Da Il Diavolo veste Prada a oggi: cosa è cambiato davvero nella moda
Il Diavolo veste Prada 2 è un ottimo pretesto per pensare al fashion system. Soprattutto, per riflettere su come sia cambiata la moda negli ultimi vent’anni
Quando Il Diavolo veste Prada uscì nelle sale, nel 2006, sembrò a molti una caricatura riuscita ma pur sempre estrema del sistema moda. Eppure, a distanza di quasi vent’anni, quel racconto appare meno distante di quanto si pensasse. È diventato una sorta di punto di partenza per capire come il settore si sia trasformato e in quali aspetti, invece, sia rimasto sorprendentemente uguale. All’epoca, il potere aveva un volto preciso. O meglio, pochi volti. La figura di Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep e ispirata in modo più o meno dichiarato a Anna Wintour, incarnava un sistema verticale, dove le decisioni scendevano dall’alto e si irradiavano lungo tutta la filiera. Le riviste erano il centro di gravità. Loro stabilivano le tendenze, consacravano gli stilisti e orientavano i consumi. Il pubblico osservava, recepiva e acquistava, senza battere ciglio.

Il Diavolo veste Prada: prima e dopo
Oggi quello schema si è incrinato, perché l’arrivo dei social ha spostato l’asse della conversazione. Piattaforme come Instagram e TikTok hanno moltiplicato le voci in campo, trasformando utenti, creator e influencer in attori riconosciuti del sistema. La moda, almeno in apparenza, ora si costruisce anche dal basso, attraverso dinamiche più rapide e meno prevedibili. Non solo, se un tempo la pubblicità passava esclusivamente dalla carta stampata, nel 2026 passa principalmente dagli schermi. Così i media hanno perso molto, troppo potere.
Eppure, ridurre tutto a una “democratizzazione” sarebbe ingenuo. Il potere si è semplicemente redistribuito. Le grandi maison continuano a dettare l’agenda, però lo fanno dialogando con un ecosistema frammentato, dove l’approvazione passa anche da metriche invisibili (visualizzazioni, engagement e viralità, per esempio). Magari nel film bastava una copertina per lanciare una tendenza, ma adesso serve un equilibrio più sottile tra strategia e spontaneità.

Com’è cambiata la moda
Anche sul piano estetico il cambiamento è evidente. Nel mondo raccontato da Il Diavolo veste Prada, esisteva un’idea precisa di “giusto” e “sbagliato”. Il gusto era riconoscibile, un dono che pochi eletti vantavano di avere. La celebre scena del maglione ceruleo spiegava con ironia proprio questo, ossia che nulla è casuale e tutto è il risultato di scelte precise, prese molto lontano dal consumatore finale.
Oggi quella rigidità sembra superata. La moda contemporanea è un territorio ibrido, dove convivono diversi punti di vista. La libertà, comunque, è relativa. Gli algoritmi tendono a premiare ciò che funziona, creando nuove forme di uniformità, meno visibili ma altrettanto pervasive. È vero che si cerca di includere molti, se non tutti; cosa che non risulta facile e neppure pienamente riuscita. Importa il tentativo, l’intenzione che c’è dietro.
Poi emerge il tema del lavoro, che il film raccontava con toni esasperati ma non del tutto irrealistici. Le giornate infinite, le richieste impossibili e la dedizione totale sono elementi che allora contribuivano al mito di un settore tanto affascinante quanto spietato. Quella narrazione è stata in parte ridimensionata, o almeno messa in discussione, nonostante la situazione sia la medesima. Nel corso del ventunesimo secolo si è parlato di burnout, di sostenibilità dei ritmi e di diritti. In fin dei conti, il dietro le quinte è diventato più accessibile, anche grazie ai social, e con esso le sue contraddizioni. Bisogna ammetterlo: Internet ha dato tante possibilità – anche di vedere com’è la realtà dei fatti – e il settore si è aperto a figure un tempo impensabili.

Il Diavolo veste Prada oggi
Guardando a questo “prima e dopo”, la sensazione è che la moda sia cambiata soprattutto nel modo in cui si racconta. Più aperta e consapevole, almeno nel linguaggio. Tuttavia, nelle sue dinamiche profonde, quelle che regolano il desiderio, l’esclusività e il senso di appartenenza, il sistema resta fedele a sé stesso. Se oggi Miranda Priestly esistesse davvero, probabilmente non sarebbe molto diversa. Forse userebbe Instagram, forse monitorerebbe TikTok, ma continuerebbe a sapere esattamente cosa funziona e cosa no. E soprattutto, continuerebbe a ricordarci che, anche quando pensiamo di scegliere liberamente cosa indossare, qualcuno ha già orientato quella scelta.
Aleggia però una domanda: l’editoria di moda – perché di questa si parla, sia nel primo film che nel secondo, visibile nelle sale cinematografiche da mercoledì 29 aprile 2026 – saprà resistere allo scorrere del tempo? Saprà adattarsi ai continui cambiamenti voluti, e dettati, da Internet e i relativi social media? Ci sta provando.