creativo nominato nell’immediato. Una soluzione che permetterebbe a Versace di prendersi tempo, evitando scelte affrettate in una fase di profonda riorganizzazione.
In questo scenario, la gestione creativa resterebbe nelle mani del team interno, che continuerebbe a lavorare sotto la supervisione dell’attuale CEO Emmanuel Gintzburger, garantendo continuità operativa e una transizione senza strappi. Una formula già vista in altre grandi maison e confermata anche da Vogue Italia come opzione sul tavolo: meno headline, più controllo.

E poi c’è Donatella Versace. Ufficialmente Chief Brand Ambassador, ma difficilmente confinabile a un ruolo puramente simbolico quando si parla di identità, immaginario e codice genetico della Medusa. In una fase di passaggio come questa, la sua presenza potrebbe tornare a farsi più incisiva, non tanto (o non solo) sul prodotto, quanto sulla direzione estetica complessiva, sul tono, sui messaggi. Senza un ritorno formale al titolo di Creative Director, ma con la funzione chiave di guardiana del DNA del brand.
È un’ipotesi di stabilità più che di rivoluzione, particolarmente adatta a un momento in cui Versace deve riallineare creatività, governance e strategia industriale sotto l’ombrello del gruppo Prada. Meno rumore, più continuità. E, per una volta, forse anche un po’ di tempo.
