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La ripartenza del mercato dell’arte: previsioni per il prossimo futuro

di Luca Zuccala - 18 Maggio 2020

Gallerie piccole e medie a rischio chiusura, buyer internazionali meno diposti a fare salti nel buio e una maggiore richiesta di opere d’arte antica e moderna, considerate “beni di rifugio”. Il sistema dell’arte prova a ripartire, ma le sfide sono tante.

Resilienza, intelligenza, visione. Sommate a competenza e caparbietà. Cinque elementi primari per poter far fronte all'onda pandemica che ha travolto (anche) il mondo dell'arte. E gradualmente riemergere, se non in un sistema migliore (forse pura utopia), in una dimensione più a misura d’uomo, meno autoreferenziale e meno sconnessa dal mondo reale. Ripartire adattandosi in fretta alla “nuova realtà” che fragile incede sopra un equilibrio precario. Imparare a convivere con il virus, prima della “nuova normalità” (sicuramente più stabile) consegnata dal vaccino. Utilizzando con intelligenza i mezzi a disposizione, tecnologia in primis, per affiancare e sopperire (senza pensare minimamente di sostituire) la limitata fruizione fisica.

No carne, no materia, no relazioni, no arte (e no essere umano), lo sappiamo, folle però negare la necessità del supporto digitale, ora più che mai. Social network e sito internet rappresentano il primo biglietto da visita, l’immagine che si offre alla platea internazionale, la vetrina dove far sfilare virtualmente le opere, nel caso di una galleria, fiera o casa d’aste. Essenziale per gli attori del sistema disporre di una strategia digitale performante, paradigma che per ora ha permesso alle case d’asta (grazie all’implementazione e al potenziamento messo in campo da almeno un decennio) di essere preparate al lockdown (gli incassi per ora tengono botta, vedremo i risultati delle aste di giugno per tastarne lo stato di salute generale). Discorso parzialmente applicabile alle fiere, che provano a tamponare le cancellazioni forzate attraverso le Viewing Room.

Se la versione virtuale di Art Basel Hong Kong a metà marzo, in piena pandemia, è stata un flop, la vetrina online della appena conclusa (il 15 maggio) Frieze New York ha dato segnali di speranza, soprattutto per la fascia alta di mercato, quella delle cosiddette opere blue-chip (di sicuro investimento), con quotazioni milionarie. Non è un caso, anzi. Il “problema” sta proprio qui, se gli artisti (pochi) riconosciuti a livello globale non subiranno nessun contraccolpo dalla crisi (perché tutelati da gallerie e investitori), una buona parte del segmento di mercato di fascia media potrebbe essere spazzato via. Nessun buyer sarà disposto a fare salti nel vuoto, scommettendo su “valori” altalenanti e di natura incerta.

Si stima che 1/3 delle gallerie di medio-basso cabotaggio possa non riaprire nel 2021, lasciando per strada centinaia di artisti. Ragionamento opposto per le “multinazionali”, come Zwirner e Gagosian, con sedi in tutto il mondo e fatturati milionari, che potrebbero avere sempre più peso e condizionamento a livello globale, allargando ancor di più la forbice del mercato. Volume delle compravendite che perciò si attesta sul binario antitetico: pezzi “sicuri”, di artisti e gallerie la cui bibliografia è sinonimo di garanzia e fiducia, e lavori di contemporaneo a prezzo relativamente abbordabile (sotto qualche decina di migliaia di dollari). Con la terza via, più salda che mai, del bene rifugio per eccellenza: le opere di arte antica e moderna, oramai storicizzate, di comprovata qualità. Trend confermati dai feedback delle piattaforme online (vedi Artsy e le decine di epigoni), collettori di gallerie da tutto il mondo che mettono a disposizione (tramite un affitto mensile) il proprio portale. A tal proposito, sarebbe ottima cosa creare un’efficace piattaforma condivisa circoscritta alle gallerie italiane, che punti sulla estrema qualità delle proposta. Uno strumento necessario per ampliare il bacino d’utenza e la potenza di fuoco delle realtà nostrane, trovatesi spiazzate dalla chiusura totale, e nella maggior parte dei casi in preda a una maldestra rincorsa al nuovo Verbo digitale con scarsa cognizione di causa.

Fare fronte comune, uniti, per tirare fino alla primavera dell’anno prossimo. È opinione diffusa che verso maggio 2021 (vaccino permettendo) si possa tornare a regime, a partire dal fatidico appuntamento spartiacque della Biennale Architettura di Venezia, appena rinviata proprio al 2021, dal 22 maggio al 21 novembre. Prima di ciò, si navigherà a vista, pianificando di mese in mese. Non si faranno fiere (che rappresentano mediamente il 70% delle entrate di una galleria, la stessa percentuale rappresenta il mancato volume di vendita delle gallerie a livello mondiale in questo primo semestre 2020), e se mai se ne dovessero fare saranno pochissime (quasi tutte le manifestazioni previste da qua a ottobre hanno posticipato l’evento all’anno successivo, ultima la Biennale di Parigi prevista per fine settembre), ridimensionate, settoriali, e di stampo locale (altrimenti palesemente insostenibili, tra investimenti, spostamenti internazionali, frontiere e misure di sicurezza). Prenderne atto. Quindi: vengo io da te, sul tuo divano, nel tuo salotto (attraverso lo schermo del computer, tablet, telefono) e ti mostro il meglio che ho da offrire, con serietà, professionalità ed eleganza. Essere credibili e rimettersi in gioco, affrontando la crisi con più consapevolezza possibile. Cominciando, magari, con un sano (e trasversale) bagno d’umiltà.

Il circo dell’arte in cui ci crogiolavamo è finito, almeno nelle sue forme più estreme. Una nota di speranza, se non altro.

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