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Le “Favolacce” di Fabio e Damiano D’Innocenzo

di Andrea Giordano - 11 Maggio 2020

In conversazione con Fabio e Damiano D’Innocenzo, registi e sceneggiatori romani, la realtà trasversale, tutta da scoprire, del cinema internazionale. Dagli esordi fino al loro secondo film, “Favolacce”, che arriva eccezionalmente on demand dall’11 maggio.

«Il dialogo è superfluo, perché indagare i momenti di silenzio, talvolta, può essere un gesto rivelatore».

Non chiamateli solo talenti o prodigi, perché Fabio e Damiano D’Innocenzo, registi e sceneggiatori trentunenni, gemelli del grande (e futuro) piccolo schermo, rappresentano ormai quell’aria fresca e creativa di cui il cinema contemporaneo aveva bisogno, capace di generare interesse e vera attenzione. Dalla provincia romana, a Tor Bella Monaca, dove sono cresciuti nel mito del cinema di Scorsese e Rossellini, e finendo il liceo alberghiero, fino all’esordio illuminante avvenuto nel 2018 con La terra dell’abbastanza, non si sono fermati un attimo, trasformando, poi, la loro vocazione simbiotica in un mantra, “essere trasversali”.Nel frattempo, infatti, hanno pubblicato due libri, Mia madre è un’arma, raccolta di memorie, e selezioni di poesie (sulle mille scritte), e recentemente il loro primo fotografico, Farmacia Notturna (edito da Contrasto), «un diario di bordo e di salvataggio», in cui narrare attraverso le immagini i viaggi che più li hanno colpiti negli ultimi anni, da Parigi a Tirana. In attesa di una prossima serie tv, Favolacce, il loro secondo film (con, tra gli interpreti, Elio Germano), reduce dall’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura ricevuto all’ultima Berlinale, arriva, ora, finalmente, distribuito da Vision, su sette piattaforme digitali (come Sky Primafila Premiere, Timvision, Chili, Google Play, Infinity, CG Digital e Rakuten Tv). Un gioiello visivo e potente, una fiaba dark, in cui raccontano l’isolamento di una comunità, prigioniera di se stessa, che diventa, invece, lo spunto, per raccontare del disagio fra adulti e bambini.

Come possiamo definire questa nuova creatura?
Damiano D’Innocenzo - 
«Favolacce è un film che parla dell’intuito, sulle sfumature e gli insospettabili, questo rende tutti partecipi e parte in causa, in fondo ci si può riconoscere. Non volevamo assolvere nessuno, è una storia che, o la ami, o la odi, ma qui i bambini hanno una loro dignità, capiscono che non è il loro mondo, e allora decidono di uscire di scena.»

Fabio D’Innocenzo - «Spero è che il pubblico possa trovare una profonda compassione verso i personaggi. Sarebbe stato semplice fare un 'gioco al massacro' su chi ne esce peggio, invece aver trovato anche una forma di tenerezza, una sorta di trasfigurazione poetica, ci mette davanti dei meccanismi che spesso facciamo fatica a decodificare quando leggiamo un fatto di cronaca, ma che se poi entriamo nel profondo poi riconosciamo come vicino. Parla di noi, delle nostre strutture, delle nostre difficoltà.»

Lo avete scritto a 19 anni, come vi immaginavate allora?
F.D. - 
«Era il periodo della gavetta, quella dei giusti errori, i maestri, quelli sbagliati. Quando ci siamo trovati a metterlo in scena è stato qualcosa di naturale, non facile, ma bastava seguire le nostre sensazioni. Te ne accorgi subito, è come quando gli attori, sul set, aspettano, non stanno recitando, e lì intravedi alcune cose di loro e ti innamori. La cosa più bella di tutto, alla fine, è sempre il senso del piacere.»

Nel vostro fare cinema passa sempre qualche elemento autobiografico, quanto è importante?
D.D. - 
«Attraversare i propri demoni è complicato, su molti livelli di lettura, siamo privilegiati perchè mandiamo in avanscoperta i nostri personaggi per metterci a nudo e in maniera più viva. Non vogliamo sembrare 'attraenti', sarebbe un atteggiamento ricattatorio, estremamente furbo, è ovvio che noi faremo sempre film personali, ma non baratteremo mai questo nostro approccio con la voglia di piacere come persone, o di trovare consenso dagli altri. Non è il nostro scopo. È bello far sì che pubblico e critica siano d’accordo nel sentirsi rappresentati, anche da un film che non fa sconti.»

Quanto è difficile essere anticonvenzionali, senza tradire la propria identità?
F.D. - 
«In tutte le cose esiste un equilibrio, purtroppo non è formulare, cambia continuamente, anche il nostro interiore muta, nelle circostanze, il condizionamento esterno è comunque la paura. Ora sarebbe semplice narrarla, parliamo di isolamento, solitudine, il timore dell’altro, che permeano decenni di letteratura. La Pandemia di questi mesi ha scoperchiato un archetipo che già esisteva.»

Arriverete su piattaforma. Sarà bello lo stesso, no?
F.D. - 
«L’esperienza della sala è ovviamente insostituibile, è come veder giocare la Roma allo stadio, l’atmosfera è diversa, accade qualcosa, e va di pari passo con la narrazione. Non è un ripiego, un ridimensionamento, lo vediamo come un ideale di partenza, arriva come una liberazione.»

Se il primo film serviva per arrivare a Favolacce, da adesso cosa succede?
D.D. - 
«Lo abbiamo fatto per poter realizzare il nostro terzo film, è già in cantiere, funziona come una catena creativa. Parliamo di un progetto ancora più ambizioso, non c’è ancora uno sviluppo produttivo, il genere sarà, però, differente, per noi sarà nuovamente un terzo, primo, film, butteremo giù tutte le sicurezze che ci siamo costruiti. Ogni pellicola, paradossalmente, è un lavoro diverso, come modo di approccio, per questo il gioco-forza non può appoggiarsi sull’esperienza, che per noi è ancora risibile, e su delle piccole regole.»

Sarà allora più internazionale?
F.D. - 
«Sì, l'intento è cercare di accorciare questa forbice, e avvicinarci al pubblico, soprattutto perché non crediamo che i film di genere e d’autore siano due cose diverse, anzi possono incontrarsi felicemente.»

Tempo fa era uscita la notizia riguardo un possibile coinvolgimento di Sam Rockwell, è vero?
F.D. - 
«Siamo suoi fan. Lo abbiamo incontrato, per puro caso, in un ristorante a New York. Ci siamo fatti avanti, volevamo parlargli, ma era a cena, e non voleva essere disturbato. Mesi dopo vide il nostro primo lavoro e ne rimase colpito, tanto da chiederci di pensare ad una futura collaborazione, ma non sarà su questo. Il terzo film lo gireremo in Italia, quando potremo, ma con attori italiani.»

Cosa avete prodotto ulteriormente nei giorni di lockdown?
F.D. - 
«Siamo andati avanti a sviluppare la serie tv per Sky Studios, di cui cureremo interamente regia e sceneggiatura. Sarà un noir – poliziesco, in cui indagheremo anche la solitudine, che oggi è l’elemento horror più efficace, in ogni caso cerchiamo sempre di stupirci, prima di tutto come spettatori. Amiamo un cinema essenzialmente divisorio, che non accontenti tutti, per questo stiamo cercando di portare questa formula anche in tv, sembra utopia, puntare a grandi numeri, è una sfida che stiamo portando avanti con grandissimo rispetto e paura.»

È difficile allora mettere in scena la solitudine?
F.D. -
«Talvolta è necessario attraversarla prima, facendoci i conti, per poi provare, e tentare di risolverli. A Tor Bellamonaca, dove siamo nati, il quotidiano parlava a chiunque, ma forse abbiamo pagato l’essere introversi, per questo, ogni volta che proviamo a fare un racconto, lo facciamo con l’obiettivo che possa essere condiviso al massimo.»

Avete ancora il progetto di un western?
F.D. - 
«Esiste, l’idea è quella di una storia di immigrati, tutta al femminile, ambientata alla fine dell’800.»

In generale come lavorate?
D.D. - 
«Quando iniziamo un progetto ognuno apre il proprio quaderno di appunti, scrive, disegna, e dopo ci confrontiamo. I gemelli condividono ogni aspetto, chiamalo istinto, ma noi ci capiamo con lo sguardo, la divisione è spontanea, come quando ti rimangono quattro fette di pizza e devi finirle, sai dove, e a chi andranno. Cibarsi dell’intuito, comunque, permette di arrivare alle verità senza grandi passaggi

F.D. - «Tramite la scrittura. È stata la prima forma creativa alla quale ci siamo accostati, insieme al disegno, un linguaggio mai abbandonato, è la passione per la parola pura, e in questo senso la poesia ti consente di confrontarti sempre col contemporaneo.»

Infatti nella vostra vita non c’è solo cinema, ma anche altre forme di linguaggio. Cosa vi interessa esplorare?
D.D. - 
«Cerchiamo il più possibile di essere trasversali e curiosi su tutto ciò che riguarda le arti, senza classificare in poesia, fotografia, il cinema le può somma tutte. Dobbiamo perlustrare, e rimettere in gioco i nostri demoni, che poi sono anche i nostri santi, le arti appunto, capaci di salvarci tutti i giorni. A parte il canto, dove siamo naturalmente negati e stonati (ride, ndr), le altre cerchiamo di percorrerle. Tutto si contamina nell’altro, fanno parte di una nervatura che ha a che fare con l’emotività, l’emozione, la crescita, l’equilibrio e la maturità. Concentrarsi su una cosa sola sarebbe estremamente nocivo, il muscolo dell’immaginazione va invece allenato il più possibile, magari anche sbagliando, e deve essere alimentato, in questa direzione siamo felicemente bulimici.»

Ci sono dei personaggi che guardate, o seguite, con ammirazione, proprio per la loro trasversalità?
F.D. - 
«Per me è Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci. È un uomo estremamente umile, che si lascia contagiare da tutte le arti, lasciando aperte le finestre della sua immaginazione, facendosi contaminare da tantissime cose, che magari non hanno a che fare con la moda. Sono la luce, il colore, ovviamente poi queste influenze finiscono su un capo d’abbigliamento, ma non si riducono solo in un concetto di moda. La sua moda scaturisce da influenze trasversali e diversificate, di aperture, non è il guru dotato di paraocchi, quello fa parte di un mondo passato, Gucci, invece, riesce a dialogare con tantissime persone, perché è in ascolto del suo pubblico. Non dice “questa è la tendenza”, percepisce semmai le motivazioni psicologiche delle persone e le restituisce sotto forma di moda. Ci siamo scelti a vicenda, e il nostro nostro stile va di pari passo con questa filosofia.»

D.D. - «Io penso a Daniel Johnston, per me è il poeta del mangianastri. Ho studiato e tradotto i suoi testi, le poesie più immediate che abbia mai letto e di una semplicità ineguagliabile. Ecco vedi lui è il tipico esempio di outsider, stressato da un successo che non poteva mai arrivare per caratteristiche fisiche e vocali, eppure era un genio. Poi direi Paul Auster. Il racconto che scrisse sul padre, “Ritratto di un uomo invisibile”, è un pezzo di letteratura immortale, lì sono contenute quasi tutte le verità che deve portarsi dietro uno scrittore quando si imbatte col foglio bianco, ovvero se stesso e lo 'schifo' che può avere dovuto lasciare da qualche parte per sopravvivere. Quello era il suo spauracchio più forte, il padre. La cosa che, comunque, rende straordinari gli attori, gli scrittori, i musicisti, è quello di non avere pudore delle proprie asprezze, delle cose che magari ti rendono non una grande persona vista da fuori, è il cercare di essere onesti. Gli autori che più amo sono quelli che hanno a che fare con la semplicità, che non hanno paura, a volte, di risultare sgradevoli, magari per compiacere un pubblico, una massa buonista, retorica.»

Qualche anno fa incontraste Paul Thomas Anderson, un grande punto di riferimento, tanto da ribattezzarlo il terzo gemellino. Come avvenne?
F.D. - 
«Successe quando andammo al Sundance, selezionati in un campus-workshop per giovani autori, dopo una raccomandazione di Alice Rohrwacher e Jonas Carpignano. Rimanemmo sbalorditi, impauriti, eravamo in questa enorme sala, le sedie disposte al centro, con tutti gli altri tutor. Arrivò un attimo in ritardo, si presentò in calzoncini corti e ciabatte, fantastico. Beh, aveva letto il nostro copione e ci disse “vi ho scelto”. In pochi secondi diventammo paonazzi. Parlammo di tutto, di vita, cinema, fu una grande lezione.»

Spesso nelle vostre storie i simboli hanno un significato particolare. Perché l’archetipo è così affascinante?
D.D. - 
«Presenta in se delle regole, delle credenziali da rispettare, e che ti permettono non appena le metti in scena di essere annusate e subito ricordate. In Favolacce c’è il paesaggio, una natura semi-americana, che appartiene a tutti noi. L’archetipo ti fa lavorare con degli istinti, anche infantili, ci siamo immaginati Favolacce in questa cornice perché da piccoli siamo cresciuti un po’ come Edward mani di forbice di Tim Burton, di famiglie conservatrici che tenessero tutto nascosto dietro la porta di casa.»

Tornando alla letteratura, quali altre ispirazioni vi portate dietro?
F.D. - 
«Charlie Brown e la poetica di Charles Schulz, per noi è la Bibbia. Anche se veniamo da una estrazione umile, siamo stati fortunati a crescere in un ambiente famigliare, dove abbiamo sempre attinto a decine di spunti, da Céline a Bukowski, Joe Fante, Disney. E poi soprattutto gli scrittori americani, Raymond Carver, Richard Yates, Lee Masters, William Faulkner, Foster Wallace, lì abbiamo trovato una semplicità che, nella letteratura italiana, a parte quella di Gianni Rodari, non c’era. Mancava un aggancio che, invece, loro sapevano darci.»

Parlate della vostra famiglia come un luogo vitale.
F.D. - 
«Il dizionario emotivo lo apprendi lì. Se da un lato l’ambiente circostante c’ha tolto come collettivismo, la famiglia ha compensato quei drammi vissuti, facendolo in maniera protettiva, per questo indagheremo sempre il sangue. Per noi è qualcosa di fondamentale, uno non smette mai di essere figlio, sono le uniche relazioni che non mutano.»

Ma se uno dei due decidesse di staccarsi professionalmente dall’altro?
F.D. - 
«Essere in due non ti priva della sensazione di aver espresso autonomia, chi ci conosce sa benissimo a cosa appartiene alla mia cifra, o a quella di Damiano. Noi amiamo lavorare insieme, è un modo, lo definirei, romantico.»

In fondo a tutto, cosa davvero non è ancora emerso di voi?
F.D. - 
«Forse il pudore. Questo essere riversati su carta, in biografie, ritratti, ci mette in una condizione di estremo disagio, lo sappiamo, fa parte del gioco, ma caratterialmente è la cosa più lontana da quello che siamo noi. A volte ci fa ridere, è tutto il contrario di quello che ci saremmo aspettati da ragazzi, eravamo gelosi del nostro fuoco, e quindi lo abbiamo difeso, ma oggi non vorremmo che accadesse che l’artista superi quello che realizza

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