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Italia-Germania 4-3: la partita del secolo compie 50 anni

di Andrea Giordano - 17 Giugno 2020

Italia Germania Ovest 4-3 festeggia 50 anni. La battaglia delle battaglie, in cui epica, destino e determinazione furono gli ingredienti della nostra rinascita, e di un Paese intero, che da allora non smette di celebrarne le gesta.

Cronaca di un match cruciale, che alla fine restò nella memoria di tutti, diventando la partita del secolo e dell’orgoglio ritrovato. È il 17 giugno 1970 quando, alle ore 16 a Città del Messico, nel tempio dello Stadio Azteca a oltre 2200 metri di altezza, va in onda una delle pagine più leggendarie dello sport, capace di far entrare ulteriormente nell’immortalità certi nomi e cambiando il volto di un Paese intero. 

Italia-Germania Ovest, semifinale dei campionati del mondo di calcio, metteva allora di fronte due fisicità e culture diverse: da un lato i grandi teutonici, marcantoni, vincitori sull’Inghilterra allenata da Sir Alfred Ernest Ramsey, artefice della vittoria in casa quattro anni prima, e dall’altro gli azzurri di Ferruccio Valcareggi, a loro volta campioni d’Europa in carica, titolo vinto nel 1968, a Roma, contro la Jugoslavia.

Nando Martellini, il telecronista di allora, non poteva prevedere quello che sarebbe successo: un destino fatto di alti e bassi, che dal primo gol fulmineo di Boninsegna regalò di fatto 85 minuti piatti, privi di emozioni, tattici, fino al pareggio, al 92esimo, di Schnellinger. Una gara che, da qui, entra nella fase supplementare, facendo la storia. Arrivano nell’ordine i gol di Gerd Müller (sarà capocannoniere), Burgnich, Gigi Riva, Uwe Seeler, e poi l’urlo liberatorio, il piatto destro di Gianni Rivera, fresco Pallone d’Oro, che mette il sigillo sul 4 a 3. Nell’ultimo atto della Coppa Rimet (dopo si chiamerà Coppa del Mondo) saremmo poi travolti 4 a 1 dal Brasile di Pelè.

Ma allora perché continua a rimanere, a distanza di 50 anni, un evento da ricordare e doverosamente celebrare? Segnò il riscatto, la battaglia delle battaglie, forse la fine di un’epoca, la rinascita di qualcos’altro a livello antropologico, il riavvio della macchina sociale nostrana. Resistenza e resilienza.

L’Italia, uscendo dall’autunno “caldo”, la mobilitazione operaia, le lotte sindacali, il '68, stava convivendo col terrorismo, piangendo ancora le vittime della strage di Piazza Fontana, assistendo alle rivolte studentesche, a una mancanza d’identità e coesione. La partita “cenerentola”, il confronto di Davide contro Golia, diede dunque la scossa patriottica, trasformandosi nella metafora perfetta, destinata (da lì) a entrare nella memoria proprio per il suo risultato. Destinata a raccontare soprattutto, ieri, come oggi, la nostra capacità di reazione, il nostro “non farci mettere in un angolo” dalle emergenze, dalle vera difficoltà, ritrovando, semmai, il meglio di noi, il momento eroico, epico, d’ispirazione. In un carosello di gioia e clacson, d’un tratto il fischio finale mise “pace” fra rivoluzionari e neofascisti, tra gente comune ed élite borghese, cesellando, seppur brevemente, uno spirito d’unità quasi impensato, incondizionato, ammortizzatore dei malumori che fino a quell’istante ci portavamo pesanti nel cuore. Una rinascita per molti, una sorta di iniziazione, a cui nessuno potè, e volle, sottrarsi, ma che altre generazioni a seguire, parliamo delle straordinarie (comunque) coppe vinte nel 1982 e nel 2006, non seppero probabilmente neanche avvicinarsi.

Altri tempi, staffette, sogni, altre necessità, nel fare la differenza. Fu una follia, e nello stesso tempo un miracolo.

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