Uomini

Il tempo della pittura. Le riflessioni di tre artisti in quarantena

di Luca Zuccala - 1 Aprile 2020

Abbiamo chiesto a tre artisti di raccontarci lo scorrere della loro vita in queste giornate sospese, dove tutto fluisce silenziosamente. Tre momenti di introspezione sull’arte e sulla vita. Pensieri sparsi da leggere e rileggere.

Com’è cambiata la vita degli artisti durante la quarantena? Come sono mutate le loro abitudini, il loro sentire, il loro lavoro? Siamo entrati virtualmente nelle case, trasformate in temporanei atelier, di Giovanni Frangi (1959), Elisa Bertaglia (1983) e Marta Spagnoli (1994) per farci raccontare in prima persona la vita di un pittore ai tempi del Coronavirus. Uno spaccato di quotidianità nello scorrere surreale della quarantena. Un momento intimo, di riflessione, su concetti fluidi e sospesi come Tempo, Spazio, Suono, dalla privilegiata prospettiva di un artista.

Una luce sorda colpisce i telai di sbieco. Sulla superficie, i pigmenti scivolano sulle tele assorte nel silenzio. Tentano di trascendere la realtà destabilizzante del presente, la forma che tende a una definizione. Sulla parete, una finestra. Fuori, gli spazi espansi della quarantena che corrono senza un lucido fine. Mentre gli artisti mi raccontavano al telefono le loro giornate, ho provato a materializzarmi l’immagine idealizzata del luogo della loro “reclusione” causa virus. Una sorta di interno domestico alla Hammershøi, attonito e metafisico, palpitante però della vita che reagisce, vibrazione luminosa della loro attività. Frangi, Bertaglia, Spagnoli: un trittico che ha eletto la pittura a linguaggio principe della propria ricerca. Tre generazioni differenti legate da un delicato lirismo declinato su più fronti, dalla potenza metamorfica della natura alle costellazioni del mito e del sogno.

MARTA SPAGNOLI
La sensazione è quella di vacanza, nel senso non tanto comune di viaggio o riposo, ma in quello di sentirsi, nell’etimo proprio della parola, vacanti. Sono in Alto Adige, non mi trovo né a Venezia dove lavoro né a Verona, dove sono nata. Questo incalza ancor di più il senso di questo essere fuori dal tempo, una dis-locazione per la quale confesso di non soffrire ma di vivere una frattura, quella tra ieri ed oggi, in modo abbastanza sereno. Mi sto dedicando a dei grandi inchiostri su tela, tecnica necessaria per portare avanti il mio lavoro pittorico in ambienti domestici. Passo le mie giornate su uno di quei grandi tavoli che si trovano generalmente in salotto e che non si adoperano per scopi precisi. Oggi, in questa quarantena, trovo la condizione necessaria per portare alla luce un progetto a cui pensavo da un po’: tre grandi ritratti a figura intera di dimensione naturale lavorati con inchiostri. Con maggior silenzio - facciamo tutti molto meno rumore - e tempi dilatati, nella lavorazione di queste tele, dipinte con l’ausilio di pennino e pennello molto piccolo per la stesura precisa di inchiostri e chine, i ritmi richiesti dal tipo di progetto si sposano con quelli della quarantena. Ne approfitto. Mi chiedo se avrò materiali a sufficienza, ma per arrivare a quando?

ELISA BERTAGLIA
Sono fortunata. Vivo e lavoro nello stesso posto. Il mio studio infatti è una delle stanze del mio appartamento, a Rovigo. Le prime ore del mattino sono le più produttive, riesco ad avere il massimo della concentrazione con il minimo sforzo: butto giù idee e riflessioni, penso alla ricerca, programmo le cose da fare durante la giornata, e incomincio a dipingere su tele e carte a cui sto lavorando. La giornata è scandita dai rumori minimi che dalla finestra penetrano nello studio. La routine del quartiere mi ha sempre fatto compagnia; capisco quando è ora di pranzo perché la vicina rientra dall’ufficio e le famiglie si riuniscono a tavola. Il giovedì nel mio quartiere passa ancora l’arrotino. Ma questi suoni non ci sono più, la città fuori è ovattata. Quando apro le finestre in questo marzo caldo sembra sempre la domenica di Pasqua: quella prima parentesi di primavera dove tutti sono ‘altrove’. La giornata non ha scompartimenti, non c’è più mattina o pomeriggio. Non si sentono odori, ad eccezione dei nostri. Trementina e olio di papavero. Ora di sera, le notizie che mi arrivano dalla radio sono ormai un suono molesto. Attendo le 18 con l’ansia del primo giorno di isolamento; sembra quasi che solo allora la giornata inizi davvero. Ma è sera invece. Lavoro un altro paio d’ore per non terminare con l’amarezza delle cifre giornaliere.

GIOVANNI FRANGI
Ho fatto in tempo a organizzare uno studio in una stanza di casa a Milano, trasformando un calcetto in tavolo da lavoro. Bastava una bella asse di legno. Sono riuscito a recuperare in tempo un po' di materiale che mi serve, e ho iniziato a lavorare su delle carte. Voglio fare delle suite con dei lavori tutti della stessa dimensione. Mantenere la stessa dimensione mi ha sempre aiutato. Ho scoperto che online trovo quasi tutto quello che mi serve. Non ho scuse. Il lavoro è sempre stata una valvola di sfogo e se non lavoro sto male, mi sento a disagio. A maggior ragione in questo periodo in cui il mondo in poche settimane è cambiato e facciamo fatica a capire il motivo per cui la natura possa essere così crudele. Penso al mio lavoro che ha sempre trovato la sua energia nell’ossessione della natura. Non avevo mai visto la natura come nemica. Forse i boschi del Richiamo della foresta potevano essere insidiosi. In generale il mio mood scende da CyTwombly, da Monet, da Richter. Oggi, invece, il solo artista che mi viene in mente, che ha capito come la natura possa essere crudele, è Matthias Grünewald. Guarda le bestie feroci, i mostri malefici della Tentazione di Sant’Antonio. Il più grande pittore tedesco di sempre oggi ci aiuta a cercare di capire quello che sta succedendo. Ho un cane che si chiama Thelma, un segugio maremmano che arriva da Motta Sant’Anastasia, vicino a Catania. Questo mi permette di fare delle mini uscite a 200 metri dalla mia casa nella piazza qui sotto a via Giannone. Ma alcune volte al mattino quando scendo e non c’è in giro proprio nessuno mi sembra di andare a Parigi.

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